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150 ANNI FA LA GUERRA DELLE SETTE SETTIMANE. Di Luigi Pedrone – parte quarta -.

  Segue da: https://domus-europa.eu/?p=6264

La battaglia di Lissa.

La sconfitta di Sadowa  portò alla sostituzione del Capo di Stato Maggiore, von Benedek , sostituito dall’Arciduca Alberto d’Asburgo Teschen, il vincitore di Custoza che, dopo la guerra del’66,  presiederà la Commissione incaricata di riorganizzare le forze armate austriache.

   Come hanno sostenuto alcuni storici militari austriaci, questa mossa di Vienna fu piuttosto azzardata e avrebbe potuto cancellare il vantaggio conseguito sul fronte italiano. L’ Arciduca Alberto trasferì  uno dei Corpi d’Armata dal fronte italiano alla nuova linea di resistenza lungo il Danubio, a difesa di Vienna; linea difensiva che però non entrò mai in azione per il sopraggiungere dell’armistizio.

   Quindi, se errore ci fu nella decisione di spostare l’Arciduca Alberto, questo va ricercato nella concitazione seguita alla sconfitta di Sadowa; un passo azzardato, infatti, perché sul fronte italiano il Cialdini, che alla fine era riuscito a svincolarsi dal Lamarmora, ottenendo l’autonomia di manovra per la sua Armata forte di 14 Divisioni, aveva iniziato l’avanzata da Ferrara verso il Friuli. Il 24 luglio, sconfitti gli austriaci presso il fiume Torre, ad est di Palmanova, aveva ormai la strada libera verso Gorizia. Solo l’armistizio di Nikolsburg del 26 luglio tra Austria e Prussia, mise fine all’avanzata italiana.

   C’era poi Garibaldi, a cui era stata affidata l’avanzata su Trento, settore tuttavia considerato marginale. All’Eroe venne quindi riservato un ruolo secondario, in quanto, Governo e Stato Maggiore, pur tributandogli  formali onori, lo consideravano pur sempre “una testa calda”, da tenere sempre sotto controllo e confinata in ruoli secondari. Vennero così ignorati i suoi consigli di privilegiare una strategia offensiva, considerata la superiorità delle forze italiane in campo,  e, benché il piano godesse della sostanziale approvazione di Vittorio Emanuele, gli fu impedito di organizzare sbarchi di formazioni di volontari, a Trieste e in Dalmazia per suscitare rivolte antiaustriache in quelle regioni (cfr.A.Scirocco – Giuseppe Garibaldi, battaglie…  – ed. Laterza 2001).

  Garibaldi, dal suo Quartier Generale di Salò, il 23 giugno inizia la manovra di accerchiamento del Trentino, sulla direttrice nord-ovest; aveva inoltre proposto, invano, di armare una flottiglia per attaccare la sponda orientale del  Garda. Il 24 giugno fa avanzare le sue truppe, fino a Monte Suello, sponda nord occidentale del lago d’Idro e a Ponte Caffaro, appena a nord dello stesso bacino; avrebbe quindi puntato su Lardaro, alta valle del Chiese, per proseguire verso Trento dalle Giudicarie.

   Il 25 sera, però, a seguito della sconfitta di Custoza, La Marmora gli ordina di portarsi a difesa di Brescia, per prevenire possibili attacchi austriaci; Garibaldi si porta quindi a Lonato e vi rimane per  qualche giorno e poi, ricevuti rinforzi, lascia  un presidio a difesa di Brescia, e si muove per riconquistare le posizioni che era stato costretto ad abbandonare.

  Il 3 luglio attacca Monte Suello ma viene respinto dagli austriaci, con gravi perdite;  Garibaldi, anche lui ferito, ordina la ritirata. Gli austriaci, a loro volta, temendo che la ritirata italiana possa invece essere una manovra di accerchiamento che li avrebbe intrappolati, abbandonano la postazione.

