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SOVRANITA’ MONETARIA E DEBITO ESTERO. di L. Copertino

Quando lo Stato emette, spende e si indebita con la sua banca centrale, pubblica, cioè con se stesso nella sua valuta, non ha nulla da temere. Così come nulla ha da temere quando esso si indebita con il proprio popolo, i propri cittadini, le proprie imprese. Se invece è indebitato pressoché totalmente in valuta estera, lo Stato non gode più di una piena sovranità monetaria e perde persino la propria indipendenza nazionale. Esattamente quanto è accaduto all’Argentina negli anni ’90 e quanto è accaduto agli Stati dell’UE che hanno ceduto la propria sovranità monetaria ad una Banca Centrale incontrollata dai governi e senza alcun governo confederale di riferimento. Perché per le nazioni d’Europa oggi l’euro è come se fosse una moneta straniera che esse non possono governare e nella quale è valutato il loro debito.
Il vincolo esterno, estero, fu la causa principale dell’iperinflazione dello Zimbabwe e, caso storico più noto, di quella della Repubblica di Weimar. In Germania, dopo la Prima Guerra Mondiale, il governo della Repubblica di Weimar, costretto a pagare i debiti di guerra in valuta straniera, non ebbe altra scelta che quella di stampare marchi per comprare oro e valuta estera con cui pagare le riparazioni e le sanzioni. Con le conseguenze drammatiche che conosciamo e che tuttavia non furono affatto, come sbagliando generalmente si crede, la causa dell’ascesa del nazismo, il quale invece trovò il suo terreno fertile, dieci anni più tardi, nella deflazione che colpì l’economia tedesca a seguito del Grande Crollo di Wall Street dell’ottobre 1929.
Invece nel 1922-23, a causa della stupida volontà di vendetta anglo-francese, con il Trattato di Versailles i vincitori, nonostante le proteste di J. M. Keynes che abbandonò in polemica con il governo inglese e francese il tavolo delle trattative, umiliarono la sconfitta Germania inchiodandola alla croce di un immenso debito estero da riparazioni di guerra. Dall’agosto 1921, la Germania cominciò ad acquistare valuta estera pagandola, a qualunque prezzo, con i suoi marchi. Ciò causò una incredibile svalutazione del marco che aumentò a velocità inesorabile. Più il marco affondava sul mercato dei cambi monetari, più era ingente la quantità di marchi necessari ad acquistare l’oro o la valuta estera con la quale, come imposto dalla Commissione delle riparazioni, risarcire le potenze occidentali vincitrici.
Nella prima metà del 1922, il marco si stabilizzò al cambio di circa 320 marchi per un dollaro. Nel giugno dello stesso anno, organizzata dal banchiere statunitense JP Morgan, Jr., si svolse una delle tante conferenze internazionali sulle riparazioni. Nessuno di tali vertici internazionali produssero soluzioni praticabili e soprattutto eque. Di conseguenza l’inflazione, ingenerata dalla moneta stampata per acquistare la valuta estera, divenne iperinflazione e la moneta tedesca, nel mercato dei cambi monetari, crollò a 800 marchi per un dollaro nel dicembre dello stesso 1922. L’indice del costo della vita, che nel giugno del 1922 era a 41, schizzò in quel dicembre a 685, aumentando quindi di 15 volte nell’arco di un medesimo anno.
Questi dolorosi eventi del primo dopoguerra intanto consentono di sfatare la teoria monetarista per la quale è l’eccesso di carta moneta in circolazione a provocare l’inflazione ossia l’aumento spropositato dei costi. Da quando Irving Fisher, economista americano ortodosso ossia neoclassico, ha formulato, negli anni ’30 del secolo scorso, l’equazione che porta il suo nome, ed è detta per l’appunto “equazione di Fisher”, si è accertata una correlazione tra massa monetaria (concetto nel quale va ricompresa non solo la moneta a corso legale ma anche tutto il complesso di altri mezzi di pagamento quasi monetari, come assegni, depositi bancari, moneta bancaria, promesse di pagamento, cambiali, etc.) e livello dei prezzi.
L’equazione di Fisher è la seguente:
M x V = P x T
dove M è la quantità di moneta (legale, bancaria, creditizia, etc.), V è la velocità di circolazione (ossia la velocità degli scambi monetari), P è il livello generale dei prezzi la cui variazione si chiama, appunto inflazione, e T è il numero delle transazioni (ossia degli scambi, dei passaggi di moneta da un soggetto ad un altro).
