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AIUTI DI STATO PER LE BANCHE? NO, GRAZIE! REPRESSIONE FINANZIARIA? SI, GRAZIE! Di Luigi Copertino. – Parte Seconda —

Segue dalla prima parte: http://www.domus-europa.eu/?p=6302#more-6302

Il sistema bancario italiano nel 1930 era sull’orlo del tracollo perché le banche erano implicate direttamente, con massicce partecipazioni azionarie, nel capitale industriale delle imprese travolte dalle ripercussioni del grande crollo americano del 1929. Le banche, quindi, erano impossibilitate sia a concedere altri prestiti sia a ritirarsi, senza far crollare tutta la struttura industriale nazionale, dal capitale industriale. Il contrasto, nel 1931, di Beneduce con Toeplitz fu determinato dal fatto che il presidente della Comit guardava al salvataggio delle banche, che andava profilandosi con l’istituzione prima dell’IMI (Istituto Mobiliare Italiano) e poi dell’IRI (Istituto di Ricostruzione Industriale), due holding a capitale azionario pubblico ma gestite con criteri privatistici e soprattutto autonome dalla politica, come ad un favore governativo concesso alle banche che, ringraziato, avrebbero poi potuto continuare a partecipare al capitale industriale in modo da controllarlo per i propri fini speculativi.

Invece Beneduce assegnava all’intervento dello Stato il compito di eliminare i rischi insiti nella prassi del finanziamento privato alle industrie, separando il capitale bancario da quello industriale e il credito commerciale da quello industriale. Quest’ultimo, il credito alle industrie, sarebbe diventato di competenza dello Stato, soprattutto per aiutare le piccole e medie imprese perennemente esposte a carenza di liquidità e di credito perché di solito prive di accreditamento presso i mercati finanziari e le banche.

Nel 1933 se non fosse intervenuto lo Stato l’intera economia nazionale si sarebbe inabissata come il Titanic dopo la collisione con l’iceberg, tanto la situazione patrimoniale delle banche era ormai del tutto compromessa rischiando anche il tracollo di gran parte dell’apparato industriale. Per Beneduce, che impostò l’intervento pubblico, lo Stato doveva mettere a disposizione i capitali necessari a coprire le perdite e compiere le altre operazioni di salvataggio ma, come contropartita, acquisire, al prezzo di mercato del momento ossia quello di imprese svalutate, i titoli e le proprietà industriali delle banche provvedendo, per proprio conto, alla loro gestione e risanamento. Inizialmente non era escluso il successivo smobilizzo ossia la vendita ai privati delle aziende risanate dallo Stato. Ma poi prevalse la decisione di mantenere le imprese salvate in mano pubblica, di fronte all’impossibilità o alla non volontà del capitale privato di ricomprare le aziende risanate all’effettivo prezzo di mercato rivalutato dopo il risanamento. Beneduce, infatti, non era contrario, per principio, a rivendere ai privati le imprese risanate dallo Stato – infatti così fece nel caso della Bastogi prima del 1937, anno di decisione della definitiva “irizzazione” delle imprese salvate – purché ciò avvenisse senza perdite per lo Stato ossia che i privati riacquistassero a prezzo rivalutato.

Tuttavia la decisione di conservare in proprietà dello Stato, mediante l’Iri, le imprese risanate evitò di effettuare una svendita e quindi un favore al capitale privato in danno dello Stato, come è invece accaduto con gli accordi di privatizzazione, a prezzi di realizzo, del patrimonio pubblico italiano, ereditato appunto dall’Iri, stipulati da Mario Draghi, all’epoca dirigente del Tesoro, sul Britannia, a largo di Civitavecchia, nel 1992, con la consulenza delle grandi banche d’affari transnazionali tra cui Goldman Sachs, della quale Draghi diventò di li a poco presidente della sezione europea, e Lehman Brothers. Le stesse banche d’affari che avevano fornito a Soros le risorse e gli appoggi per mettere in atto, nella primavere ed estate dello stesso anno, il suo attacco speculativo alla lire ed alla sterlina onde costringere Italia ed Inghilterra a svalutare, uscendo dallo Sme, in modo da far crollare anche il prezzo delle industrie pubbliche italiane in procinto di essere privatizzate dal governo Amato. Che se fosse stato un governo nazionale, e non il primo esempio di commissariamento estero della nazione, come altri ne sarebbero poi seguiti soprattutto dal 2008 con Mario Monti, e se avesse avuto ancora il controllo sul debito pubblico, attraverso la sua monetizzazione da parte della Banca Centrale, non avrebbe mai dovuto vendere a ribasso.

