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VENETO 1866. 150 ANNI FA LA GUERRA “DELLE SETTE SETTIMANE” – Parte Prima – di Luigi Pedrone.

La battaglia di Custoza.

Il 20 giugno 1866 il Regno d’ Italia scende in guerra contro l’Impero austriaco. E’ la prima guerra combattuta dal giovane Regno  e, per gli italiani, passerà alla Storia come Terza Guerra d’Indipendenza.

     Il  4 maggio 1861 l’Armata sarda, nella quale erano confluiti molti di coloro che avevano fatto parte degli eserciti preunitari, era diventata  Regio Esercito italiano, con la preminenza dell’elemento piemontese ai vertici, i cui limiti si erano già evidenziati  nei due precedenti conflitti del 1848-49 e del 1859: il primo perso e il secondo vinto solo grazie alla sconfitta inferta agli  austriaci da Napoleone III.

   Non mancavano i mezzi e il valore dei combattenti,  mancavano capacità organizzativa e  preparazione dei vertici militari, che dopo la proclamazione del Regno avevano solo diretto operazioni di polizia per sradicare il banditismo meridionale, senza curarsi di una effettiva preparazione strategica e tattica.

    Solo dopo gli insuccessi del ’66, venne presa  in considerazione l’istituzione di una Scuola di Guerra che preparasse gli Ufficiali che avrebbero poi rivestito ruoli  nello Stato Maggiore.

   L’Italia fu tuttavia comprimaria in un conflitto in cui principali antagonisti erano l’Impero asburgico e la Prussia, per l’egemonia sulla Germania.

   Nel 1862  Otto von Bismark, divenuto Cancelliere, inizia quel  processo che nel 1871 porterà alla proclamazione del  II Reich tedesco. Bisognava però neutralizzare l’Austria, che presiedeva la Confederazione germanica scaturita  dal Congresso di Vienna.  Benché il Cancelliere di Ferro non mirasse all’assorbimento dell’Austria nel futuro Reich, la sua politica era volta al ridimensionamento della potenza asburgica, che avrebbe dovuto svolgere il ruolo di potenza regionale a sud-est, se necessario di supporto a Berlino, ma esclusa dallo scacchiere germanico.

   Lo scontro finale tra Vienna e Berlino ha la sua gestazione nella “Guerra dei Ducati”, per l’annessione dello Schleswig  e dell’Holstein, territori danesi con  una forte presenza di popolazione di lingua tedesca.

    Austria e Prussia, col supporto dell’Hannover e della Sassonia e “sotto l’ombrello” della Confederazione germanica, nel febbraio 1864 scendono quindi  in guerra contro la Danimarca, che capitolerà nell’ottobre successivo.

    Le prime divergenze  tra i due vincitori  sorgono subito in relazione  all’amministrazione dei territori conquistati. Il Bismark mira ad un’amministrazione congiunta dei territori  acquisiti, ipotesi  scartata da Vienna.

 Con tale manovra, il Bismark mirava a temporeggiare in attesa di favorevoli condizioni  per  una guerra congiunta di Prussia e Austria contro l’Italia, per il rafforzamento dell’Austria nel Veneto e la riconquista della Lombardia, manovra che, nelle intenzioni del Cancelliere, avrebbe portato ad un consolidamento di Vienna a sud, in cambio di un suo disimpegno nell’area germanica.

   Saranno poi  gli accordi di Gastein del 1865 a creare due distinte zone di occupazione militare, l’Holstein  all’Austria e lo Schleswig  alla Prussia.

     La situazione che si stava creando era osservata con attenzione da Napoleone III che non intendeva intromettersi in un conflitto tra Prussia e Austria, conflitto che, nelle previsioni di Parigi, avrebbe portato allo sgretolamento della Confederazione germanica, a vantaggio di un’ espansione francese.

  Il Bismark si era inoltre assicurato la neutralità dello Zar, mentre la Gran Bretagna in quel momento non disponeva di forze sufficienti per intervenire in un conflitto sul continente.

