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150 ANNI FA LA GUERRA “DELLE SETTE SETTIMANE” – Parte terza – di Luigi Pedrone

Helmuth von Moltke e Otto von Bismarck alla battaglia di Sadowa (o Königgrätz).

Il Bismark, irritato dall’incapacità dimostrata dall’Italia a Custoza, aveva chiesto a Vittorio Emanuele di tagliare la strada agli austriaci, che iniziavano ad alleggerire il fronte italiano per far confluire rinforzi a nord. Ma non c’ era solo l’irritazione per i rovesci dell’alleato sul fronte sud: il Savoia dava al Cancelliere l’impressione di non volersi troppo impegnare. Agli occhi dei prussiani, la manovra italiana di accerchiamento del Quadrilatero sembrava quasi studiata ad arte per non approdare a nulla, con l’episodio culminante di Custoza dove gli italiani avrebbero potuto condurre una decisa controffensiva, se solo lo Stato Maggiore non avesse tenuto inattivi reparti ancora freschi ed ben equipaggiati.

  A Berlino, in sostanza, sospettando che prima della guerra ci fosse stata una promessa segreta da parte dell’Austria per la cessione del Veneto all’Italia (in effetti, come già accennato, Parigi aveva intavolato trattative riservate con Vienna perché cedesse Venezia), si riteneva che Vittorio Emanuele stesse conducendo un gioco sleale, non impegnando a fondo le sue forze, sicuro che avrebbe raggiunto il suo scopo in ogni caso, indipendentemente dagli esiti del conflitto sul fronte italiano (cfr. D.M. Smith – Vittorio Emanuele II, ed. Laterza 1972).

 Veniamo ora al fronte settentrionale. Il 24 marzo 1866, Bismark aveva indirizzato agli Stati tedeschi la proposta di revisione del Patto federale, al fine di escludere l’Austria dalla Confederazione Germanica.  Il 7 giugno la Prussia aveva invaso l’Holstein, in violazione del Trattato di Gastein del 1865 che aveva posto quel territorio sotto l’amministrazione militare austriaca e il giorno 15  aveva presentato un ultimatum a Sassonia, Hannover e Assia per l’accettazione del suo progetto di revisione federale e per il passaggio delle proprie truppe su quei territori. Il rifiuto dell’ultimatum aveva quindi provocato l’occupazione militare di quegli Stati, ponendo quindi la Germania settentrionale in mano prussiana (cfr. A. Palmer- Bismark, Editoriale Nuova, Milano 1982).

 La Prussia, indebolito il fronte avversario in pochi giorni, si apprestava a sferrare l’attacco definitivo. Il Feldmaresciallo Helmuth von Moltke (zio dell’altro Helmuth, Feldmaresciallo durante il conflitto 1914-18), stava conducendo una brillante offensiva. L’organizzazione dell’esercito prussiano aveva consentito una rapida mobilitazione dei reparti, lo Stato Maggiore aveva elaborato i piani sulla base di aggiornate concezioni strategiche, l’efficienza dei comandi, ai vari livelli, consentiva di attuare rapidi spostamenti delle forze  sul terreno e, non ultimo, i reparti erano dotati di fucili di nuova generazione, con una rapidità di tiro due volte superiore a quella delle dotazioni del nemico.

 Non deve essere poi dimenticato il perfetto accordo che intercorreva tra il Bismark e il von Moltke; mentre il Feldmaresciallo agiva sul campo, lo spregiudicato Cancelliere cercava, tra l’altro, il modo di stringere un’alleanza con i nazionalisti ungheresi e cechi contro l’Austria (cfr. Massimo L. Salvadori-Storia dell’età contemporanea- ed. Loescher 1976).

   Sull’altro fronte, gli Stati della Confederazione Germanica, schierati con l’Austria, avevano subito pesanti sconfitte dalla Prussia e il Feldmaresciallo Ludwig von Benedek (lo stesso che nel 1859 aveva combattuto a Magenta, a San Martino e a Solferino) si preparava allo scontro definitivo, in Boemia. Pur con qualche perplessità, decise di dar battaglia nei pressi del villaggio di Sadowa, a sette miglia a nord-ovest dalla fortezza di Königgrätz, presso la confluenza dell’Elba e dell’Adler. Da parte sua von Moltke era convinto di poter accerchiare gli austriaci. Il 3 luglio i due eserciti arrivarono allo scontro che avrebbe praticamente risolto la guerra; il Bismark, presente alla battaglia che si protrasse per otto ore, osservava la fiduciosa calma del Moltke, sicuro del successo  (cfr. A. Palmer, op.cit.).

