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CHARLIE HEBDO E IL “DOPPIO BINARIO” DEL FENOMENO RELIGIOSO IN EUROPA. – di Giorgio Cataldo (parte seconda)

Ci si può subito accorgere come questo mutamento abbia avuto una declinazione diversa a seconda degli eventi storici e del substrato culturale dei diversi popoli.
Italia e Francia presentano delle connotazioni marcatamente diverse di laicità. Se l’Italia è il paradigma dello Stato concordatario, la Francia lo è del pieno regime separazionista. Se nel caso della Francia la separazione assume una forma caratterizzata da un’innegabile componente anticlericale, in altri ordinamenti la religione acquisisce un valore positivo: pensiamo al sistema italiano (di cui si è già parlato) spagnolo, irlandese, portoghese e austriaco (anche in questo caso in un rapporto privilegiato con la Chiesa Cattolica) o a quelli scandinavi (con le religioni protestanti).
L’Italia è, quindi, uno degli esempi di società impostata su una laicità positiva, in cui è riconosciuto il ruolo fondamentale della confessione religiosa per l’edificazione della cultura di un popolo. I Patti Laternanensi in Italia, riformati nel 1984 (Governo Craxi), hanno considerato “non più in vigore il principio della religione cattolica come sola religione dello Stato”, senza optare, però, per una vera e propria svolta in termini di laicità in senso “secolarista”: proprio dai testi della riforma si evince l’incoraggiamento per una reciproca collaborazione fra Stato e Chiesa “per la promozione dell’uomo e il bene del Paese” e si riconosce “il valore della cultura religiosa”, tenendo conto che “i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano”.
La Francia si muove in un piano totalmente diverso: tutte le manifestazioni e le espressioni religiose nello spazio pubblico sono guardate con enorme sospetto; si tratta di un piano completamente opposto, dato da una laicità non più positiva ma negativa, intesa come “libertà dello Stato dalla religione”, in cui la dimensione religiosa è legittima solo se privata. Una concezione, questa, che solo apparentemente tutela la libertà e l’uguaglianza di tutti, finendo per non rispettare la dignità di ognuno.

Si evince come, a partire da questo duplice modo di intendere la laicità, descritto con gli esempi italiani e francesi (e meritevole sicuramente di una ben più approfondita riflessione) possono svilupparsi degli esiti differenti nei rapporti con le altre religioni e le altre culture, che presentano delle evidenti problematicità di convivenza sotto molteplici aspetti.
Concentrando l’attenzione sull’oggetto della riflessione, ci si potrebbe chiedere provocatoriamente se i fatti di Parigi, posti in essere concretamente da miliziani musulmani, non fossero altro che il risultato delle cattive politiche dell’Occidente e, in particolare, della cattiva considerazione francese del fenomeno religioso, dalle politiche pubbliche fino ad arrivare alla radicale linea editoriale della rivista Charlie Hebdo: siccome la religione è una “faccenda privata”, priva di rilevanza sociale, una rivista di satira può tranquillamente permettersi di ingiuriarla.
È come se gli ultimi decenni delle politiche occidentali siano stati caratterizzati dalla neutralizzazione del fenomeno religioso nello spazio pubblico (che è un po’ un “surrogato” del liberalismo radicale, che ha caratterizzato la Rivoluzione Francese, di cui, possa piacere o meno, i nostri sistemi politici sono suoi figli): ciò avrebbe portato a uno smarrimento attorno all’idea dell’etica pubblica, inspiegabilmente trasformata da laica ad atea. Questa è una tendenza che trova nella Francia il suo modello principale.
Tutto ciò, configurabile sul piano interno, trova un peculiare risvolto su quello esterno: accanto alla neutralizzazione della religione, nei rapporti internazionali si assiste all’assolutizzazione della stessa per invocare uno scontro di civiltà, che ha accompagnato le reazioni occidentali, ad esempio in seguito all’attacco delle Torri gemelle, e le campagne di sostegno alle c.d. “primavere arabe” in Medio Oriente, di cui anche la Francia si è fatta portavoce. È proprio in questi momenti, infatti, che si è potuto assistere alla rivalsa delle ideologie “neo – con” e “teo – con”, che opponevano l’occidente cristiano (!) al radicalismo islamico.
Questo doppio binario, neutralizzante all’interno e assolutizzante all’esterno, non ha fatto altro che mettere in continua tensione il rapporto con l’altro, il quale è finito per essere inteso non come una persona con una propria, peculiare cultura, magari diversa dalla nostra, bensì come un nemico. Nel piano concreto, quindi, questo atteggiamento porta necessariamente a uno scontro con il fenomeno religioso.
Non è questo, certo, l’unico modo per affrontare il problema perché se, da una parte, la società odierna rifiuta ogni concezione assoluta e marcatamente identitaria della politica istituzionale, essa tuttavia nega una completa “astrattivizzazione” del potere, stimolando in positivo il valore del pluralismo, che, come detto, contribuisce a edificare la cultura di un popolo.
È da qui che potrebbe aprirsi una strada per un diverso modo di intendere la società: non un’assolutizzazione della propria identità da scontrare con il diverso, sia nella via sacrale che nella via laicista, ma una ricerca di un punto di incontro.

Giorgio Cataldo

Segue dalla prima parte https://domus-europa.eu/?p=4912

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