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IL CONCETTO DI "IDENTITA' EUROPEA". di Ernst Nolte* – parte prima –

Carta storica dell’Europa

Il concetto di “identità” viene usato in molti contesti: si parla per esempio dell’identità di un popolo, dell’identità di una cultura, dell’identità di un partito, e per lo più, in modo conscio o inconscio, è in gioco anche il concetto di “perdita di identità”. Questo concetto incontra però anche una critica di fondo, e infatti oggi nell’ambito scientifico o giornalistico si parla spesso, per lo più con un accento negativo, di “essenzialismo”. L’”identità” viene equiparata all’”essenza”, e l’”essenza”, in quanto medesimezza perenne, viene concepita come concetto che si oppone al potere del tempo e delle circostanze naturali e storiche, come astrazione fissante che fa violenza al flusso temporale e al divenire, non diversamente dalle “idee” platoniche. Queste, secondo la concezione di Platone, sono origini cosmiche, “pensieri di Dio”, ma in verità, così si dice, rappresentano soltanto costruzioni della ragione umana, che cerca di rendere intuibile e utilizzabile l’incomprensibile molteplicità del mondo. Quanto però può essere distante una generazione da quella precedente, sebbene nei geni o nel “sangue” siano presenti inconfondibili continuità; quanto possono essere estranei l’un l’altro i diversi strati di un popolo, sebbene usino tutti la medesima lingua.
Queste difficoltà trovano un’esemplificazione particolarmente efficace, così sembra, nel concetto di “Europa”. Cos’hanno in comune il cavaliere predone del Sedicesimo secolo e l’intellettuale dell’epoca presente? Cos’ha in comune Erasmo da Rotterdam con il vichingo Erik il Rosso? Se il Kaiser Ottone il Grande e lo statista Georges Clemenceau si incontrassero e potessero dialogare insieme, troverebbero qualche elemento di omogeneità? Per il concetto di “identità europea” non deve forse valere ciò che vale per quello di “identità asiatica”, e cioè che le differenze religiose, geografiche e statali sono assai più profonde di quanto un concetto comune sia in grado di riassumerle e di coprirle? E inoltre, pur accettando con qualche riserva il concetto, con la parola “Europa” si deve intendere l’Occidente latino-cattolico o essa include anche la Russia ortodossa e l’Oriente romano-bizantino? “Europa” equivale a “cristianità” o ha a che vedere piuttosto con “Occidente”, con il “mondo occidentale” che abbraccia anche gli Stati Uniti d’America?
Ma questi dubbi sono di secondaria importanza, se si considera che questa Europa ha molti nemici che la criticano nel modo più duro e in tutte le sue versioni: nemici che dal 1945 sono diventati più numerosi e più radicali di quanto lo siano mai stati in precedenza; nemici che provengono solo parzialmente dall’esterno e, quindi, prevalentemente dall’interno. I campioni della “rivoluzione sessuale” criticano l’ostilità verso la natura e la repressione degli istinti, da cui la tradizione ebraico-cristiana sarebbe stata caratterizzata fin dai suoi inizi; i difensori della natura accusano il comandamento biblico “sottomettete a voi la Terra” di essere l’inizio della distruzione della natura; le femministe attaccano il “patriarcalismo” che risale all’Antico Testamento e l’oppressione del sesso femminile che ne è scaturita; i musulmani ricordano l’orribile carneficina durante la conquista di Gerusalemme da parte dei crociati cristiani; gli indios riprendono le accuse che Bartolomé de Las Casas aveva rivolto al genocidio di milioni di uomini perpetrato dagli spagnoli e dai portoghesi nell’America meridionale e centrale; i neri americani esigono un risarcimento per la tratta degli schiavi che strappò molte centinaia di migliaia di loro antenati dalla madrepatria africana, trasportandoli in condizioni indescrivibili nel “nuovo mondo” per usarli in strazianti lavori; la sinistra antioccidentalista, nel Terzo mondo e in Europa stessa, concorda ampiamente con la sinistra anticapitalistica nella dura critica al colonialismo e all’imperialismo delle potenze europee del Diciannovesimo secolo, tanto che una sostenitrice del terzomondismo, con una ulteriore estensione del concetto di “Europa”, ha articolato una critica e un odio particolarmente aspri: la razza bianca sarebbe il cancro del mondo. Ma già negli anni Venti l’ebreo tedesco Theodor Lessing, pieno di odio per se stesso, si era espresso in modo analogo, tanto che Alfred Rosenberg, durante un congresso del partito nazionalsocialista, aveva potuto fare riferimento con un tono pieno di sdegno alle sue affermazioni. Da tutto ciò bisogna dedurre che un’”identità storica dell’Europa”, per quanto sia difficile avvicinarsi alla sua definizione, dev’esserci o per lo meno dev’esserci stata, perché altrimenti l’aspra critica di così tanti avversari e nemici avrebbe di mira soltanto il vuoto. Ma questa identità viene concepita come del tutto negativa.
