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VENTI DI GUERRA DALL'ISLAM. di F.M. Agnoli

Nel mese di luglio 2014 si è tenuto presso la sede del Parlamento Europeo a Bruxelles il terzo dei quattro seminari sul tema “Islam, Cristianesimo ed Europa” organizzati in occasione dell’Anno Europeo del Dialogo Interculturale 2008 dalla Commissione delle Conferenze Episcopali della Comunità Europea (COMECE), dalla Commissione Chiesa e Società (CSC), della Conferenza delle Chiese Europee e dalla Konrad Adenauer Stiftung (KAS), in associazione con partner musulmani. Nell’occasione, stringi stringi, il tema affrontato è stato se l’Islam sia religione di pace o di guerra e se gli europei ne abbiano una visione corretta o alterata da pregiudizi e, se alterata, come la si possa correggere.
La prof.ssa Sara Silvestri, docente presso l’Università di Cambridge e la City University di Londra, ha affermato la necessità di abbandonare l’idea che i musulmani appartengono a una categoria monolitica (il che, in realtà, è assolutamente pacifico dal momento che l’Islam è diviso in varie confessioni fra loro acerbamente ostili) e che, comunque, concetti come la preoccupazione per il benessere di ogni persona, la santità della vita e l’impegno dei credenti nella sfera pubblica sono condivisi da Islam e Cristianesimo. Alla Silvestri ha fatto seguito il rappresentante della comunità islamica della Serbia, lo sceicco Abdullah Nursquoman, che ha sottolineato i pericoli derivanti dalle false interpretazioni dell’Islam e dalle irragionevoli paure, presenti in Europa, di un’invasione islamica e dell’imposizione della sharia, e ha denunciato l’islamofobia quale pretesto razzista per creare odio o discriminare i musulmani, che, in conformità alla loro religione, che richiede “il parlarsi e l’amarsi reciprocamente”, “amano l’umanità perché proviene da Dio e amano Dio perché ci ha creati”.
Per conto del mondo cristiano (ogni seminario – il quarto e ultimo si è tenuto in settembre 2014 – prevedeva una discussione di gruppo con un moderatore, un esperto accademico, un oratore musulmano, uno cristiano e un membro del Parlamento Europeo) è intervenuto il metropolita Emmanuel di Francia, presidente della Conferenza delle Chiese europee (KEK) e rappresentante del Patriarcato Ecumenico presso l’Unione Europea. Il prelato greco-ortodosso ha definito la paura che molti europei hanno dell’islam “irrazionale ma storicamente modellata, promossa dalla rappresentazione parziale e stereotipata di questa religione nei media e dalla generale mancanza di conoscenza dell’islam”, una religione che “era ed è ancora europea attraverso le sue radici”. Spetta alle istituzioni europee, alle Chiese e ai media esorcizzare questa irrazionale paura anche attraverso il trattamento egualitario di tutte le religioni nei mezzi di comunicazione e il loro insegnamento nelle scuole, che dovrebbe sottolineare, invece che le differenze, gli aspetti comuni.
Tutto sommato niente da ridire, specie se si tiene conto che l’iniziativa è prevalentemente delle Chiese europee e che le Chiese cristiane avversano tutte le tesi che prospettano, ancor prima che una guerra di civiltà, una guerra di religione. Resta il fatto che in Europa, a qualunque livello e in qualunque circostanza, non solo per le Chiese, ma per tutti o quasi i soggetti che hanno voce in capitolo (e accesso ai mass-media) l’unica preoccupazione sembra essere di chiedersi se l’Islam sia per sua natura una religione di pace o di guerra e di trovarne differenze e (preferibilmente) concordanze con il Cristianesimo. Domande e indagini a risposta ed esito scontati, oltre che per sacerdoti e pastori, per tutta la larghissima schiera dei politici e degli intellettuali politicamente corretti. In ogni caso a preoccupare non è tanto questo quanto la convinzione che una volta data la risposta alla domanda “teologica” il problema sia risolto e tutto ne discenda di conseguenza,
L’Islam, come ogni altra religione, può essere preso in considerazione sotto diversi aspetti, teologico, storico, culturale, interreligioso e quant’altro può venire in mente, a patto però di non dimenticare quello politico, intendendo per tale il punto di vista molto concreto nel quale devono porsi coloro che governano (o aspirano a governare) paesi in qualche modo e misura interessati ai rapporti con l’Islam. Costoro, possono anche, in via di principio, disinteressarsi dell’Islam come fenomeno religioso, confinandolo, come molti di loro fanno col cristianesimo, nel mondo della superstizione, ma certamente non possono trascurarlo nella misura in cui determina la politica dei paesi islamici e anche delle altre entità attive nel mondo della politica che all’islam si richiamano. Di conseguenza, dal momento che l’islam non distingue fra ciò che si deve a Dio e ciò che si deve a Cesare, anche per i governanti, e più in generale per la classe politica, tutti gli aspetti indicati sono importanti o addirittura indispensabili per saperne interpretare con ragionevole approssimazione anche le manifestazioni e le esplicazioni nell’attualità. Ciò però non toglie che al politico, in particolare quando governa (o contribuisce, anche dall’opposizione, a governare), sia quest’ultima, l’attualità, ad avere l’assoluta prevalenza (in certi momenti e circostanze si potrebbe dire “esclusiva”) come oggetto del suo interesse, non teorico, ma assolutamente pratico dal momento che deve rapidamente concretizzarsi in azioni, appunto, di governo.
