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U.S.A.: UN'ECONOMIA REALE. di Maurizio Blondet – parte prima

Sembrava la ripresa americana. I media ne parlavano, ce la additavano ad esempio; ecco, l’economia Usa è stata la prima a riprendersi, perché è flessibile, a dominare è il mercato senza lacci sociali, e credito a iosa…
Belle notizie. I pignoramenti di immobili sono aumentati del 66% anno su anno, nell’ultimo trimestre. Le banche si riprendono case su cui avevano concesso i mutui, che gli abitanti di queste case non possono pagare. Adesso le banche le metteranno sul mercato. A prezzi stracciati. Ciò trascinerà in basso i prezzi dell’immobiliare, tanto più che quelle pignorate sono abitazioni “a cui è mancata da tempo la manutenzione”, dice Daren Blomquist, vice-presidente di un osservatorio del settore, RealtyTrac. La ricchezza posseduta da una tipica famiglia Usa di classe media (in mobili, immobili e salari) era di 87.992 dollari nel 2003. Oggi, è di 56.335.
Nella fascia mediana (ossia classe media) il reddito di una famiglia è oggi diminuito del 7% rispetto a quello che godeva nel 2000. 56 milioni di americani vivono in condizioni di “insicurezza alimentare”, o non mangiano tutti i giorni o ricorrono a banche del cibo caritative per sfamare sé e i figli; ma anche queste banche, dopo tanti anni di depressione, sono sempre meno fornite. Oltre 10 milioni di uomini in età da lavoro (25-55 anni) semplicemente non lavorano; uno ogni sei maschi. Il 26% dei bambini americani vivono sotto il livello di povertà.
Il 25% delle famiglie dei militari in servizio ha bisogno di aiuto sociale per mangiare: sono 620 mila famiglie, il cui padre (o madre) in mimetica, dispiegato in Corea o in Irak, non guadagna abbastanza per sfamarle e pagare le bollette nello stesso tempo.
Il Baltic Dry Index, ossia il costo del nolo di navi da carico che portano merci “secche”, è ad un calo record – e cala del 2009, sostanzialmente senza interruzione E’ la misura più concreta dell’economia reale, degli scambi di merci, alimentari e no, fra paesi. Adesso sono al minimo. Questo calo può anche significare che il credito è scarso e difficile da ottenere; infatti occorre credito per il nolo di navi mercantili.
Ma com’è possibile, visto che farsi prestare denaro costa quasi nulla, grazie alla Fed (la banca centrale) che stampa e stampa e tiene i tassi a sostanzialmente a zero da anni, praticamente dalla crisi di Lehman del 2008?
Ma no, ma no, non è possibile. Infatti le 25 maggiori banche americane riferiscono che, loro, prestano a rotta di collo, danno credito a grandi imprese; imprese ben contente di indebitarsi a tassi bassissimi…per farne cosa?
Si scopre che le grandi imprese usano quel denaro preso a prestito – attenzione! – per comprare le loro stesse azioni, ritirarle dalla Borsa, facendone così aumentare artificialmente il “valore”, dato che le rendono più rare: è la famosa legge della domanda e dell’offerta, diventata folle. Oppure per “fusioni ed acquisizioni”, ossia per mangiarsi altre imprese concorrenti, nella tipica attività cannibalica del capitalismo lasciato senza redini. Ci sono persino aziende, ha notato il Financial Times, che prendono il denaro in prestito (visto che è così conveniente) per pagare dividendi ai grossi azionisti.
Ovviamente questi non sono “investimenti”. Sono operazioni sterili per l’economia reale, i posti di lavoro, i salari produttivi. I prestiti per comprare proprie azioni non portano alcuna crescita nell’economia reale, e nemmeno le fusioni-acquisizioni. Già comprare azioni proprie con i propri capitali è un fallimento dello spirito capitalistico (vuol dire che l’imprenditore non sa in cosa investire, non ha idee); è un fatto del tutto patologico, che porta ad un fittizio aumento delle borse, di valori azionari di imprese che stanno in rovina. Farlo poi con denaro a prestito, è una doppia patologia.