Un altro carattere dell’identità europea viene alla luce se si prende a confronto il mondo islamico. Anche in quest’ultimo si possono mostrare non poche differenze: la sunna è diversa dalla shiah, i caridsciti non vanno confusi con i sufi. Sulle guerre intraislamiche si possono scrivere voluminosi libri di storia. E tuttavia a qualsiasi osservatore balza agli occhi l’identità: rispetto al punto temporale rappresentato dall’anno Mille del calendario cristiano, nell’anno Duemila non si vede più nessuna differenza molto profonda. Cinque volte al giorno il muezzin chiama dai minareti delle moschee i fedeli alla preghiera, e questa preghiera non presuppone la semplice flessione delle ginocchia, ma la prostrazione dinanzi ad Allah, all’unico Dio. Nessuna “Chiesa” affianca lo Stato, ma la Chiesa stessa è lo Stato, da quando Maometto e i suoi immediati successori fecero dei loro seguaci i signori di una considerevole parte della Terra abitata. La pluralità degli Stati islamici viene considerata come un fatto meramente casuale, che nella realtà non inficia l’unità della “nazione islamica”. All’interno di questi “Stati-Chiesa”, che tuttavia a eccezione degli sciiti non presentano un proprio clero, si pratica la tolleranza nei confronti dei fedeli di altre religioni, cristiani ed ebrei, fintanto che essi si accontentano dello status di dhimmis, di protetti, e non avanzano alcuna pretesa di emancipazione politica. Le dottrine del Corano, semplici e prive di misteri, determinano la vita dei musulmani dalle prime luci dell’alba fino a notte fonda e dalla prima infanzia fino alla tarda vecchiaia. Nessun osservatore può affermare che non ci sia un’identità islamica. Ma questa identità non è statale o sociale, bensì religiosa. Se facciamo un confronto con il cristianesimo, ricaviamo la seguente tesi: l’identità europea fu a malapena religiosa in un senso altrettanto pervasivo come quella islamica, e attualmente essa deve apparire a qualsiasi musulmano, come per altri aspetti pure a ogni buddista, come una realtà completamente irreligiosa.