L’avanzata riprende verso Lardaro e il  14 luglio, a Condino (oggi nel Comune di Borgo Chiese), Garibaldi, pur con pesanti perdite, respinge un attacco nemico.

   Garibaldi è fronteggiato da truppe alpine di eccellente preparazione, ben equipaggiate e ben dirette, mentre le sue formazioni, sebbene numericamente superiori,  non eccellono per organizzazione; emblematico ciò che succede a Monte Suello, quando i garibaldini si ritrovano con le polveri bagnate dalla pioggia, non disponendo di appropriate protezioni per il munizionamento. (cfr. A. Scirocco, op.cit.).

   Comandante austriaco sul fronte trentino è il Generale Franz Kuhn; teorico della guerra alpina, ha alle sue dipendenze reparti di  Alpenjäger e la milizia territoriale tirolese, gli Schützen; questi, tiratori scelti,  perfettamente a loro agio tra quelle valli dove sono nati e cresciuti, vengono impiegati anche in azioni di guerriglia, lo stesso metodo di combattimento privilegiato da Garibaldi.

Il Kuhn, subito dopo la guerra del ’66, promuoverà un piano per la riorganizzazione delle difese dell’area trentina-tirolese  e pubblicherà un volume sulla guerra in montagna che, tradotto anche in italiano, fornirà al Generale Agostino Ricci  la base teorica per la costituzione delle truppe alpine italiane.

  L’avanzata procede e Garibaldi fa occupare Bezzecca dal Generale Ernst Haug, un liberale tedesco, al suo fianco dal ’49; l’austriaco Khun  prende però  l’iniziativa e la mattina del 21 luglio, conquista la cittadina. Garibaldi è colto di sorpresa e non può far altro che riordinare i suoi reparti, che hanno iniziato una ritirata disordinata; riesce da imbastire una contromanovra, fermando l’attacco nemico. Dopo un furioso corpo a corpo, gli austriaci retrocedono: il piano di Kuhn  fallisce, anche se non si può parlare di disfatta austriaca (cfr. A. Scirocco, op.cit.).

  Garibaldi ha la via di Trento aperta ma il 10 agosto, a seguito dell’inizio delle trattative di pace tra Berlino e Vienna,  Garibaldi riceve il telegramma con l’ordine di ritirarsi immediatamente dal Trentino, a cui risponde col famoso, laconico “Obbedisco”.

Anche la Regia Marina italiana non brillava per organizzazione. La flotta, pur dotata  di vascelli di recente costruzione, risentiva dei limiti della cantieristica italiana: di dodici navi corazzate messe in linea a Lissa solo una era costruita in Italia, mentre nessun bacino di carenaggio italiano poteva ospitare le due unità maggiori, la Re d’Italia e la Re del Portogallo. Era poi ancora in atto il processo di integrazione del personale proveniente dalle diverse marinerie preunitarie,  mentre il coordinamento tra Comandi militari di terra e Comandi marittimi era molto carente.

   Il 20 giugno, il La Marmora, contrario ad azioni su Trieste, Istria e Croazia, era entrato in guerra senza aver concordato un piano di  operazioni con la Marina che doveva presidiare l’Adriatico !

   Al vertice della flotta italiana c’è l’Ammiraglio piemontese Carlo Pellion, Conte di Persano, alle cui dipendenze operano, tra gli altri, gli  Ammiragli Albini e Saint-Bon, già della Marina Sarda, e l’Ammiraglio Vacca, già della  Marina delle Due Sicilie.

   Comanda la Squadra Navale austriaca l’Ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff, che due anni dopo verrà nominato  Comandante in capo della Marina Imperiale e darà inizio ad un programma di sviluppo della stessa, puntando soprattutto sulla  formazione del personale; uomo di larghe vedute, organizzerà missioni all’estero, sia per temprare gli equipaggi  che per gettare le basi per accordi commerciali tra Vienna e le altre potenze, accrescendo al tempo stesso il prestigio della Marina austriaca.

