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L'EUROPA VIVE DELLE SUE DIVERSITA'. INTERVISTA A NORBERT HOFER, CANDIDATO ALLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA FEDERALE AUSTRIACA PER IL FPÖ. – prima parte –

Premessa

La notizia dell’imprevista vittoria di Norbert Hofer al primo turno delle elezioni per la Presidenza della Repubblica Federale Austriaca del 24 aprile scorso ha consentito di constatare come la stragrande maggioranza della stampa e dei media italiani vivano di riflessi condizionati. Un fatto politico importante in uno stato a noi confinante avrebbe dovuto portare tutti ad un’analisi seria dell’accaduto, incominciando da una conoscenza diretta delle tesi, della personalità e dei progetti del candidato. Al posto di ciò, chiunque “faccia un giro” su internet si renderà conto della coralità monotona dei toni usati, che ripetono in maniera ossessiva un mantra denigratorio ed esorcistico che ben illustra la capacità analitica di queste testate e la propria profonda inutilità. Dopo settimane di inutile attesa, nulla di meglio, nulla di più opportuno.

Norbert Hofer, 45 anni, candidato alla presidenza della federazione austriaca per l’ FPÖ – Partito delle Libertà -.

Domus Europa lavora diversamente. E presenta in esclusiva per l’area linguistica italiana questa ampia intervista, realizzata da Rainhard Kloucek e Philipp Jauernik per la rivista dell’Unione Paneuropea austriaca, Paneuropa Österreich. Traduzione redazionale.

L’intervista è stata suddivisa in due parti. La seconda parte ed ultima parte verrà pubblicata venerdì 20 p.v.

Norbert Hofer si è diplomato all’istituto tecnico con specializzazione in tecnica di volo. Il suo esordio in politica si data al 1994, in qualità di candidato e di responsabile organizzativo dell’FPÖ Burgenland. È vicepresidente del partito e co-vicepresidente del Consiglio Nazionale austriaco.

PÖ (Paneuropa Österreich): Quale motivazione la spinge a candidarsi alla carica di presidente?

NH (Norbert Hofer): Credo che ogni momento storico abbia bisogno del presidente giusto. Abbiamo vissuto periodi in cui era importante che il Presidente ricoprisse un semplice ruolo diplomatico. Kirchschläger[1] è stato uno di questi. Tuttavia credo che ora serva un presidente che sia pronto anche ad afferrare il timone della nave, dal momento che alcune cose non funzionano come dovrebbero. Ecco, questa è la mia motivazione: essere qualcuno che sappia anche, all’occorrenza, reggere il timone.

PÖ: Il presidente federale non si può certo definire potente. Spesso viene visto come una sorta di ‘notaio di stato’; in passato era considerato quasi un sostituto dell’imperatore nel ricoprirne gli incarichi cerimoniali. Di solito viene ricordato per i suoi discorsi, dal momento che esercita il suo potere tendenzialmente attraverso la parola. Non per niente Kirschläger è diventato famoso soprattutto per la sua frase sulle «paludi da sanare».[2] Ci sono per Lei ambiti in cui ritiene che al presidente dovrebbe essere dato più ampio margine di intervento?

NH: Beh, possibilità di azione concreta per il presidente esistono già dalla riforma costituzionale del 1929. E’ comandante in capo dell’esercito. Ha la facoltà di far dimettere il governo e di sciogliere le camere. Queste facoltà, unitamente al fatto di essere l’unica carica in Austria eleggibile direttamente dal popolo, gli conferisce nella pratica un grande peso politico, qualora egli sappia utilizzarlo. E quando, come sta accadendo ora, il governo non lavora bene perché tutto è paralizzato dalla questione migranti e non vi è la minima attenzione per tutti gli altri problemi – e ne abbiamo davvero tanti – allora il presidente è chiamato a intervenire, a chiamare a sé il governo, a dire chiaramente quali vie si possano ipoteticamente imboccare. Se l’Austria vuole essere pronta al futuro, allora dobbiamo operare dei cambiamenti. Se riguardo al tema immigrazione non vogliamo abbandonare il nostro paese a sé stesso, allora dobbiamo investire nell’esercito, nella polizia, e dobbiamo anche costruire vere barriere di confine, visto e considerato che Schengen non funziona. Nel momento in cui qualcosa non va il presidente deve dire al parlamento: vi prego, trovate una soluzione adesso, altrimenti devo sollevare il governo dal suo incarico. Tutte queste possibilità gli competono, e proprio grazie ad esse gode anche di una corrispondente importanza.