“Gli ultimi dati mostrano che le prime 500 imprese quotate (S&P500) hanno aumentato i loro dividendi ed acquisti di azioni proprie del 6,6%, una cifra-record di 923 miliardi di dollari a giugno, mentre i loro profitti calavano dell’8,4%, ossia di 841 miliardi di dollari, nello stesso periodo”. (così Chris Wood, dirigente della CLSA, grossa impresa di brokeraggio sui mercati asiatici).
Vediamo se abbiamo capito bene: queste grandi aziende si pagano dividendi con denari presi a prestito, mentre i loro profitti diminuiscono. Non fanno crescere l’economia, e si spartiscono il bottino del denaro a basso costo fornito dalla banca centrale. Potranno mai ripagare il debito?
Dell’aumento del credito che le 25 maggiori banche Usa hanno indicato trionfalmente, quanto ne va’ in “investimenti capitali”, ossia per finanziare attività in qualche modo produttive, che so, acquisto di impianti, materie prime da lavorare, , nolo di navi per import o export? Tenetevi forte: il 6 per cento. Il 94% dei prestiti che le grandi imprese hanno chiesto ed ottenuto, va’ in attività sterili che danno un guadagno indebito ai grandi azionisti, fingendo che “il mercato azionario” salga, e di fatto, divorando il proprio stesso futuro.
“Dal punto di vista aziendale, l’indebitamento a tassi zero incoraggia l’ingegneria finanziaria a danno dell’investimento capitale, e nello stesso tempo consente ad imprese non competitive di sopravvivere più a lungo”, dice Wood. Fra l’altro, con un altro trucco notevole: le aziende dissestate si finanziano emettendo obbligazioni; siccome sono malmesse, queste obbligazioni danno un interesse maggiore di quello che gli investitori finanziari trovano sul mercato. Siccome questi investitori (per esempio gli assicuratori, i fondi pensione) sono “affamati di rendimenti” – e sono stati affamati precisamente dai tassi zero della Fed – si buttano ad incettare quelle obbligazioni maleodoranti, in un certo senso non possono fare altrimenti, perché i fondi previdenziali ad esempio hanno bisogno di erogare pensioni attraverso un costante flusso di interessi, diciamo, al 4-5% (introvabile sul mercato attuale dei tassi zero). Quindi dilapidano il capitale, affidandolo ad aziende che un giorno falliranno, per lucrare momentanei e filiformi interessi.
E così ecco spiegato il paradosso: crescono i prestiti concessi in Usa, mentre sempre meno gente ha un lavoro, aumentano quelli che faticano a trovar da mangiare, calano i consumi al dettaglio (perché calano le paghe), aumentano i magazzini di invenduto, cala l’import-export (a livello mondiale: l’India denuncia un calo del 25% di entrambi), e la spesa che cresce è quella per farmaci anti-depressione e persino di anti-psicotici (usati per sedare gravi malattie psichiche).
E si spiega perché la povera governatrice della Fed, Yanet Ellen, abituata alla tranquilla esistenza di professoressa universitaria, soffre di malori e annuncia un giorno che aumenterà i tassi, un giorno che no: non sa cosa fare, semplicemente. Lei e gli altri banchieri centrali sono in un vicolo cieco. Aver tenuto i tassi a zero per tanto tempo, col proposito di stimolare l’economia, non ha vinto il clima di deflazione-depressione (che è mondiale), come dimostrano i cali del petrolio e delle altre materie prime; d’altra parte, lo “stimolo” dei prestiti a asso zero ha gonfiato una immane bolla finanziaria che non sanno come sgonfiare, se non in modo traumatico.
L’elegante madame Lagarde del FMI ha detto alla piccola Yellen di essere prudente: anche “Un moderato aumento dei tassi d’interesse da parte della Fed potrebbe portare al ritiro di capitali dai mercati emergenti”, perché i capitali rifluirebbero in Usa dissanguando paesi indebitatissimi come il Brasile, o in difficoltà come Cina e Russia, e “ciò si tradurrebbe in una recessione globale”. Meglio, aggraverebbe tragicamente la depressione che già è instaurata. “Siamo nel più grave calo da decenni”, ha spiegato i presidente della multinazionale degli impianti petroliferi Schlumberger annunciando una discesa del 6% dei profitti nel trimestre. D’altra parte questa “terza bolla finanziaria de secolo è immensa”, dice David Stockman, che fu il ministro del bilancio sotto Ronald Reagan, e fa’ il confronto con la bolla che scoppiò dopo il crack della Lehman: allora i ercati globali finanziari salirono fino a 60 trilioni di dollari – per poi crollare, dopo la Lehman, a 25 trilioni, innescando la crisi recessiva da cui gli sforzi della Fed e delle altre banche centrali non sono pervenuti a farci uscire. Adesso la bolla globale è di almeno 80 trilioni, tutti creati dalla “sventatezza pura dei banchieri centrali”. Che ora si trovano paralizzati, in attesa della “madre di tutti i collassi che è dietro l’angolo”.
Se Stockman ha ragione la povera Yellen è nella condizione di un camionista il cui autoarticolato sta filando dritto contro un muro a 100 all’ora, e che non può toccare né freno, né acceleratore né il volante.
Ecco perché la minuscola professoressa ha dei malori. “I banchieri centrali sono terrorizzati”, commenta Gerald Celente, un famoso specialista di previsioni finanziarie.. E conclude: “indipendentemente dalla politica della Fed, manteniamo le nostre previsioni di una importante crisi dei mercati azionari a fine anno e delle pressioni recessioniste su scala mondiale”.

segue http://www.domus-europa.eu/?p=5024#more-5024

Maurizio Blondet
da www.maurizioblondet.it

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