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HISTORIA MAGISTRA VITAE? di Francesco Mario Agnoli

Thomas Cole, La distruzione dell’Impero, 1836

Avevo appena finito di preparare il riassuntino storico che riporto a chiusura quando ho letto le risposte date da Massimo Cacciari ad un’intervista sul fenomeno migratorio e il modo, “ondivago” lo definisce il filosofo ed ex-sindaco veneziano forse con un eccesso di benevolenza, con il quale viene affrontato dall’Ue, dai paesi che ne fanno parte e dall’opinione pubblica europea.  Pur trovandoci culturalmente su sponde remote (non necessariamente opposte) come a me anche a Cacciari, che aggiunge la constatazione del “tramonto definitivo dell’Occidente”, è venuto spontaneo  il raffronto  con le convulsioni che precedettero la fine dell’Impero romano. Risponde, difatti all’intervistatore, che gli chiede cosa ne pensi della “Ondivaga opinione pubblica europea che ragiona sull’onda degli eventi. Dopo aver pianto il bambino siriano Aylan, ora ci si scandalizza del padre che avrebbe provocato il naufragio perché ubriaco”: “È il modo più incredibile di affrontare la situazione, servirebbe tutta la nostra razionalità. Invece si va avanti ad ondate di sentimenti e retoriche buoniste da una parte e a sparate di Salvini dall’altra. Ma cosa vuole che cambi? Non cambia niente, come non cambia niente che un immigrato possa delinquere o essere eccezionalmente buono. Il dato vero e che c’è un continente in movimento non solo per la fame o la miseria ma perché c’è un esercito che avanza. Qualcosa di simile a quello che è avvenuto alla fine dell’impero romano, dove c’erano intere popolazioni che migravano verso i territori di Roma perché spinte da altri popoli che avanzavano verso il cuore dell’Europa. I visigoti e gli ostrogoti spinti da popolazioni dei territori alle loro spalle. Anche questo ci dovrebbe far chiedere quali azioni intraprendere per fermare questo Isis o no? La politica europea è vista come pura follia dall’opinione pubblica dei Paesi arabi. Noi siamo quelli che hanno fatto le guerre – e che guerre! – a chi non ci aveva mai dichiarato nulla contro, ora che il sedicente Stato Islamico ci ha dichiarato guerra e avanza con bombe e milizie e noi stiamo a guardare. Ma le sembra che c’è della razionalità in tutto questo? Insomma abbiamo fatto guerra a chi non ce la aveva dichiarata e porgiamo l’altra guancia a chi ce la dichiara. Me nemmeno Papa Francesco farebbe così, dal momento che ha detto che darebbe un pugno a chi gli offende la mamma”.

    La storiografia moderna ritene che la storia non  si ripeta e. a differenza degli Antichi, le nega il ruolo di  magistra vitae.  Tuttavia mi azzardo a credere che, maestra o non maestra,  resti la possibilità di una ragionevole deduzione:  oggi come allora simili grandiosi fenomeni epocali possono essere affrontati, se non con successo, limitando i danni,  solo da una classe politica  determinata, capace di elaborare un  progetto razionale e di tenere  la barra dritta nella sua attuazione. Tutto il contrario  di quello che fece all’epoca l’imperatore Valente e  che sta facendo oggi la malaccorta e peggio che ondivaga classe politica che regge i destini dell’Europa. Allora fu la fine dell’Impero romano d’Occidente. Oggi?

    Ma ecco, senza altri indugi, offerto alla riflessione di tutti  il

Riassuntino  storico

  Nell’anno 376 gruppi di Goti, che non trovavano più sufficiente sostentamento nelle loro terre anche  a causa delle  continue incursioni degli Unni, chiesero all’imperatore d’Oriente Valente il permesso di oltrepassare il  Danubio per stanziarsi in territorio romano. Valente dopo alcune iniziali perplessità accettò, convinto che l’immissione dei Goti avrebbe, da un  lato, portato prosperità, consentendo la coltivazione della terre  incolte, dall’altro  dato nuove, vigorose braccia per rinfoltire le schiere dell’esercito. Promise, quindi, a condizione del previo disarmo dei guerrieri, terre da coltivare e sussidi per facilitare lo stabilimento.

   Tuttavia la popolazione gotica era  più numerosa di quanto fosse stato calcolato e  anche per questo l’operazione di insediamento risultò male organizzata, come, del resto,  nella conseguente confusione, quella di disarmo. Di conseguenza,  i Goti  rimasero ammassati sulla riva occidentale del Danubio, in attesa di ricevere  le terre promesse. Avevano ancora gran parte  delle loro armi, ma poco altro, perché i corrotti (anche allora la corruzione “spuzzava”) funzionari imperiali  avevano stornato a proprio favore per rivenderle  le derrate destinate a sussidio delle popolazioni appena accolte.

  I Goti, uomini, donne, bambini, si misero allora in marcia con  carri e cavalli  alla volta della città di Marcianopoli, dove però non solo non era stato predisposto nulla per accoglierli, ma gli abitanti,  spaventati dal  gran numero, si rifiutarono di aiutarli.

   Esplosi, sotto le mura della città, i primi scontri fra i Goti, che volevano entrare, e i soldati romani che impedivano l’accesso, il comandante militare della regione, Flavio Lupicino, incaricato  di sovraintendere  alle operazioni di trasferimento, invitò a pranzo i capi goti col pretesto di accordarsi  sulle modalità d’insediamento, ma con l’intento  di risolvere il problema con l’assassinarli al termine del banchetto.

   Il fallimento di questo disperato tentativo determinò la definitiva rottura fra le due parti e i Goti, alla fame, si diedero a razziare le campagne come se si trovassero in territorio  nemico. Per porre fine alle razzie Flavio Lupicino decise di affrontarli con le forze di cui disponeva senza informare l’imperatore di quanto stava accadendo, ma, sconfitto, fu costretto a ripararsi in tutta fretta dietro le mura di Marcianapoli. Secondo quanto narra lo storico Ammiano Marcellino i Goti vincitori “si sparpagliarono ai quattro angoli della Tracia, mentre i loro prigionieri o quelli che gli si erano arresi indicavano loro i villaggi più ricchi (…). Ovunque  furono appiccati incendi e commessi grandi massacri”.

  A seguito di questi fatti, di fronte all’incapacità dei suoi generali di conseguire  una vittoria decisiva  e della tattica di temporeggiamento da loro adottata all’avvicinarsi dell’inverno, l’imperatore Valente decise di intervenire  personalmente e, senza attendere l’arrivo dei rinforzi  condotti dall’imperatore di Occidente, Graziano, schierò il suo esercito davanti alla città di Adrianapoli. Tuttavia prima di  attaccare  battaglia  diede inizio a nuove trattative con i Goti, ai quali intanto si erano aggiunti numerosi Alani, nella speranza  di potere ancora raggiungere un accordo  che consentisse un pacifico insediamento del popolo goto nelle terre traci. Le trattative  vennero rotte  da reparti delle cavalleria leggera romana che di propria iniziativa  attaccarono i Goti dando così inizio alla battaglia nella quale l’esercito  romano venne disfatto  e Valente trovò la morte”.

 Francesco Mario Agnoli

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