 La battaglia iniziò all’alba: 184.000 austriaci fronteggiavano 124.000 prussiani dell’Armata dell’Elba e della 1^ Armata. Poco prima delle otto di mattina, l’artiglieria austriaca aprì il fuoco e la 7ª Divisione Prussiana del generale von Fransecky avanzò nella foresta di Swiep, dove venne contrastata da due corpi austriaci. Guglielmo I ordinò alla 1ª Armata di attraversare il fiume per appoggiare von Fransecky. Sadowa venne catturata, ma una feroce battaglia ebbe inizio nei boschi circostanti. L’artiglieria austriaca tenne a bada i prussiani, che stavano incontrando difficoltà nello spostamento delle loro artiglierie. L’attacco prussiano si fermò alle undici ma Benedeck decise di tenere ferma la cavalleria che, con una carica, avrebbe potuto risolvere favorevolmente la battaglia (praticamente lo stesso errore del Lamarmora a Custoza). L’esito della battaglia, tuttavia, continuava ad essere incerto.

  Alle 14,30 il Principe ereditario, la cui marcia di avvicinamento si era protratta per tutta la mattinata, arrivò finalmente con almeno 100.000 uomini della 2^ Armata e attaccò il fianco destro degli austriaci, costretti a lasciare la foresta di Swiep mentre l’artiglieria prussiana colpiva pesantemente. La 2ª Armata prussiana ruppe le linee austriache e prese Chlum, dietro il centro dello schieramento nemico, mentre l’Armata dell’Elba completò la tenaglia, mettendo in rotta lo schieramento di sinistra. Guglielmo ordinò quindi l’ attacco sulla totalità del fronte, attacco inizialmente rallentato da un contrattacco austriaco. Nonostante gli sforzi dell’artiglieria austriaca, la superiorità del fucile Dreyse in dotazione ai prussiani, fucile a retrocarica che poteva essere ricaricato velocemente e funzionare in posizione prona, si rivelò decisiva contro gli austriaci che dovevano levarsi in piedi dopo ogni colpo per riarmare i loro  fucili ad avancarica. Benedek fu costretto a ripiegare, ordinando un fuoco di copertura per la cavalleria ma sacrificando così l’ artiglieria per coprirsi la ritirata. Nello schieramento prussiano c’era anche il giovane Paul von Hindemburg.

 Gli austriaci, benché sconfitti, erano tuttavia riusciti ad evitare l’accerchiamento, potendo così arretrare oltre l’Elba, verso il Danubio, coscienti inoltre del fatto che, anche un eventuale afflusso di truppe dal fronte italiano, a seguito della vittoria di Custoza, non avrebbe potuto mutare le sorti del conflitto. I comandanti quindi cercarono un armistizio immediato ma le condizioni imposte da von Moltke erano troppo drastiche.

  Francesco Giuseppe chiese quindi la mediazione di Napoleone III. All’alba del 5 luglio il Bismark fu colto di sorpresa alla notizia dei passi che l’Imperatore dei Francesi si accingeva a compiere e non per il fatto in sé, che aveva già previsto, ma perché ciò stava avvenendo prima di ogni previsione.

 In ogni caso il Cancelliere suggerì a Guglielmo I di temporeggiare, consentendo così ai prussiani di avanzare e potere, da una ancor più salda posizione, dettare le condizioni della resa austriaca. La guerra andò quindi avanti e 15 luglio, in Moravia, ci furono altri due violenti scontri, funesti per l’Austria.

  Nelle settimane successive però, i calcoli politici presero il sopravvento sui piani strategici: Bismark, che nei mesi precedenti si era adoperato per portare la crisi al suo culmine, ora era ansioso di pervenire alla pace, senza infierire ulteriormente sull’Austria che doveva sì essere sconfitta ma non annientata.  Come si è già osservato, lo scopo del Cancelliere era estromettere gli Asburgo dalla Germania, lasciando tuttavia a Vienna il ruolo di potenza regionale a sud-est, di supporto al futuro Reich tedesco, fine ultimo della politica bismarkiana (cfr. A. Palmer, op.cit.).

Parte seconda: https://domus-europa.eu/?p=6256

Continua sulla quarta parte: https://domus-europa.eu/?p=6316#more-6316

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