Introduzione
Abbiamo già intervistato in passato il fotoreporter afghano Mujeebullah Dastyar. Oggi, a distanza di quasi cinque anni dalla rocambolesca fuga statunitense e dal ritorno dei talebani in Afghanistan, Dastyar torna a offrirci un vivido spaccato del suo paese e a denunciare la detenzione di alcuni suoi colleghi.
A causa delle difficoltà di verifica indipendente, alcune informazioni si basano sulla sua testimonianza diretta e su fonti vicine ai detenuti.
Intervista a cura di Valerio Savioli
D: Puoi presentarti brevemente e raccontarci il tuo lavoro?
Mi chiamo Mujeebullah Dastyar, sono un fotoreporter freelance e attivista dei media di Kabul. Ho iniziato a lavorare nel 2009, documentando inizialmente la vita quotidiana della mia città. Con il tempo, con l’aumento degli attentati e della violenza, ho iniziato a raccontare anche questi eventi. Ho condiviso le mie fotografie sui social per sensibilizzare l’opinione pubblica, ed è diventata la mia principale attività.
D: Cosa è cambiato per i giornalisti in Afghanistan dopo il 2021?
Dopo il collasso dell’Afghanistan nell’agosto 2021 e la presa del potere da parte dei talebani, la situazione per i giornalisti è cambiata profondamente. Le restrizioni sono aumentate, soprattutto su temi sensibili come i diritti delle donne. Secondo la mia esperienza, chi prova a raccontare questi aspetti corre rischi molto seri.
D: Puoi raccontarci cosa è accaduto ai giornalisti detenuti?
Secondo le informazioni di cui dispongo, Shikib Ahmad Nazari, Bashir Hatif e Hamid Farhadi sono tra i giornalisti attualmente detenuti.
Nazari sarebbe stato arrestato nel luglio 2025. (Nota dell’intervistatore: un servizio riconducibile all’attività giornalistica di Nazari per NTV Japan è disponibile online, a conferma del suo coinvolgimento in reportage su temi sociali e di attualità internazionale.) Per alcuni giorni non si è saputo dove fosse, finché la famiglia ha scoperto che si trovava in una struttura detentiva distrettuale a Kabul. Successivamente è stato trasferito presso la Bagram Air Base, oggi utilizzata come prigione centrale.
Circa nove mesi fa, uomini armati talebani avrebbero fatto irruzione nel loro ufficio, portandoli via. Dopo alcuni mesi, sarebbero stati condannati da un tribunale talebano a tre anni di reclusione.
Secondo quanto riferito, sono stati presi di mira per il loro lavoro giornalistico, in particolare per aver raccontato le condizioni delle donne e la realtà sociale sotto il regime talebano. Nazari collaborava anche con media internazionali, tra cui NTV Japan.
D: Sono state formalizzate accuse precise?
Le accuse spesso non sono chiare. In molti casi non vengono comunicate in modo trasparente. Per quanto ne so, questi giornalisti sono stati colpiti per i contenuti delle loro inchieste, soprattutto su diritti, giustizia e condizioni di vita.
D: Cosa si sa delle loro condizioni di detenzione?
Le informazioni dirette sono molto limitate.
Secondo il racconto di un giornalista che è stato detenuto e poi rilasciato, le condizioni carcerarie possono essere estremamente dure, con accesso limitato al cibo e ripetuti maltrattamenti. Si tratta di testimonianze difficili da verificare in modo indipendente, ma coerenti con quanto emerge da più fonti.
Informazioni più recenti, provenienti da persone vicine ai detenuti, segnalano forti preoccupazioni per il loro stato di salute. In particolare, le condizioni di Shikib Ahmad Nazari vengono descritte come critiche.
I contatti con le famiglie sono molto limitati. La moglie e i due figli — uno dei quali nato poco prima dell’arresto — hanno lanciato un appello per la sua immediata liberazione.
D: Quanto è diffusa questa situazione oggi tra i giornalisti afghani?
Ci sono ancora molti giornalisti in prigione. Da quanto posso osservare, chi si allinea alla linea ufficiale può lavorare, mentre chi cerca di fare informazione indipendente subisce pressioni, minacce o arresti.
Molti giornalisti sono fuggiti dal Paese. Altri hanno abbandonato la professione. Alcuni hanno venduto le proprie attrezzature per sopravvivere.
D: Sono state coinvolte organizzazioni internazionali?
Sì, abbiamo contattato organizzazioni come Reporters Without Borders e Committee to Protect Journalists. Tuttavia, finora non abbiamo visto cambiamenti significativi.
Molti giornalisti rifugiatisi in Paesi vicini, come il Pakistan, sono ancora in attesa di supporto o di un visto, e le procedure sono molto lente.
D: Di chi è la responsabilità di questa situazione?
Le autorità talebane sono responsabili delle condizioni attuali e delle restrizioni imposte ai giornalisti. Controllano il sistema in cui siamo costretti a lavorare.
D: Perché è importante parlarne oggi?
Se non ne parliamo, questi casi restano invisibili. Il giornalismo è fondamentale per informare la società. Quando i giornalisti vengono messi a tacere, viene meno l’accesso alle informazioni.
Per questo continuiamo a far sentire la nostra voce, finché non saranno liberati.
D: Qual è il tuo messaggio alla comunità internazionale?
La comunità internazionale dovrebbe monitorare con attenzione la situazione dei giornalisti in Afghanistan. Le loro condizioni di vita e di lavoro sono diventate estremamente difficili.
L’attenzione e la pressione possono fare la differenza.


























































































































































































































































































