Laddove, per semplicità, si assumesse un’economia che produce un solo tipo di bene, è possibile sostituire T con Q che indica il numero dei singoli beni scambiati.
Si ottiene così la formula M x V = P x Q.
Traducendo con un esempio numerico, se in un sistema economico vi sono 100 beni e 200 euro di moneta che in un anno vengono scambiati diciamo per 5 volte al prezzo medio di 10 euro, la formula apparirà così: 200 x 5 = 10 x 100.
Ora questa formula è ovviamente vera per definizione, perché vista da sinistra come da destra il risultato sarà sempre 1.000. Si tratta, in altri termini, di una “identità contabile”, una sorta di tautologia, in quanto essa afferma soltanto che la spesa totale in termini monetari (M x V) è uguale al valore monetario dei beni scambiati (P x Q).
Ma non dice assolutamente nulla sulla relazione causale sussistente tra M e P, ossia tra massa monetaria e livello generale dei prezzi. Non dice, in altre parole, se è l’aumento della massa monetaria a causare l’aumento dei prezzi o, viceversa, se è l’aumento dei costi (salari, energia, trasporti, etc.) che compongono i prezzi, quindi l’aumento dei prezzi, a “tirare” più moneta.
Secondo i monetaristi la relazione è del primo tipo e quindi per evitare l’inflazione è necessario contenere la massa monetaria mediante il taglio della spesa pubblica e la moderazione salariale. Quindi, per i monetaristi, gli Stati e le loro banche centrali devono tenere sotto constante controllo la massa di moneta in circolazione onde evitare l’esplosione dell’inflazione e la perdita di fiducia nel valore della moneta.
I monetaristi partono dal presupposto, irreale, che lo Stato e le banche centrali possano effettivamente controllare la tutta la moneta. Questo è l’assunto dell’ortodossia ordoliberale eurogermanica in base al quale è stata pensata la BCE.
Ora, invece, è dimostrato che non solo Stati e banche centrali spesso non hanno un effettivo controllo della stessa moneta legale, una volta messa in circolazione, ma che sicuramente essi non hanno alcun controllo sulla massa monetaria bancaria, ossia di creazione bancaria, come le varie promesse di pagamento realizzate mediante aperture di credito, depositi bancari, assegni et similia, contrattati quotidianamente tra banche ordinarie, imprese e cittadini. Moneta bancaria creata ex nihilo quotidianamente dal sistema bancario.
E’ in questa deficienza di analisi che risiede la causa del fallimento sostanziale delle ricette monetariste. Le quali, una volta applicate, hanno sempre puntualmente provocato soltanto disastri sociali senza, d’altro canto, riuscire a controllare la massa monetaria che spesso invece aumentava, nella sua forma di moneta bancaria, anche laddove era praticata la stretta monetaria da parte dei governi e delle banche centrali. E’ quanto ha dimostrato il post-keynesiano Nicholas Kaldor, confutando il monetarista Milton Freidman.
Infatti, l’esperienza empirica dimostra che quasi sempre l’aumento dei costi, e quindi dei prezzi, precede l’aumento della massa monetaria che pertanto è solo una conseguenza del primo. Ad esempio, la grande fiammata inflattiva degli anni ’70 fu causata dall’aumento del prezzo del greggio sul mercato mondiale dell’energia che causò, insieme agli aumenti salariali giustamente ottenuti in quegli anni dai lavoratori, l’aumento dei costi di produzione e quindi dei prezzi al consumo. Questo fenomeno inflattivo precedette l’aumento della massa monetaria, sia legale sia bancaria o di altro tipo. Non accadde il contrario.
Insomma per i critici del monetarismo è la domanda di moneta, causata da un precedente aumento dei costi e dei prezzi, a provocare l’aumento della massa monetaria, quindi dell’offerta di moneta (legale o bancaria), non il contrario. Ossia non è l’aumento di M a causare quello di P, ma quello di P a causare l’aumento di M.
Naturalmente, dato che l’equazione di Fisher è una identità contabile leggibile sia da sinistra verso destra che viceversa, è ovvio che, anche quando è l’aumento dei prezzi a causare l’aumento della massa monetaria, un effetto retrospettivo non può del tutto escludersi sicché a sua volta l’aumento di M, conseguente all’aumento di P, può provocare una nuova spinta all’innalzamento di P.
