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RIPENSANDO ALLA RIVOLUZIONE FRANCESE E ALLA SUA EREDITA’. di Nicolò Dal Grande

La Rivoluzione è una grande distruttrice di uomini e caratteri. Consuma i valorosi e annienta i meno forti – Lev Tostoj –
L’anno 2015 corrente balza all’attenzione per le numerose ricorrenze. Su tutte spiccano i cent’anni dall’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale (1915 – 2015), l’immane scontro che costò al popolo italiano più di un milione di vittime fra civili e soldati caduti al fronte.
Non costituisce tuttavia l’unico anniversario ricorrente – benché il più celebrato nel nostro paese – né le altre celebrazioni incarnano avvenimenti di minor rilevanza. Si va dai centocinquant’anni dalla fine della Guerra di secessione americana ai settant’anni dell’epilogo della Seconda Guerra Mondiale – con all’interno le rimembranze di più avvenimenti, dal crollo del nazionalsocialismo sino alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki -, passando per il bicentenario dalla caduta definitiva di Napoleone e dalla conclusione del Congresso di Vienna (1815-2015), che vide il tentativo di cancellare, attraverso la “Restaurazione” il ventennio precedente delle “Guerre Napoleoniche” che sconvolsero l’Europa.
Benché lontani nel tempo e incentrati su vicende storiche differenti – con l’eccezione dei due conflitti mondiali, che possono tranquillamente considerarsi come nuova “Guerra dei Trent’Anni” -, esiste un minimo comune denominatore che collega questi eventi storici ad un’unica radice. La particolarità dei conflitti moderni vede due punti fissi, più che mai sentiti rispetto ai conflitti dei secoli precedenti: la lotta condotta per il trionfo di un’ideologia e la volontà di annientamento del pensiero opposto. Caratteristiche che accomunano tutti i grandi conflitti degli ultimi due secoli, che trovano le proprie fondamenta comuni nella Rivoluzione francese, la cui ricorrenza è caduta lo scorso 14 Luglio.
Originata dopo secoli di inconscia preparazione, dalla nuova concezione dell’uomo che si sviluppò progressivamente a partire dal Rinascimento, passando attraverso l’età della Riforma protestante prima e nella successiva età dei Lumi, la Rivoluzione transalpina, preceduta di pochi anni da quella americana che ne fu precorritrice al pari di quelle inglesi del Seicento, fu uno degli eventi più significativi della storia dell’umanità, la cesoia che stabilì la fine di un mondo e l’inizio di un nuovo.
Essa rappresenta il punto di rottura tra il mondo tradizionale e il mondo moderno e progressista; dalla presa della Bastiglia, fortezza simbolo del potere regio sulla città di Parigi, all’abbattimento della monarchia e all’instaurazione della Repubblica: nell’arco di meno di un lustro, dal 14 luglio 1789 al 21 gennaio 1793, data della decapitazione di Luigi XVI, la Francia, l’Europa e progressivamente il mondo intero, avrebbero visto l’inizio di una nuova era. Una nuova era che, dietro la maschera di alti principi quali la libertà, l’uguaglianza e la fraternità, nascondeva in realtà un lato oscuro e minaccioso che non avrebbe tardato a manifestarsi.
È dalla presa della Bastiglia che sulla Rivoluzione si è costruita una leggenda positiva, incarnata nel mito del riscatto e del progresso, ma mascherante ombre e distruzioni, a partire dal gesto simbolico della morte del re. La decapitazione di Luigi XVI non fu una semplice esecuzione di un monarca deposto; la sua figura infatti incarnava l’essenza del mondo tradizionale, il ponte collegante il mondo degli uomini con la sfera del divino, in quanto re per grazia di Dio. Il re era l’incarnazione della società; era al contempo sacerdote, guerriero e produttore, riassumendo in tal modo i diversi aspetti della società. La ghigliottina Del 21 gennaio 1793 colpì non soltanto Luigi in quanto uomo, ma l’intera società francese ed europea, e con esse l’immagine che avevano di loro stesse. Fu il simbolo del distacco tra il mondo temporale e quello spirituale, mirando simbolicamente a scacciare la religione e la spiritualità dai fondamenti della società.