In altri termini, nell’attualità a essere decisiva per il politico non è la risposta al quesito, certamente di gran peso per teologi e storici, se l’islam sia religione di pace o di guerra, ma se oggi, in questo particolare momento storico, l’islam, o in una sua parte o in sua versione che, se si preferisce, si può definire col termine “islamismo”, che non designa una religione, ma una sua versione politico-ideologica, mostri al mondo, e in particolare ai paesi che non fanno parte della Dar al-Islam (Casa dell’islam) governata dalla Sharia, il volto della pace o quello della guerra.
Nessuno (o quasi) dubita che il cristianesimo sia, fin dalla sua nascita, per natura religione di pace, ma al tempo delle guerre di religione del XVI e XVII secolo niente era più lontano dalle menti, o comunque dalle decisioni e dalle azioni, dei capi e dei cristiani schierati nel partito cattolico o in quello ugonotto. Nel 1571 Don Giovanni d’Austria, Agostino Barbarigo e gli altri capi della flotta cristiana, o nel 1683 Giovanni Sobieski, Carlo di Lorena e i loro alleati (così come, sul fronte opposto, Kara Mustafa) a tutto pensavano tranne che alla natura pacifica o guerriera dell’islam e del cristianesimo. Quanto al primo, quale che questa fosse ritenuta dai cristiani (comunque all’epoca poco o per nulla inclini a collocarla sotto il segno della pace), in quei momenti l’islam era all’attacco dell’Europa, il che rendeva comunque giusta, oltre che necessaria e urgente, l’intrapresa di una guerra di difesa. Alla quale, giustamente, si provvide.
Ora è di assoluta evidenza che da almeno settant’anni in qua il mondo musulmano è percorso, sia nei rapporti interni fra le due principali confessioni (sunnita e sciita) e anche all’interno dello stesso mondo sunnita, sia nei confronti dell’Europa e, più in generale, dell’Occidente, da venti di guerra. Questi col passare degli anni si sono fatti sempre più violenti fino alla costituzione del cosiddetto Califfato, che ha dichiaratamente nel proprio programma la guerra ai fedeli di altre religioni e in particolare ai “crociati” (identificati in chiunque sia cristiano come da ultimo ha sperimentato il nostro ministro degli esteri Gentiloni, definito appunto dall’emittente radio dell’Isis “ministro crociato”), la liberazione della Casa dell’islam da presenze non musulmane e la conquista di Roma (città-simbolo del Cristianesimo) e dell’Europa.
Poco conta poi che questa guerra, per la quale si è coniato il termine di “asimmetrica”, sia stata e in parte venga ancora condotta con mezzi diversi da quelli tradizionali (ma in Asia e Africa non mancano gli scontri sul campo e gli attacchi alla città con l’impiego anche di mezzi corazzati). Si tratta di modalità operative che non influiscono sulla natura, in ogni senso “bellica”, del fenomeno. Con buona pace del politicamente corretto la situazione è quella descritta, dopo i fatti di Parigi del gennaio 2015 e gli attacchi in Nigeria dei Boko Haram alle comunità cristiane, da François Billot de Lochner, presidente della Fondazione di Servizio politico Liberté politique: “l’onore dei dirigenti deve essere di dire le cose come stanno: noi siamo entrati in guerra. Questa guerra ha un nemico: l’islamismo. I nostri avversari non sono qualche squilibrato. Essi sono numerosi, organizzati e ultra-violenti, e hanno potuto infiltrarsi, usando le armi che noi gli abbiamo fornito, nelle spaventevole caos che noi abbiamo favorito in Libia, in Siria, in Iraq e altrove”.
Implicito (neanche tanto) l’accenno critico alle politiche di quei governi europei (tutti), che non vogliono ammettere di trovarsi coinvolti in un vero e proprio scontro bellico e che, invece di procedere all’identificazione del nemico (che del resto non fa nulla per nascondersi), si ostinano a bizantineggiare sull’appartenenza o non al “vero” Islam dei protagonisti di questa guerra.
Nelle guerre “tradizionali” fra Stati da almeno due secoli, da quando esistono gli Stati-Nazione e gli eserciti sono formati, spesso coattivamente attraverso la leva obbligatoria, da cittadini, non usava porsi il problema se tutti gli abitanti dello Stato nemico fossero a favore della guerra e disposti – se avessero potuto scegliere – a combatterla. La risposta sarebbe stata quasi sempre negativa, ma la domanda nemmeno veniva avanzata o addirittura pensata, perché inutile in quanto a decidere era lo Stato e la massa dei cittadini non poteva non ubbidire.
