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RICORDANDO ARMIN WEGNER, L’UOMO CHE PER PRIMO RIVELO’ IL GENOCIDIO DEGLI ARMENI. di Nicolò Dal Grande

Chiunque nutra interesse verso la storia e desideri attingerne alle fonti per dissetarsi di conoscenza prima o poi s’imbatte nel dubbio se ciò di cui si abbevera sia la verità o una menzogna che svia. Non è semplice come si può credere  il compito dello storico; passioni, pensieri e, soprattutto, convinzioni, idee e ideologie ne condizionano la ricerca e il suo “raccontare la storia”. Di ciò lo studioso deve tenere conto, nella consapevolezza che una reale imparzialità nel raccontare gli eventi non è possibile ma che nel farlo l’onestà deve essergli da guida. Come ebbe a dire Gaetano Salvemini “imparzialità è un sogno, la probità un dovere”.

Dovere, quello di essere “probi”, che ancora oggi molti non hanno fatto proprio. È di questi giorni la ricorrenza di uno dei più angoscianti drammi del Novecento, il genocidio degli armeni ad opera dei turchi; un evento dal quale ricorrono ormai cento anni , trascorsi tra le voci di chi chiede ricordare, le urla di chi vuol negare e il silenzio di chi ancora ignora. È fatto quotidiano il ricordo di papa Francesco e la pronta, e dura, risposta del governo turco, erede dell’Impero ottomano che attuò il massacro, con il tentativo di ridimensionamento dell’ONU per tranquillizzare la Turchia, definendo l’evento un “eccidio” ma non ciò che fu: un genocidio. Non che un aggettivo possa fare la differenza in un dramma sul quale la storiografia turca, nel tentativo di limitare il fatto inserendolo come evento contestuale alla Grande Guerra, tende a negare un disegno specifico di sterminio del popolo armeno che nei fatti è databile ben prima del conflitto, addirittura al 1890. Un quarto di secolo. Una disonesta intellettuale e ideologica che si è trasmessa nella società turca, tanto da prevedere il carcere per solamente si azzarda a nominare la parola “genocidio”.

Essere probo, ovvero onesto. Ma probo può coincidere talvolta con “giusto”, aggettivo che definisce coloro che vivono seguendo la via della rettitudine. E in questa sede vogliamo ricordare la figura storica dell’uomo che per primo ebbe il coraggio di testimoniare al mondo la tragedia armena: Armin Theophil Wegner.

Nato a Elberfeld in Germania nel 1886, Armin T. Wegner rappresenta la sintesi tra l’essenza dell’uomo onesto e dell’uomo che vive rettamente. Amante dei viaggi e aspirante scrittore, prese la scelta di arruolarsi nell’esercito tedesco allo scoppio della Grande Guerra con il desiderio di visitare le terre tra il Tigri e l’Eufrate, all’epoca dominio dell’Impero ottomano, alleato del Reich tedesco nel conflitto. Sottotenente nel Corpo sanitario tedesco distaccato presso la Sesta Armata turca tra Siria e Mesopotamia, Armin fu testimone della grande persecuzione armena, assistendo alle terrificanti “marce della morte”, le deportazioni cui furono soggetti migliaia di armeni attraverso il deserto della Siria, attuate dalla Turchia con la supervisione dell’alleato tedesco. Centinaia di migliaia tra uomini, donne, infanti caddero stremati dai patimenti, mentre a migliaia venivano trucidati dalle milizie e dai militari turchi, in preda ad un odio nazionalistico e religioso che trovava origine  nelleaspirazioni indipendentiste armene del secolo precedente che avevano portato gli ottomani, ed in particolare il movimento dei “Giovani Turchi”, a discriminare l’etnia armena già dal 1890, e che prima del conflitto mondiale si era già tradotto nello sterminio di 30.000 armeni nel 1909.

Ciò a cui assistette Wegner non fu altro che il prosieguo della politica di odio e sterminio inaugurata venticinque anni prima. Nell’assoluto silenzio delle autorità tedesche ivi presenti, Armin fu la voce che trasmise al mondo le verità nascoste tra le sabbie infuocate del deserto siriano. Disobbedendo agli ordini impartiti dal comando,  ebbe il coraggio di raccogliere informazioni, documenti e soprattutto foto. Furono infatti le centinaia di immagini scattate da Wegner la prima e più importante testimonianza del genocidio armeno; foto che coraggiosamente riuscì ad occultare e a salvare dalla distruzione cui furono sottoposti i suoi appunti una volta arrestato e rimpatriato in Germania su pressione ottomana, nascondendone i negativi sotto una cintura. Le allucinanti marce, le impiccagioni, le scioccanti immagini delle giovani armene crocifisse lungo la via…. nulla di ciò forse sarebbe giunto a noi senza il coraggio e la volontà di giustizia di Wegner. Egli garantì alla storia di venire alla luce e di non rimanere sepolta sotto la sabbia del deserto. Parlò alla Germania e al mondo intero di quanto accadeva in Medioriente attraverso una lettera aperta sul Berliner Tageblatt, che fu presentata al presidente americano Wodrow Wilson alla Pace di Parigi nel 1919, e tutti gli orrori che vide furono riportati nei suoi testi , da “La strada del non ritorno” (1919) a “L’urlo dell’Ararat” (1922). “La mia coscienza mi chiama a testimoniare. Io sono la voce degli esuli che urla nel silenzio” ebbe a scrivere.

Ciò che vide in Medioriente segnò profondamente Wegner, da allora divenuto convinto pacifista, contrario ad ogni forma di discriminazione, tanto da scrivere negli anni Trenta di suo pugno una lettera ad Adolf Hitler, domandando la cessazione delle persecuzioni ai danni degli ebrei: per questo fu incarcerato e torturato dalla Gestapo. Internato nei lager nazisti, una volta rilasciato fuggi a Roma, città che lo avrebbe accolto sino alla sua morte il 17 maggio 1978. Sulla sua lapide sonio riportate le celeberrime parole di Papa Gregorio VII: “Ho amato la giustizia e odiato l’iniquità. Perciò muoio in esilio”. Parte delle sue ceneri riposano presso il “Dzidzernagapert“, il monumento memoriale del genocidio armeno.

Armin T. Wegner è annoverato tra i “Giusti tra i giusti”. Probo e giusto. Un esempio per le generazioni presenti affinchè possano un giorno diventare esempio per le generazioni future, per far sì che la verità storica non sia sepolta dall’ideologia e dalla demagogia.

Nicolò Dal Grande

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