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Comunicato del "Consiglio per la comunità armena di Roma".

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” ha accolto con estremo favore le ferme parole pronunciate dal pontefice e i successivi commenti di tutti gli organi di informazione italiani che hanno testimoniato una inequivocabile vicinanza alla causa armena. A parte qualche stonata nota politica (figlia di una mentalità opportunista e dell’eterno indecisionismo che ha spesso caratterizzato i governi italiani), e peraltro censurata da tutta l’informazione, non possiamo che salutare con favore l’attenzione dell’opinione pubblica italiana al tema del genocidio armeno. In risposta alle stizzite ed offensive proteste turche ci pare tuttavia doveroso, a beneficio degli organi di informazione precisare quanto segue: 1) In discussione non sta solo un termine, la parola “genocidio”; se così fosse la questione sarebbe stata diplomaticamente e storicamente risolta da un pezzo. 2) La Turchia per decenni ha negato la questione armena rifiutandosi di riconoscere la stessa presenza degli armeni su quel territorio (chiamato fino al 1915 “Armenia”!). Ha sostenuto che non vi era stato alcun genocidio perché gli armeni lì non c’erano mai stati. 3) Per confermare tale teoria, per decenni i turchi hanno distrutto ogni traccia della presenza armena, financo le lapidi cimiteriali. Sul sito dell’ambasciata turca in Italia nella elencazione dei popoli che hanno vissuto nella regione ancora oggi mancano proprio gli armeni… 4) Allorché tale tesi è stata demolita dalle risultanze storiche e documentali, i turchi hanno cominciato pima a promuovere la tesi della “guerra civile”, e da ultimo hanno indicato la prima guerra mondiale come causa delle morti; ma anche tra Italia e Austria si combatteva in quegli stessi mesi eppure, per fortuna, non stiamo a parlare di centinaia di migliaia di civili austriaci o italiani uccisi… 5) I decreti di deportazione, la legge del giugno 1915 sulla confisca dei beni armeni e i dispacci del tempo testimoniano inequivocabilmente la volontà di sterminio. 6) Ancora recentemente la Turchia si è dichiarata disponibile ad aprirei propri archivi e discutere con gli storici la questione: peccato, come emerso anche nel corso dell’indagine su Ergenekon, molti di questi documenti sono stati distrutti da squadre di funzionari dei servizi segreti militari e civili che avevano il compito di far sparire le prove di quelle colpe che, invero, la stessa corte marziale ottomana nel 1919 aveva accertato condannando la triade dei Giovani Turchi Talaat, Enver e Jemal. 7) Le “condoglianze” e le ultime iniziative del sultano Erdogan confermano, anzi rafforzano la volontà negazionista turca: il tentativo di far passare i morti armeni (“al massimo mezzo milione”…!!!) come vittime di una guerra e non come obiettivo di una carneficina studiata a tavolino per creare la purezza della razza turca in Anatolia rappresentano un ulteriore schiaffo alla Memoria armena, al pari della pagliacciate delle celebrazioni per la battaglia di Gallipoli anticipate al 24 aprile nel tentativo di coprire quelle per il centenario del genocidio. Non comprendiamo che cosa spinga la dirigenza turca a perseverare in questo atteggiamento; le parole di Francesco avrebbero potuto essere l’occasione per un esame di coscienza, per una presa d’atto del passato e avrebbero permesso ai turchi di scavare un fossato tra loro e gli antenati ottomani. Riconoscere, se non il termine “genocidio”, quanto meno un’azione di sterminio di massa mirata ad eliminare il popolo armeno in nome di teorie naziste sulla purezza della razza turca, consentirebbe alla moderna Turchia di guardare al futuro con più serenità e permetterebbe di porre fine alla questione armena. Ma forse le teorie naziste sulla purezza della razza turca sono ancora di moda ad Ankara… Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” continua il proprio impegno contro il negazionismo

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