A seguito degli accadimenti degli anni ’30 del secolo scorso nacque, in tutto il mondo occidentale, un sistema normativo che imponeva la “repressione finanziaria” ossia uno stretto controllo dello Stato sulla finanza – che, come si è visto nel caso italiano di Beneduce, non significava affatto controllo della politica o dei partiti, questo tipo di degenerazione avvenne più tardi a partire dagli anni ’70 – in modo da dirigerla verso fini di bene comune e di servizio all’economia reale ed allo Stato sociale. Leggi come la statunitense Glass Steagall Act, che imponevano la separazione tra banche commerciali e banche d’affari dedite alla speculazione, o la legge bancaria italiana del 1936, anch’essa da ascrivere alla competenza di Beneduce e Menichella, che nazionalizzava la Banca Centrale e ne faceva il controllore delle operazioni e dei movimenti di capitale, nacquero in questo clima di intervento “sussidiario” dello Stato. Diciamo sussidiario perché – e lo ricordiamo agli ordoliberali – il principio cattolico di sussidiarietà afferma il diritto/dovere dello Stato di intervenire, appunto ab subsidium, laddove il mercato, che non è perfetto, fallisce (2). La legislazione di repressione, vigente in occidente fino agli anni ’90, faceva della funzione finanziaria, in quanto espressione della sovranità monetaria che non può che appartenere allo Stato, una funzione di carattere pubblico anche laddove esercitata dalle banche private. Con la conseguenza che gli amministratori di dette banche erano equiparati, in quanto a responsabilità giuridica penale, ai funzionari pubblici e come tali passibili di incriminazione nel caso di violazione delle norme di tutela pubblica poste a salvaguardia del credito dalle degenerazioni antisociali e speculative. Tutta questa legislazione è stata abrogata, con l’inizio della globalizzazione, in nome delle liberalizzazioni e della libertà di mercato (3).

Come si vede, l’intervento dello Stato non può ridursi, come nell’attuale dibattito in Europa, alla questione aiuti pubblici sì oppure aiuti pubblici no. Porre la questione in tali termini è estremamente riduttivo ed anche truffaldino. L’intervento dello Stato in economia serve innanzitutto a riformare la vigente regolamentazione, esclusivamente favorevole alla speculazione finanziaria ed agli interessi privati avulsi da qualsiasi compatibilità sociale ed etica, in modo da tornare a sistemi normativi che reintroducano la “repressione finanziaria”, combattano la perenne tentazione di autoreferenzialità della finanza – in questo infatti consiste massimamente l’usurocrazia –, consentano l’intervento pubblico di salvataggio ma connesso a ben precise contropartite di disciplina dell’anarchia mercatista sì da permettere al mercato di funzionare emendato, per quanto possibile, dalla sua connaturata tendenza all’asimmetria sociale tra ceti e tra nazioni.

Giulio Tremonti, un liberale non dogmatico che gli ambienti della politica e della finanza transnazionale li conosce bene essendo stato ministro dell’economia ed essendo membro di importanti think tank come l’Aspen Istitute, ha più volte ricordato – anche nel suo ultimo libro “Mundus furiosus” – che nel 2008, nel pieno della crisi bancaria mondiale e prima del salvataggio statale senza contropartite che ha poi consentito alle stesse banche, salvate con pubblico denaro, di aggredire speculativamente i debiti pubblici, c’è stato un momento, simile al 1929, nel quale i governi, se ne avessero avuto la consapevolezza culturale e se avessero voluto, avrebbero potuto riformare l’intero sistema finanziario globale, introducendo un nuovo “global legal standard” ossia una nuova normativa di repressione finanziaria, e sottomettendo l’arroganza dei finanzieri e dei banchieri.

I governi non capirono spaventati dalle minacce dei banchieri centrali – in primis il solito Mario Draghi che non aveva dimenticato il tentativo dello stesso Tremonti di nazionalizzare la Banca d’Italia di cui egli, Draghi, era all’epoca governatore – scesi a tutela del mondo bancario, dato che da quando sono state privatizzate e rese indipendenti le Banche Centrali servono la finanza transnazionale e non gli Stati, e lasciarono che le nuove regole fossero scritte dai banchieri. Che è stato un po’ come lasciare scrivere un nuovo codice penale dai ladri, dai rapinatori, dai truffatori, dai sequestratori, dai mafiosi.