Ovviamente rispetto al 1571 o al 1683, quando in Europa non vi era nessun motivo di chiedersi, se e quanti fra i sudditi ottomani condividessero i progetti di, conquista del Sultano, la situazione è oggi profondamente modificata dal gran numero di musulmani presenti, per effetto di una incontrollata immigrazione di massa, nel territorio europeo. Situazione in realtà non del tutto nuova per quanto riguarda l’affidabilità patriottica dei residenti nel territorio dello Stato sotto attacco. Già nelle guerre del secolo XX l’affermarsi di credi ideologici a contenuto anche politico aveva costretto gli Stati belligeranti ad ammettere la possibilità che una parte della propria popolazione non solo fosse contraria alla guerra, ma auspicasse la vittoria del nemico e potesse addirittura collaborarvi in quanto portatore della sua stessa ideologia. E’ anche accaduto che alla base del sospetto vi fossero ragioni etniche o etnico-religiose, come nel caso degli Stati Uniti, che nel secondo conflitto mondiale internarono in campi di concentramento i cittadini di origine giapponese.
Tuttavia a fare la differenza è l’entità del fenomeno. Si tratta, difatti, di milioni di musulmani, il cui numero basterebbe da solo ad escludere la praticabilità del sistema adottato dagli Stati Uniti (del resto non troppo razionale e probabilmente a base razzista dal momento che non venne applicato agli italo-americani nonostante lo stato di guerra anche con l’Italia). D’altra parte, se non si vogliono violare le leggi dell’umanità e, per i cristiani, il messaggio evangelico, non è possibile trattare aprioristicamente come nemici musulmani, che nella loro stragrande maggioranza sono senza dubbio, esattamente come tutti gli appartenenti alla razza umana, persone di pace e non nutrono la minima velleità di conquista (da questo punto di vista, per non coinvolgere chi non c’entra, può accettarsi la già ricordata distinzione fra “islam” e “islamismo”). D’altra parte provengono tutti da Stati islamici che, formalmente, non sono in guerra con l’Italia e con l’Occidente, anzi ne sono addirittura alleati. Per converso risulta altrettanto sbagliata la risposta al problema data fino ad oggi dai governi europei, che, insistendo nella definizione di episodi terroristici attribuiti a pochi esagitati, i cosiddetti “fondamentalisti” che nulla avrebbero a che fare con il “vero” islam (ma per l’appunto non è questa la questione), finiscono col confondere azioni comunque inserite in un quadro bellico con gli attentati delle Brigate rosse o della Rote Fraktion Armee.
Per quanto riguarda questo complesso e difficile problema il consolidarsi dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis), che, anche se non riconosciuto da nessuno a livello internazionale, esercita un controllo “sovrano” sopra un consistente territorio, dispone di materie prime (petrolio) delle quali fa commercio, possiede un esercito e un’organizzazione anche civile per amministrare le città conquistate, per quanto possa sembrare assurdo, presenta, pur nei disastri e negli orrori di cui è causa, aspetti se non positivi produttivi di riflessi positivi. I governi dei paesi occidentali, trovandosi di fronte non più solo un’entità indefinita ed inafferrabile come Al-Qaeda, ma quello che è comunque, sia pure di fatto, uno Stato, hanno almeno parzialmente recuperato le tradizionali forme di approccio ai problemi posti da un’aggressione bellica (o alla minaccia di un’aggressione bellica). Si continua a parlare di atti terroristici, ma questi vengono rapportati alla propaganda del Califfato, quindi di un nemico dichiarato e ben individuato con una sua precisa collocazione nell’orbe terraqueo e nella geografia politica del pianeta, che accompagna agli attacchi terroristici vere e proprie azioni belliche condotte da combattenti che si battono sotto le sue nere bandiere, e contro il quale sono in corso azioni belliche con avanzate e ritirate sul campo. In particolare per quanto riguarda il problema degli immigrati non si tratta più (o comunque sempre meno) di distinguere fra musulmani veri e falsi, moderati ed estremisti. Occorre invece individuare fra i nuovi arrivati gli infiltrati del Califfato, che ufficialmente non ha propri cittadini internazionalmente riconosciuti come tali, ma esercita una forte attrazione sulle milizie islamiche che già hanno scelto nel loro paese, la politica della violenza armata, e fra quelli stabiliti in Europa i suoi partigiani e, soprattutto, le cellule dormienti, magari inizialmente collegate ad Al Qaeda, ma oggi in attesa degli ordini del Califfo. Insomma si comincia a capire che si è in guerra anche se, a quanto sembra, non si ha ancora la piena percezione di cosa questo comporti in concreto sul piano interno. Certamente non internamenti o espulsioni di massa, semplicemente il controllo sugli sbarchi (non è più possibile lasciare che gli immigrati si sottraggano ad ogni serio controllo e se ne vadano a spasso per l’Italia senza sapere né dove né come) e il potenziamento dei sistemi già utilizzati nei conflitti del XX secolo attraverso un’opera di intelligence, che, individuando gli ambienti e le zone a rischio, prevenga infiltrazioni di agenti nemici, sabotaggi, attentati, provocazioni, indottrinamenti.

Francesco Mario Agnoli

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