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LA LITE RENZI-JUNCKER E LE COMPLESSE RELAZIONI EUROPEE. di Marcello Ciola

matteo Renzi e Jean-Claude Juncker.

Negli ultimi mesi si sta consumando una curiosa telenovela tra il Presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, e il Presidente della Commissione dell’Unione Europea, Jean-Claude Juncker. Volendo riassumere più o meno sinteticamente quanto è accaduto, è utile ritornare al momento in cui i toni hanno inziato ad accendersi, vale a dire quando Renzi ha criticato la politica estera tedesca, colpevole, di voler fare i propri interessi nazionali in ambito energetico a scapito di quelli italiani e di “driblare”, in maniera neanche tanto discreta, gli impegni di politica estera presi (neanche tanto informalmente) a livello comunitario verso la Russia. Successivamente, l’Italia ha utilizzato il suo potere di veto per bloccare il finanziamento di 3 miliardi di euro che l’UE voleva concedere alla Turchia come aiuto per affrontare l’emergenza immigrazione. Quest’ultimo episodio ha scatenato una forte polemica, in cui il Presidente della Commissione Europea ha ribadito con una vena marcatamente polemica che a Roma manca un vero e proprio interlocutore politico, un ruolo la cui responsabilità tecnica ricadrebbe soprattutto sugli sherpa che il governo italiano ha inviato presso le istituzioni europee. Per Juncker, la questione dei fondi sull’immigrazione alla Turchia, è una fondamentale prova di credibilità. Nella stessa occasione, Juncker non ha mancato di levarsi qualche altro sassolino nella scarpa tornando sulla questione della flessibilità finanziaria i cui meriti (che Roma attribuisce al suo semestre di presidenza) ricadrebbero sulla Commissione che ha concesso queste deroghe agli Stati membri; in sostegno alle posizioni della Commissione è intervenuto anche Moscovici, commissario europeo agli affari economici e finanziari, sottolineando come sia paradossale che il Paese che usufruisce più di tutti della flessibilità in materia finanziaria si permetta di criticare spesso e volentieri le stesse istituzioni che gliela concedono. Ricevute le critiche, Renzi è stato abile nel dipingersi come un capo di governo in grado di fare gli interessi nazionali anche a rischio di andare contro la Commissione. Una sorta di “salvatore della patria”. D’altro canto, se la situazione continua su questa falsariga, Juncker potrebbe valutare una operazione del tutto similare a quella fatta con Berlusconi nel 2011 con invio dei “compiti a casa” al governo italiano e, in caso di mancato adempimento, spingere Renzi a fare un passo indietro in favore di un nuovo “interlocutore politico” meno critico nei confronti della Troika.
L’unica incognita che potrebbe impedire una empasse simile a quella passata da Berlusconi è il fatto che l’attuale Presidente del Consiglio italiano è molto caro ai diplomatici americani con cui, già ai tempi della presidenza della provincia, aveva ottimi rapporti e stima reciproca e che potrebbero “coprirgli le spalle” nel caso di pressioni politiche estere. Non è mancato chi ha interpretato questa presa di posizione netta di Renzi come una stoccata “made in USA” data alla Germania e alla Commissione europea, ree di non aver intrapreso azioni più dure nei confronti della Russia. Quest’ultima è certamente una interpretazione interessante ma al quanto azzardata visto e considerato che lo stesso governo Renzi ha avuto coraggio, se è il caso di definire così una scelta politica legittima e legale, di opporsi al finanziamento europeo verso la Turchia, il “cane da guardia della NATO” e ben più caro alleato statunitense nel Mediterraneo di quanto possa esserlo l’Italia.
Sul tema del dibattito Juncker-Renzi è interessante osservare come questo intreccio di azioni e reazioni abbia portato alla luce delle complesse dinamiche interne all’Unione Europea e allo stesso Partito Democratico. I renziani in patria come il Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, o il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega agli Affari Europei, Sandro Gozi, non hanno esitato a mostrare tutta la loro solidarietà nei confronti del Premier, ribadendo da un lato l’aridità dell’atteggiamento di Juncker e la presenza di un dialogo concreto e costante con le istituzioni, e dall’altro la “rinnovata sovranità nazionale” del nostro Paese che ha mostrato in più occasioni la volontà di voler muoversi in maniera autonoma senza subire le decisioni dall’estero: per esempio, cercando di evitare la chiusura dell’ILVA, non svendendo il patrimonio di ENI, nel frenare i finanziamenti alla Turchia e nel negare l’utilizzo di basi italiane per operazioni in Libia senza che vi fosse una autorizzazione preventiva del goveno. Seppure lodevoli tentantivi, nessuna di queste operazioni ha sortito i successi desiderati e altre devono fare conto, di contro, con alcuni ecclatanti insuccessi del nostro governo in Europa e nell’area mediterranea: molti altri asset strategici sono finiti in mani di monopoli esteri e spesso concorrenti (uno su tutti la gestione del caso Alitalia), l’Italia continua a essere isolata sulla questione dei flussi migratori e le operazioni francesi in Libia ci sono anche senza consenso di Bruxelles e senza basi italiane. Interessante è stata invece la reazione della Mogherini che seppure in passato sia stata renziana di ferro, a oggi, come dicono spesso nei corridoi del Parlamento Europeo i suoi vecchi compagni di partito, essa non riesca più a parlare italiano: lady PESC pare abbia infatti tagliato corto sulla polemica di Renzi verso Juncker definendola “roba da stupidi” dando adito a quelle voci che vogliono l’Alto Rappresentante per la politica estera europea già in volo verso New York, alle Nazioni Unite, con il pieno sostegno delle istituzioni comunitarie.
Per concludere, questa forte polemica dimostra poche cose ma significative: che la nostra penisola è considerata dalle élites politiche europee alla stregua di una provincia di Bruxelles e che chiunque sia al potere deve fare i conti con questa mentalità; che Bruxelles, dal canto suo, deve fare i conti con posizioni che sono filo-atlantiste ma anche anti-europee [i], che il Partito Democratico perde pezzi nel momento in cui il “ricatto politico” del Capo del partito perde la sua presa (cioé appena fuori dai confini nazionali) e che le uniche posizioni “terziste” che stanno reggendo in questo momento sono quelle del basso profilo tedesco che sembrano equidistanti da Bruxelles, Mosca e Washington e si stanno dimostrando le uniche in grado di interloquire efficacemente con tutti e tre i partner.

Marcello Ciola

[1] Mi si perdonerà la forte semplificazione dei concetti. In questo caso è bene tenere in cosiderazione posizioni politiche come quella del governo polacco.

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