  In questa sfida tutta tedesca si inserisce il Regno d’Italia, che ponendosi a fianco della Prussia mirava ad intimorire  l’Austria, nell’intento di pervenire,  in un modo o nell’altro, all’annessione del nord-est della Penisola, ancora sottoposto a Vienna.

   Un avvicinamento alla Prussia era già stato tentato nel 1859 dal Cavour, che con lungimiranza aveva intuito che, prima o poi, sarebbe venuto il momento della resa dei conti tra Austria e Prussia per la supremazia in Germania; i tempi però non erano ancora maturi, tanto più che la  Prussia nutriva una certa diffidenza nei confronti del Regno sabaudo. Solo nel gennaio del 1861, alla vigilia della proclamazione del Regno d’Italia, avvennero i primi approcci, quando una missione diplomatica inviata da Torino partecipò ai festeggiamenti per l’ascesa al trono di Prussia di  Guglielmo I.

   Successivamente, nel 1864, una missione italiana, guidata del Generale Govone, viene inviata a Berlino dal La Marmora, allora Capo del Governo e ministro degli esteri. Il Govone viene inviato con poche e generiche istruzioni e quando fa presente che sarebbe opportuno sottoscrivere, insieme al trattato di alleanza, anche una convenzione militare con l’alleato,  il La Marmora respinge la proposta; il Capo del Governo, intenzionato a mantenersi “le mani libere” in caso di un eventuale conflitto contro l’Austria, non attribuisce la dovuta attenzione ad un preventivo e necessario  coordinamento dello sforzo militare con l’ alleato. E quando von Moltke espone al Govone il piano di guerra prussiano, attendendosi altrettanto da parte italiana, La Marmora raccomanda al suo generale di tergiversare e di non “immischiarsi” troppo nelle faccende della Prussia !

    L’8 aprile 1866 Prussia e Italia firmano il trattato di alleanza.

   Da parte sua, il  Bismark  mira ad ottenere contemporaneamente due vantaggi, uno militare e l’altro politico: spaccare le forze austriache, che in caso di conflitto avrebbero dovuto aprire due fronti, a nord e a sud, e garantirsi la neutralità della Francia che, ove avesse ostacolato il disegno prussiano, avrebbe implicitamente ostacolato il processo italiano di unificazione  nazionale, sconfessando così la sua decennale politica filosabauda.

      Napoleone III tenta tuttavia, senza successo, la convocazione di un Congresso internazionale per dirimere le controversie austro-prussiane sui Ducati (Holstein e Schleswig) e affrontare la situazione dei territori del nord-est d’Italia governati dall’Austria.

     Il 3 giugno, l’Imperatore dei Francesi  inizia trattative riservate con Vienna, per pervenire alla benevola cessione del Veneto all’Italia; intanto la Prussia accelera il  deterioramento dei suoi rapporti con l’Austria e, calpestando l’accordo di Gastein, prepara  l’annessione dei due Ducati alla Prussia, ben sapendo che Vienna non sarebbe rimasta a guardare.

     Il 24 marzo,  Bismarck indirizza a tutti gli Stati della Confederazione germanica una circolare, con la proposta di una revisione del Patto federale che escluda l’Austria dalla Confederazione; Vienna risponde alla provocazione prussiana chiedendo alla Dieta di Francoforte, l’organismo di governo della Confederazione, di dichiarare la Prussia fuori della legge federale. A questo punto Berlino  invade  l’Holstein,  posto sotto l’ amministrazione militare austriaca.

  Lo storico tedesco Hans Delbruck nel 1928 dirà che Bismarck  volle la guerra, profondamente convinto della sua necessità, ma la portò a buon fine contro la volontà del re, del popolo e persino dell’esercito. La borghesia liberale e gli intellettuali tedeschi, sino ad allora ostili al Cancelliere, «si adattarono prontamente ad adorare quanto, qualche settimana prima avevano condannato”.