    Il 27 giugno l’Imperial Regia Veneta Marina, la flotta da guerra austriaca in Adriatico, cerca un “contatto”  con la flotta italiana, ma l’Ammiraglio Persano ignora la provocazione.

  La flotta austriaca, ancora con naviglio di legno, imbarca forti contingenti di marinai veneziani, triestini, istriani e la lingua usuale a bordo è il veneto, parlato anche dagli Ufficiali, benché la lingua ufficiale sia il tedesco.

  Tra l’8 e il 13, luglio la flotta italiana incrocia inoperosa al largo delle coste marchigiane, di fronte alla Dalmazia, e  il 14 luglio il Persano riceve il telegramma che gli intima di attivarsi ed entrare in contato col nemico entro otto giorni, pena la destituzione; senza convinzione, si adegua quindi ai suggerimenti del Governo, che vuole uno sbarco  sull’isola di Lissa, al largo di Spalato, per costringere il Tegetthoff ad uscire in mare aperto.

   La pianificazione di questa fase preliminare, prevede che l’operazione, preceduta da una intensa attività esplorativa, si svolga nel buio della notte per consentire il taglio  del cavo sottomarino per le comunicazioni tra Lissa e Pola e lo sbarco sull’isola  di un contingente, con il fuoco di copertura delle batterie navali, che devono neutralizzare le postazioni austriache. Danneggiato il sistema di comunicazione austriaco e occupata Lissa, il Persano avrebbe schierato la flotta con relativa tranquillità,  preparandosi a dirigere il gioco contro Teghetthoff, che se ne stava ancora a Pola.

 Come a Custoza, però, emergono subito carenze organizzative e di comando. Il 18 luglio mattina, le navi italiane arrivano in prossimità di Lissa solo a giorno inoltrato, vengono immediatamente avvistate e viene allertata la  base di Pola;  von Teghettoff  sta già uscendo in mare quando gli italiani riescono finalmente a tagliare il cavo sottomarino.

 Intanto l’Ammiraglio Vacca, e l’Albini sparano pochi colpi di artiglieria su due diverse postazioni austriache e, visto che non riescono a colpire i bersagli, senza nulla comunicare al Persano, decidono autonomamente di ritirarsi. Al largo di  Porto San Giorgio, si ricongiungono al Persano che decide di sospendere l’operazione  e invia poi ai suoi sottoposti  lettere di rimprovero per loro comportamento arbitrario, senza un preventivo confronto col Comando di Squadra, praticamente all’oscuro delle manovre dei due Comandanti. L’Albini risponde al suo superiore in modo  sprezzante, dando dimostrazione della coesione  e  dello spirito di disciplina esistente tra i vertici della Regia Marina!

 Le operazioni riprendono l’indomani, 19 luglio. Il Vacca non ottiene ancora alcun risultato e l’Albini, che aveva iniziato un tentativo di sbarco su Lissa, ad un tratto, decide di sospendere  l’operazione.

 L’unico che  opera con tenacia e valore è l’Ammiraglio Saint-Bon, sulla corvetta corazzata Formidabile  ma, lasciato solo, non ottiene risultati di rilievo.

    Lissa, tuttavia, doveva costituire solo una “trappola” per attirare il nemico in mare aperto, per cui non si comprende come il Persano lasci le sue forze disseminate intorno all’isola; solo il giorno successivo, 20 luglio, avvistate le navi del Tegetthoff, si decide a ricomporre la Squadra, con grande difficoltà per il mare in burrasca.

  Pone in avanti le corazzate, distanziando da queste il naviglio in legno, che va a formare un secondo fronte arretrato, al comando dell’Albini.