La Rivoluzione significò anche questo. Una faccia della medaglia rappresentava il riscatto dell’umanità dalle tenebre della tirannia, l’altro incarnava il sovvertimento delle fondamenta della società, escludendone di fatto la sfera spirituale e inaugurando, per ciò che concerne la religiosità, una persecuzione che, sotto diverse forme, risulta tutt’ora in atto.
La “morte di Dio” come si sarebbe scritto tempo dopo, ebbe come diretta conseguenza lo svilupparsi di nuovi culti e pseudo religioni incarnate nel mito dell’infallibilità della dea “Ragione”. In tutto questo la Rivoluzione, sì fallita politicamente dopo la caduta della Repubblica francese e la nascita prima dell’Impero di Napoleone e lo sviluppo dell’illusoria Restaurazione poi, ma irrimediabilmente assorbita nei gangli della società Europea, produsse due nuovi concetti: quello di “nazione” e quello di” ideologia”. Queste due espressioni avrebbero condizionato e caratterizzato gli eventi successivi alla Rivoluzione, sino ai giorni nostri.
Il concetto di “nazione”, subentrante a quello plurisecolare di “naturalità”, introduceva per la prima volta un significato di appartenenza a una data sfera non solo per cultura, ma soprattutto “per sangue”; si introdusse così lentamente la convinzione che ogni popolo avesse una propria missione sulla Terra, da realizzarsi anche a discapito di altri; e fu così che i confini, un tempo aree di incontro e scambio tra culture differenti divennero linee di divisione invalicabile, a dispetto dello sbandierato principio di “fraternità”.
Ben più decisiva fu l’invenzione “dell’ideologia”, ben più pericolosa in quanto non caratterizzata da un preciso pensiero ma bensì dalla pretesa che quel pensiero, qualunque esso fosse – giacobino o reazionario, liberale o socialista, fascista o comunista -, fosse latore della “verità politica”; una verità che andava difesa e diffusa, anche a costo di eliminare chiunque la rifiutasse o solamente la criticasse.
Già nei secoli passati si erano verificate stragi verso componenti diverse, ma a partire dalla Rivoluzione e dall’incarnarsi dell’ideologia nella società, queste si sarebbero verificate con maggiore frequenza, cinismo e mancanza di rispetto della vita. Il Comitato di Salute Pubblica e il periodo giacobino del “terrore rosso” diedero il primo assaggio di ciò, dando origine alle grandi persecuzioni nei confronti di chi non abbracciava l’ideologia giacobina, caduto sotto i colpi della ghigliottina. La difesa dell’ideologia e del pensiero rivoluzionario avrebbe presto toccato vertici tali da svilupparsi e sfociare spesso nella “pulizia etnica”, la prima delle quali venne compiuta ai danni delle popolazioni vandeana e bretone, le quali erano insorte contro il governo repubblicano in nome della fede religiosa e della propria identità; la guerra giunse così a colpire le sfere indifese della società, donne, bambini e anziani, ma non come conseguenza diretta della guerra, ma come volontà di chi perseguiva la volontà di imporre la propria ideologia.
Fu questo il lato oscuro della Rivoluzione che s’insinuò nella società Europea. Influenzata dal concetto di “nazione”, di missione tra i popoli, e con l’invenzione dell’ideologia e la tutela-diffusione della “verità politica”, l’Europea vide lo sviluppo di nuove correnti di pensiero dalle due facce, sorridente e promotrice di giustizia e libertà la prima, oscura e generatrice di odio e persecuzioni la seconda. Lo si sarebbe visto con Napoleone e le “celate” stragi e deportazioni di civili e soldati rei di opporsi; si sarebbe verificato durante il Risorgimento italiano con le persecuzioni ai danni di quelle popolazioni meridionali che sarebbero state etichettate quali “briganti”; sarebbe divenuto regola con il colonialismo; ma soprattutto avrebbe raggiunto l’apice con i conflitti del Novecento e le stragi etnico-sociali ad essi connesse, dalla Rivoluzione bolscevica alle Guerre jugoslave, passando per con la Guerra dei Trent’anni 1914-1945, della quale ne celebriamo le origini senza pensare da quale radice ne trasse la linfa che portò il mondo sull’orlo dell’abisso.
Nicolò Dal Grande

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