Intanto giunge, in questi giorni, notizia che Manuel Barroso, predecessore di Juncker alla presidenza della Commissione Europea, è stato nominato presidente di Goldman Sach Europa, ruolo che, a seguito dei servigi resi nell’affaire Britannia, fu già di Mario Draghi attuale governatore della Bce. Quando si dice “conflitto di interessi” …!

Luigi Copertino

NOTE

  • Il figlio di Donato Menichella ci ha lasciato questo ricordo di suo padre: «…mio padre era uno “specialista dell’autoriduzione”. Autoridusse il suo stipendio nell’anteguerra a meno della metà. Non ritirò, quando fu reintegrato all’IRI, due anni e mezzo di stipendio; al presidente Paratore rispose: ‘Dall’ottobre 1943 al febbraio 1946 non ho lavorato!’. Fissò il suo stipendio nel dopoguerra a meno della metà di quanto gli veniva proposto; lo mantenne sempre basso. Se il decoro del grado si misura dallo stipendio, agì in modo spudoratamente indecoroso! Il 23 gennaio 1966, al compimento del settantesimo anno, chiese ed ottenne che gli riducessero il trattamento di quiescenza, praticamente alla metà, giustificandosi così: ‘Ho verificato che da pensionato mi servono molti meno danari!’. Ai figli ha lasciato un opuscolo dal titolo: ‘Come è che non sono diventato ricco’, documentandoci, con atti e lettere, queste ed altre rinunce a posti, prebende e cariche. Voleva giustificarsi con noi: ‘Vedete i denari non me li sono spesi con le donne; non ci sono, e perciò non li trovate, perché non li ho mai presi!’ Mia madre (gli voleva molto bene) ha sempre accettato, sia pure con rassegnazione, tali sue peregrine iniziative (anche quando dovemmo venderci la casa e consumare l’eredità di lei); però ogni tanto ci faceva un gesto toccandosi la testa, come a dire: ‘Quest’uomo non è onesto, è da interdire’ poi sorrideva e si capiva che era orgogliosa di lui». Cfr. Vincenzo Menichella, Roma, “Giornata Menichella”, 23 gennaio 1986. Come si vede la stessa etica anima i manager pubblici di oggi, dell’Italia secolarizzata e priva di qualsiasi fede religiosa o civile che sia!
  • Se è vero che lo Stato, che è rappresentato ed “incarnato” da uomini, può sbagliare le sue politiche perché fallibili sono, appunto, gli uomini – i quali per ridurre i margini della propria fallibilità dovrebbero sempre fare tesoro dell’esperienza storica come anche del rilievo teologico e filosofico dell’esistenza mondana dell’umanità – e altrettanto vero che anche il mercato, e per gli stessi motivi di fallibilità e fragilità umana, proprio perché costituito anch’esso da uomini è sempre a rischio di fallimento. Sicché la mitologia del mercato quale spontaneo e benefico dispensatore di ricchezza, armonia sociale ed allocazione ottimale delle risorse si dimostra per quel che è ossia, come detto, una mitologia. Alla fine, tanto nell’ambito pubblico quanto nell’ambito privato, quel che davvero conta ed è decisivo è il cuore dell’uomo, se esso è votato al bene del prossimo o invece al proprio tornaconto.
  • Chiediamo, pertanto, agli ordoliberisti se, alla luce della deflazione globale cui ci ha condotto quarant’anni di liberalizzazione dei capitali finanziari, essi ritengano ancora sufficiente limitare l’azione dello Stato alla sola incorniciatura giuridica – la costituzione economica – del mercato quale garanzia, anti-oligopolista, del suo trasparente funzionamento nella corretta concorrenzialità, oppure se invece non sia necessario un intervento più incisivo regolatore e controllore, e dove necessario anche gestore, dello Stato (ossia di competenti tecnostrutture pubbliche, composte da uomini onesti e votati, quasi monasticamente, alla loro mission pubblica e non, quindi, legati ai partiti) soprattutto nell’ambito degli strumenti finanziari e del loro uso. Sappiamo che agli ordoliberisti, seguaci di Popper, Platone non piace ma, forse, anche il grande ateniese qualche ragione ce l’aveva quando guardava alla qualità degli uomini prima che ai sistemi politici ed economici che essi costruiscono.

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