È tuttavia indispensabile, dopo le interpretazioni negative degli avversari e dopo la raffigurazione di una radicale diversità, dare la parola anche alla comprensione, consolidatasi nel tempo, che l’Europa ha di se stessa. Cercando di sintetizzare nel modo più stretto, questa autocomprensione può essere espressa nei seguenti termini: l’Europa, chiaramente diversa dall’Asia già dal punto di vista geografico in virtù della sua ricca articolazione, è sorta come prodotto storico dalla sintesi fra la civiltà greco-romana dell’antichità, la religione cristiana proveniente dalla radice ebraica e la più recente forza vitale delle tribù germaniche, che nell’età della migrazione dei popoli si impossessarono della parte occidentale dell’Impero romano. L’Europa nasce dunque da una sintesi ricca di feconde tensioni, come per esempio quella fra l’antica religione dell’ebraismo e la più giovane religione del cristianesimo, oppure quella fra l’immanenza mondana dell’antichità e l’orientamento cristiano verso la trascendenza. Da questa sintesi scaturirono il Sacro romano impero della nazione tedesca medievale, ma anche i primi Stati nazionali come la Francia, l’Inghilterra e la Spagna, e, in un processo che diede vita a qualcosa come la “storia universale”, si compì quell’”europeizzazione” di grandi zone del mondo da cui nacque la “modernità”. Da questa concezione si possono facilmente ricavare le risposte alle accuse dei sopracitati avversari. Non solo per Hegel, ma anche per Marx, l’ascetico atteggiamento “ostile ai sensi” caratteristico del cristianesimo degli inizi e di quello medievale fu il necessario presupposto per il successivo predominio della ragione, proprio come la lotta dei predicatori e dei profeti di Israele contro i culti orgiastico-naturali dei cananei era stata una precondizione per la nascita del cristianesimo. La conquista dell’America da parte di spagnoli, portoghesi e inglesi significò, nonostante le deplorevoli circostanze che l’avevano accompagnata, l’apertura e l’inclusione di una grande porzione di mondo in contesti più ampi, e lo stesso vale per il colonialismo, come pure per l’imperialismo delle potenze europee nel Diciannovesimo secolo, che agli abitanti delle colonie e dei territori dipendenti arrecarono tanti vantaggi quanti svantaggi.
In virtù di questa interpretazione che ha predominato per lungo tempo, sia la Russia che l’Oriente romano bizantino furono esclusi dall’Europa, poiché non c’era laggiù alcun collegamento con l’antichità classica. Ma la versione più antica di questa interpretazione, quella cattolica, tendeva addirittura a espellere o stigmatizzare la Riforma e le sue conseguenze come fenomeni della “secolarizzazione”, mentre la versione più recente, quella liberaldemocratica, solo con estrema fatica riesce a instaurare un legame con il “buio Medioevo”. In tutte le sue figure, l’interpretazione consolidata propende per una glorificazione dell’Europa, ma essa si è venuta tanto più a trovare in una posizione difensiva quanto più ha dovuto ammettere che l’autocritica fu fin dall’inizio una peculiarità caratteristica dell’Europa e che, riguardo sia alle guerre mondiali partite dall’Europa sia al nazionalsocialismo, una tale autocritica era proprio inevitabile. In questo modo, dopo un breve momento di successo, la rigida contrapposizione fra “Occidente” e “nazionalsocialismo anticristiano” si rivelò inattendibile già a partire dal 1955 circa, e la tesi ostile portata fino all’estremo, che cioè nel nazionalsocialismo e nel suo antisemitismo culminato con “Auschwitz” si sia manifestata non tanto una peculiarità tedesca, quanto un tratto fondamentale dell’Europa, questa tesi incontrò prevalentemente soltanto il silenzio. Nelle seguenti considerazioni tenterò di tracciare una prospettiva che permetta di assumere una posizione che si situi al di là sia del rifiuto sia della glorificazione dell’Europa.
Anche per l’Europa la religione è stata di importanza fondamentale, non meno di quanto lo sia stata per il mondo islamico e per gli Stati buddisti del Sudest asiatico, ma si è trattato di una religione di tipo particolare e fortemente delimitato. In quanto religione fondata sul mistero di Cristo, Dio fattosi uomo, e della Trinità di Dio, e in virtù della dottrina dell’immortalità dell’anima individuale, il cristianesimo si differenzia nel modo più netto sia dall’assenza di mistero della religione rigidamente monoteistica ebraica e islamica, sia dall’ostilità verso l’individualità che caratterizza il buddismo e l’induismo. Gli uomini che, come il padre della Chiesa Tertulliano, della loro fede devono dire che al giudizio razionale tale fede sembra assurda e che proprio su ciò essa fonda una speranza che travalica tutte le speranze conosciute, la credente certezza cioè dell’immortalità individuale, tanto un’immortalità beata in paradiso quanto una dannata nell’inferno, questi uomini assumono una posizione rispetto al mondo che è completamente diversa da quella di coloro che sono convinti di poter sfuggire, per mezzo dell’ascesi e della preghiera, al mostro mondano del samsara spegnendosi nel nirvana. La speranza nell’immortalità individuale era estranea all’ebraismo originario, e anche successivamente restò un’idea secondaria nei confronti della rigida regolamentazione della vita terrena nell’attesa del regno terreno del Messia, e lo stesso, nonostante tutte le meravigliose descrizioni del cielo e tutte le minacce con le pene dell’inferno, vale anche per l’Islam. La differenza fondamentale nella visione del mondo non impedisce che cristiani, ebrei e buddisti possano interagire e commerciare, ma già lo stupefacente sviluppo del commercio e dell’industria avrà sempre per i fedeli cristiani, ebrei, musulmani e buddisti, un’importanza meramente secondaria.