     La Confederazione si spacca:  a fianco dell’Austria ci sono anche l’ Hannover, la Sassonia e l’Assia – Kassel, verso i quali, il 16 giugno, Berlino apre le ostilità dando inizio al conflitto.

    L’Austria, privilegiando il fronte prussiano, schiera sul fronte italiano solo tre Corpi d’Armata e una brigata di cavalleria, integrati da reparti dei presidi territoriali del Veneto e del Friuli, in tutto 72000 uomini, mentre  l’Italia oppone una forza di tre volte superiore: tre grossi Corpi d’Armata, su quattro Divisioni ciascuno, vengono schierati lungo il Mincio e un grande Corpo d’Armata, su otto Divisioni, al di là del Po. In tutto circa 220.000 uomini, a cui si aggiungono circa 38.000 Volontari garibaldini che dovranno penetrare in Trentino da ovest (cfr. Piero Pieri-Storia militare del Risorgimento, ed.Einaudi 1962).

   L’Italia, nonostante la superiorità delle sue forze in campo, è però penalizzata, come detto, dalla sostanziale impreparazione degli Stati Maggiori.

    Il Generale Alfonso La Marmora, che l’anno prima, come Ministro degli Esteri, aveva firmato l’alleanza con la Prussia, rimette l’uniforme di Capo di Stato Maggiore.

  Il 17 giugno parte da Firenze alla volta di Cremona, fermandosi prima a Bologna per conferire col Generale Cialdini, Comandate dell’Armata  schierata a sud del Po e che doveva intervenire sulle due direttrici di Mantova e Rovigo.

     Sembra che i due generali, valutando l’inferiorità strategica nei riguardi degli austriaci, che possono contare sulle loro fortezze del Quadrilatero, e l’impossibilità di condurre un’azione concentrica e sincronizzata delle forze schierate a sud e a nord del Po, si accordano per operare in due momenti.  Un’Armata  avrebbero dovuto agire con operazioni di disturbo per distrarre le forze avversarie, consentendo all’altra di condurre l’azione risolutiva. Ma ci si dimentica di definire chi deve fare che cosa.

   Il  Cialdini chiede per il giorno 24 una “seria dimostrazione” delle forze schierate a nord, al fine di attrarre forze austriache sul Mincio, alleggerire la linea del Po e consentirgli quindi di passare il fiume il 26.  Ma il La Marmora, sospettando che il Cialdini voglia relegarlo in un ruolo secondario, risponde che “agirà energicamente” per far convergere su di sé il nemico. Il La Marmora, quindi, non compirà alcuna “seria dimostrazione”, riservandosi il ruolo principale.

  Come si vede, un cuor solo ed un’anima sola !

  Il 23 giugno iniziano le ostilità: le truppe italiane oltrepassano il confine del Mincio, a Valeggio e Goito e la Cavalleria giunge fino a Villafranca, alle porte di Verona, senza incontrare resistenza. Si pensa che il “Quadrilatero” sia sgombro e che gli austriaci siano concentrati al di là dell’Adige.

  Nel pomeriggio la sorpresa: le forze austriache, concentrate a Verona, avanzano, da un lato fino a Pastrengo e a Castelnuovo, presso Peschiera, mentre un grosso contingente si pone a qualche chilometro a sud di  Verona.

   L’ Arciduca Alberto d’Asburgo-Teschen, Comandante in capo delle forze austriache in Italia, per prevenire l’accerchiamento del Quadrilatero schiera il grosso delle sue forze sulla sinistra del Mincio, per ostacolare, come naturale, il congiungimento delle due Armate  italiane, quella già sul terreno e quella del Cialdini che avrebbe dovuto muovere da sud. Naturalmente non era al corrente della “perfetta sintonia” tra i due comandanti italiani!

Segue la seconda parte: http://www.domus-europa.eu/?p=6256#more-6256

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