  Improvvisamente, il Persano decide di trasbordare col suo Stato Maggiore, dalla corazzata Re d’Italia sulla nuova corazzata Affondatore, arrivata in linea il giorno prima. L’operazione genera ulteriore trambusto nella fase di posizionamento del naviglio, che si acuisce quando l’Ammiraglio cambia all’improvviso l’ordine di battaglia, ordinando la  conversione delle navi dalla linea di fronte alla linea di fila, quindi non più con  la prua rivolta verso il nemico ma con il fianco. Se tale manovra consente migliore impiego delle batterie di bordo, poste allora solo sulle fiancate delle navi e non, ancora, anche a prua e a poppa, comporta però la disposizione delle unità  su lunghe file, creando grandi distacchi tra loro e accrescendo le distanze tra i due settori, di prima e seconda linea.

   Alle 11 del mattino la flotta di Teghetthoff, poco danneggiata dal cannoneggiamento italiano, avanza  compatta e  penetra nello schieramento nemico, contrastata solo dal settore centrale della prima linea italiana. La battaglia si frantuma quindi in piccoli duelli navali e la Re d’Italia, colpita al timone,  viene speronata e affondata dalla Erzherzog Ferdinand Max, la nave ammiraglia austriaca. La corazzata Palestro, sfuggita a cinque tentativi di speronamento, viene alla fine colpita: un incendio a bordo provoca l’esplosione della Santabarbara e la nave si inabissa col suo comandante, il livornese Alfredo Cappellini.

  Quando la fregata Re del Portogallo urta di striscio il vascello Kaiser, la corazzata Affondatore, su cui è imbarcato il Persano,  inizia una manovra per lo speronamento della nave austrica; inspiegabilmente, l’Ammiraglio ordina al comandante dell’Affondatore, Martini, di interrompere l’operazione, deviare e allontanarsi, mentre cerca  di richiamare, inutilmente, la Squadra dell’Albini che se ne sta ferma, fuori tiro.

   A mezzogiorno, Teghetthoff, soddisfatto del risultato, dirige su Lesina, inseguito dal Persano che, vista la difficoltà di riunire la flotta,  frammentata su un ampio fronte, lascia libertà ai suoi comandanti di inseguire, come possono, il nemico.

 Solo dopo un’ora, la Squadra italiana, finalmente ricomposta, raggiunge la coda di quella austriaca, e apre il fuoco; gli austriaci si defilano senza rispondere, e il Persano, con le navi a corto di carbone, rinuncia all’inseguimento.

  Nel primo pomeriggio la battaglia è terminata: la Squadra austriaca è ancora integra ma conta 38 morti e 138 feriti, mentre da parte italiana si contano 620 caduti e 161 feriti, oltre all’affondamento delle corazzate Re d’Italia e Palestro.

    La tradizione, non si sa fino a che punto aderente alla realtà, attribuisce al Teghetthoff  la famosa frase: “Uomini d’acciaio su navi di legno, hanno sconfitto uomini di legno su navi d’acciaio”; si dice anche che l’Ammiraglio abbia annunciato la vittoria ai suoi uomini con un trionfale “Fioi, avemo vinto! “, a cui fece eco un “Viva San Marco”, a dimostrazione che lo spirito della  Serenissima sopravviveva nei cuori  degli equipaggi.

    Nel 1867 il Senato del Regno, riunito in Alta Corte di Giustizia, processerà il Persano per la disfatta di Lissa; l’Ammiraglio, riconosciuto colpevole, verrà degradato, privato delle decorazioni e radiato dalla Marina con disonore; la Corte di Conti lo priverà anche della pensione. Morirà in povertà a Torino nel 1883, godendo solo di un piccolo sussidio, corrispostogli dal Re a titolo personale; tenterà la riabilitazione, senza tuttavia  riuscire a produrre prove convincenti, in grado di ridimensionare le sue responsabilità. Durante il processo, la “Revue des Deux Mondes” di Parigi aveva però scritto che “è tutta una flotta, è un Ministero della Marina, è il governo stesso che bisognerebbe convocare sul banco degli imputati, se si volesse colpire la responsabilità collettiva cui l’ insuccesso di Lissa deve essere attribuito”.