Agli occhi del cristiano credente è sempre di importanza secondaria se non addirittura negativa il fatto che dalla fede nell’immortalità individuale nasca un “individualismo” quotidiano e orientato in senso mondano, perché ciò non può accadere senza un processo generale di “secolarizzazione” e di “modernizzazione”. Questo processo appunto non scaturisce dal cristianesimo in quanto religione, ma dalla società cristiana. Diversamente rispetto all’Islam, ma anche rispetto all’Oriente romano bizantino, nel Medioevo occidentale la Chiesa e lo Stato, il Papa e l’Imperatore non sono identici l’un l’altro, e accanto alle due potenze principali si sviluppano subito sia Stati autonomi sia città autoamministrate, per lo più non dalla nobiltà, e determinate dalla “cittadinanza”, che si pongono in continuità con l’idea di città del mondo antico. Pertanto già la società medievale europea rivela, nella sostanza, la caratteristica del “sistema liberale”, e va perciò definita come una società “poligonale” o multipolare. Ma, nonostante tutte le lotte fra Imperatore e Papa, nonostante il grande scisma d’Occidente, nonostante la secolare guerra tra Francia e Inghilterra, cioè tra due dinastie per il dominio su questi due Paesi, nonostante i movimenti eretici e la loro sanguinosa repressione, l’Europa medievale resta non meno segnata dalla religione cristiana di quanto il Nordafrica e alcune parti del Medio Oriente, perfino la Spagna, siano state segnate dall’Islam; e fino al Sedicesimo secolo nella cultura materiale si può a malapena parlare di una predominanza dell’Europa.
Una differenza qualitativa si instaura soltanto con la Riforma: da quel momento in poi si produce nel cristianesimo una lacerazione che ha anche significato dogmatico, diversamente dalla separazione fra sunna e shiah nell’Islam. Sia la Chiesa papale, che continua a definirsi “cattolica”, sia le nuove Chiese dei riformatori, avanzano la pretesa di essere la Chiesa universale, ma non la possono imporre e devono quindi accettare la loro differenza, probabilmente duratura, già intorno alla metà del Sedicesimo secolo e poi definitivamente con la pace di Westfalia del 1648. La whig-history inglese tendeva a equiparare protestantesimo e modernità, ma Lutero e Calvino erano tutt’altro che “uomini moderni”, al punto che assai più corretta potrebbe essere la tesi seguente: cattolicesimo e protestantesimo, nonostante la loro ostilità, rimasero strettamente legati l’un l’altro, e le loro opposte pretese di possesso della verità assoluta poterono essere reciprocamente confrontate e, grazie a ciò, “relativizzate”, in modo che, per così dire negli interstizi, potessero nascere una filosofia e una scienza autonome.