Tutto quanto fin qui detto, trova un riscontro storico proprio nella vicenda della grande inflazione della Germania di Weimar, benché al posto dei costi e dei prezzi il ruolo fondamentale lo hanno giocato le riparazioni di guerra in valuta estera, ossia il debito estero. Riparazioni che, in quel contesto, erano paragonabili a “costi nazionali” imposti per vincolo esterno i quali, mediante la stampa governativa dei marchi, “tiravano” massa monetaria nazionale, al fine di acquistare la valuta estera con cui far fronte al debito di guerra. Con – ecco il punto – un secondario, ma micidiale, effetto retrospettivo sugli altri prezzi e costi di produzione spinti in alto dalla svalutazione del marco.
Ma tutto il fenomeno inflattivo, nella Germania dell’epoca, traeva indubbiamente origine da quella forma di costi imposti alla nazione sconfitta che erano le riparazioni di guerra in valuta estera. Il debito estero (di guerra).
Quanto accadde nel 1922 lo abbiamo già ricordato.
La conseguenza fu che il marco, svalutato all’inverosimile, si ridusse a carta straccia che nessuno voleva più sul mercato dei cambi monetari. Neanche i vincitori che, ora, pretesero dalla Germania il pagamento delle riparazioni di guerra in natura. Nel gennaio 1923 le truppe francesi e belghe occuparono la Ruhr, la regione più industrializzata della Germania, per assicurarsi che il debito di guerra fosse pagato in beni, ad iniziare dal carbone delle miniere presenti in quella parte di Germania e nelle altre zone industriali tedesche.
Il marco era del tutto svalutato, sicché la Germania, ridotta alla fame come oggi la Grecia, non era più in grado di acquistare valuta estera o oro con marchi il cui valore era ormai quello della carta straccia. Da qui la pretesa anglo-francese che le riparazioni fossero pagate in beni concreti. L’inflazione tedesca si aggravò ulteriormente quando i lavoratori della Ruhr, spinti da motivi ad un tempo nazionali e sociali (anticipando l’état d’ésprit che più tardi sarà cavalcato dalla marea nazista), proclamarono lo sciopero generale e il governo tedesco stampò più denaro per continuare a pagare loro i salari onde metterli nelle condizioni di continuare la “resistenza passiva” ossia di mantenere le famiglie pur non lavorando e quindi non producendo per lo straniero occupante.
Nel novembre 1923, il dollaro americano raggiunse il valore di 4.210.500.000.000 marchi tedeschi.
Abbiamo voluto ricordare questa storia per due motivi.
Il primo è quello di render noto ai più che la teoria monetarista dell’inflazione non solo è stata scientificamente confutata in linea teorica rivelandosi, poi, infondata anche sul piano storico e dunque empirico, come inefficaci, nel contenere l’inflazione, sono risultate le stesse ricette politiche suggerite da tale scuola.
Il secondo – oggi ossia all’indomani della vittoria in Grecia del partito di sinistra radicale Syriza che ha immediatamente formato un governo di coalizione anti-austerità con la destra nazionalista, in una non nuova né storicamente inedita alleanza “rosso-nera” – è evidenziare che la Germania, da sempre ossessionata dalla sua esperienza del 1922-23 ma troppo spesso dimentica di quella deflazionista del 1929-33, non ha saputo trarre una lezione di moralità cristiana dall’esser stata, a suo tempo, vittima del cinismo avido e vendicativo di Francia ed Inghilterra ed ha trattato la povera Grecia, di questi anni 2010-2015, nello stesso duro e crudele modo nel quale essa, Germania, fu trattata agli inizi del secondo decennio del secolo scorso.
La Germania di oggi si è comportata come lo spietato servo debitore della parabola evangelica (Mt. 18, 23-35). Il quale trattato con carità dal suo Padrone e creditore, che gli aveva condonato il debito, si gettò poi al collo dell’altro servo, suo debitore, incontrato non appena si era congedato dal buon Padrone. Sappiamo, però, come quel Padrone trattò quel servo crudele e malvagio.
Che la Germania della signora Merkel rilegga attentamente questa parabola e mediti a fondo sulle sue responsabilità, perché Dio, il Dio biblico che rimette a noi i nostri debiti chiedendoci di fare altrettanto con i nostri debitori, sconvolgendo l’ordine umano delle cose non guarda, come appunto fanno gli uomini che spesso ne traggono anche motivo di moralismo farisaico, alle cause per le quali una persona o un popolo si è indebitato, ma guarda sempre ed innanzitutto a quanto sa essere misericordioso e caritatevole il creditore.

Luigi Copertino

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