    Il 21 luglio, con la mediazione della Francia, Austria Prussia concordano una tregua di cinque giorni preliminare, all’armistizio. Il Bismark, pone le sue condizioni per la futura pace: riforma della Confederazione Germanica, con l’esclusione dell’Austria, e  il diretto controllo prussiano sui territori a nord del fiume Meno.

   Napoleone III  avanza allora due richieste, accolte favorevolmente dai belligeranti: l’impegno al  mantenimento dell’integrità territoriale dell’Impero d’Austria, fatto salvo il Veneto che deve andare all’Italia, e la libertà, per gli Stati tedeschi a sud del Meno, di potersi riunire in una Confederazione, che però non verrà mai costituita.

  Il Governo italiano, per quanto lo riguarda, chiede l’immediata cessione di Verona, come pegno dell’Austria in attesa della cessione del Veneto, che, si insiste, gli venga consegnato senza l’intermediazione francese, considerata umiliante.  Viene  chiesta anche la cessione del Trentino, che viene respinta dal Bismark e da Napoleone.

  L’Italia allora prende tempo, fidando in un successo militare che le consenta una maggiore forza di contrattazione, ma sopraggiunge la notizia della disfatta di Lissa.

  Il 26 luglio, a Nikolsburg, in Moravia,  Vienna  e Berlino firmano l’armistizio e l’Italia, per non rimanere  sola in guerra con l’Austria, vi aderisce il 29 luglio, solo in via formale e senza procedere alla firma. Il 12 agosto, Italia e Austria firmano l’armistizio a Cormons.

  Con la Pace di Praga del 23 agosto tra Austria e Prussia e la Pace di Vienna del 3 ottobre tra Italia e Austria, si conclude definitivamente il conflitto.

   L’Italia  ricevette quindi il Veneto (Venezia Euganea e Friuli) da Napoleone III, come previsto dagli accordi intercorsi tra Parigi e Vienna della vigilia del conflitto; l’Austria era infatti rimasta fermamente contraria alla cessione diretta dei suoi territori all’Italia che, oltretutto, aveva pesantemente sconfitto in terra e sul mare.

   Il Trattato di Vienna comprendeva anche una clausola, che subordinava la cessione del Veneto agli esiti di un plebiscito da indirsi per  le popolazioni locali.

  Il Governo italiano indiceva quindi il plebiscito per il 21 e 22 ottobre 1866. Una farsa, visto che  il giorno 19 , a Venezia, la  Francia aveva già ceduto il Veneto. Il giorno 20, sulla Gazzetta di Venezia,  un trafiletto anonimo dava notizia che “… in una camera dell’albergo d’Europa si è fatta la cessione del Veneto(cfr. Ettore Beggiato – Lissa l’ultima vittoria della Serenissima, ed. il Cerchio, Rimini 2012).

  Il Plebiscito avrebbe dovuto svolgersi sotto il controllo di una Commissione di tre membri, ma la Francia si era defilata all’ultimo momento, rinunciando alla funzione di garante. Forte è il sospetto che le decisioni francesi siano state condizionate in qualche misura dal Governo italiano che, una volta acquisito il Veneto, doveva, per forza, “pilotare” il  plebiscito.

 La consultazione venne preceduta da una campagna intimidatoria nei confronti degli ambienti ritenuti non particolarmente favorevoli all’annessione, se non totalmente avversi; certa stampa arrivò ad intimidire i parroci perché convincessero le popolazioni, soprattutto quelle rurali, a votare per l’annessione, ricordando loro che : “… ove in alcuna parrocchia questo voto non fosse sì aperto, sì pieno quale lo esige l’onore delle Venezie e dell’Italia…sarebbe assai difficile contenere l’offeso sentimento nazionale dal prendere contro i preti di quelle parrocchie qualche pubblica e dolorosa soddisfazione personale” (cfr. Ettore Beggiato, op.cit).

Ai votanti vennero consegnate due schede di colore diverso, una per il SI e l’altra per il NO.

Date le premesse e la “segretezza” del voto, l’annessione passò con un  “plebiscitario” 99%.

Luigi Pedrone

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