Gli esempi di Pierre Bayle e di John Locke mostrano in modo molto evidente questo processo. Poiché le guerre di religione del Sedicesimo e Diciassettesimo secolo in Francia e Germania avevano portato il conflitto a un livello insostenibile, gli sforzi di appianamento e di conciliazione fra le confessioni, come per esempio quello intrapreso da Leibniz, divennero addirittura urgenti. Va detto pertanto che da quella lotta fra elementi non moderni resa possibile dalla struttura del “sistema liberale” nacque la modernità, e che insieme a ciò trovò compimento quel processo di secolarizzazione che sottrasse alle varie confessioni della religione dominante la loro posizione eminente, nel tentativo di porre in primo piano una religione “deistica” o “naturale”. Con l’inizio dell’illuminismo, che al suo interno non fu affatto monolitico, fu possibile una nuova definizione dell’identità europea: il sistema liberale europeo era costituito dalla società che modernizzava se stessa, dalla società che secolarizzava e quindi superava se stessa. Pertanto, dal concetto di “Europa” non può essere espunto né il liberalismo, che iniziò con la vittoriosa lotta della nobiltà inglese contro l’assolutismo, per certi aspetti più moderno, degli Stuart, né l’illuminismo, né, nonostante il grado di casualità che la caratterizza, la rivoluzione francese, né la comparsa del socialismo. Il grande avversario del “filosofismo” illuministico, Joseph de Maistre, presupponeva infattiuna concezione troppo ristretta, quando nel 1821, poco prima della sua morte, disse: “Io muoio con l’Europa”.
La “rivoluzione industriale” che ebbe inizio intorno al 1760 aveva certamente cause molteplici e anche “materiali”, ma tuttavia non è separabile dall’affannosa ricerca di autoaffermazione dei nonconformists. A partire da Turgot e Condorcet “il progresso”, per il quale fino a quel momento non c’era mai stato un concetto riconosciuto, diventò un’idea del tutto centrale e direttrice, che con il liberalismo radicale e con il socialismo si trasformò in ideologie che, pur non negando le origini religiose del concetto di Europa, ne prevedevano un lento “decesso”. In nessuna parte del mondo c’era stata un’altra forma di società che si modernizzava e si secolarizzava da sé, tanto meno all’interno dell’Islam, che rivelava invece un legame molto più diretto, non mediato cioè dalla fede in un mistero, tra religione e “mondo”, al punto da non poter essere “secolarizzato”. Così, in quanto “continente del progresso”, come si potrebbe dire, l’Europa è diventata la dominatrice del mondo, e molti dei suoi protagonisti hanno guardato con superiorità e disprezzo a quelle zone “non moderne” del mondo che in gran parte erano già state sottomesse e che ora si voleva “civilizzare”. Per primi i saint-simonisti e poi le altre scuole del socialismo previdero una situazione mondiale in cui il progresso verso l’uguaglianza e il benessere, in quanto autentica identità dell’Europa, avrebbe trasformato tutta la Terra in un paradiso senza Stati e senza classi. Dalla parte opposta, la più antica ma già completamente marginalizzata interpretazione dell’Europa, l’interpretazione cattolica, propendeva per la tesi che l’identità dell’Europa secolarizzata e “progredita” fosse addirittura la sua non-identità o la sua autodistruzione.
E tuttavia ancora all’inizio del Ventesimo secolo l’Europa era in gran parte non così secolarizzata e modernizzata come Jeremy Bentham e Karl Marx avevano previsto per un futuro molto vicino. Quando negli anni tra il 1894 e il 1896 il sultano turco Abdul Hamid, ordinando massacri di proporzioni enormi, cercò di reprimere i primi tentativi, appoggiati dalle potenze europee, degli armeni cristiani che vivevano in Turchia di ottenere un’emancipazione anche politica, di eliminare cioè il loro status di “protetti”, l’ambasciatore tedesco scrisse in un resoconto al ministero degli Esteri che a Costantinopoli, negli ambienti più elevati, circolava il pregiudizio che gli armeni dovevano essere neutralizzati per sempre. E il Kaiser Guglielmo II annotò a margine: “Cioè, che tutti i cristiani devono essere uccisi. E le potenze cristiane devono stare tranquillamente a guardare tutto ciò? Vergogna a noi tutti”. E quando, vent’anni più tardi, gli armeni sopravvissuti al primo grande sterminio di massa del Ventesimo secolo, quei cinquemila uomini che si erano rifugiati in Cilicia sul monte Mussa Dagh, sulle coste del Mediterraneo, furono accolti dalla marina militare francese, la parola d’ordine di quell’azione era, come ha descritto in modo molto chiaro Franz Werfel nel suo romanzo, “i cristiani salvano i cristiani”.

*Segue nella seconda parte http://www.domus-europa.eu/?p=4901#more-4901

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