PÖ: Eppure da solo non può cambiare le cose.

NH: Naturalmente non in maniera diretta. Tuttavia può sempre destituire un governo che non funziona.

PÖ: Potrebbe addirittura immaginarsi di non firmare una legge?

NH: Solo nel caso in cui questa non sia conforme alla costituzione. Altrimenti credo debba prendere atto della maggioranza eletta democraticamente.

PÖ: Quindi il confine risiede, per così dire, in quanto previsto dalla costituzione?

NH: Esatto.

PÖ: Confine che naturalmente potrebbe essere modificato?

NH: Che potrebbe essere modificato, sì. Ma questo lo devono decidere i cittadini. Ho già detto tempo fa che si potrebbe pensare ad un modello di governo in cui il presidente presieda il Consiglio dei Ministri. Sarebbe teoricamente possibile, ma molte cose dovrebbero cambiare. Ad esempio si dovrebbe rendere più forte il sistema bicamerale per ottenere un maggiore equilibrio. Per questo avremmo bisogno di un Consiglio Federale solido, cioè di una camera alta più potente. A questo punto potrebbe esserci anche una figura presidenziale più potente. E per fare tutto ciò servirebbe un referendum.

PÖ: Di un’importante funzione del presidente abbiamo già parlato. Un’altra sua funzione ben nota a tutti è quella di comandante in capo dell’esercito. Circa tre anni fa si è tenuta una consultazione popolare, fatta, come molti pensano, al solo scopo di sostenere il servizio civile. La maggioranza si è chiaramente espressa a favore del mantenimento della leva obbligatoria. Lei come si colloca rispetto a questioni quali servizio militare obbligatorio, esercito professionale, difesa militare su ampia scala del paese?

NH: Sono un grande sostenitore della leva obbligatoria, perché sono convinto rappresenti una fase della vita in cui l’individuo forma la propria personalità. L’ho sperimentato su di me, e lo stesso hanno fatto tanti miei commilitoni durante il servizio militare. Abbiamo bisogno della leva anche perché è il miglior modello per un paese come il nostro, che è un paese neutrale.[3] E’ però un peccato che dopo un simile risultato elettorale non si siano effettivamente messi nelle mani delle forze armate gli strumenti per assolvere ai loro compiti. Spendiamo qualcosa come lo 0,6% del PIL per la difesa interna. Una simile percentuale è a malapena sufficiente per un’attività ordinaria. Con questo non voglio parlare di investimenti straordinari, che comunque sarebbero necessari. Spero che ora abbia inizio un periodo in cui anche alla politica diventi lampante come non sia più possibile risparmiare sull’esercito, perché altrimenti questo violerebbe gli obblighi fissati dalla legge: in qualità di stato neutrale abbiamo il dovere di difendere questa neutralità.

PÖ: Secondo alcuni, infatti, l’Austria non è mai diventata neutrale, perché gli obblighi circa la dotazione all’esercito non sono mai stati assolti.  

NH: Sono fortemente a favore della neutralità. Credo che l’Austria dovrebbe utilizzare attivamente la forza che deriva da questa sua posizione, rivestendo il ruolo di nazione pacificatrice nella quale si invitano capi di stato e di governo fra i quali ci sono tensioni o addirittura conflitti, al fine di condurre negoziati di pace su suolo neutrale. Le trattative con l’Iran ebbero successo. E per me quello fu un ottimo esempio di ciò che l’Austria potrebbe fare in questo senso.

PÖ: Lei conosce la costituzione. Abbiamo nove stati federali. Abbiamo uno organo centrale che riscuote le tasse. Gli stati federali – detto in maniera poco elegante – gliele consegnano. Alcuni dicono che questo sistema è inefficiente, che gli stati federali andrebbero aboliti, che piuttosto andrebbero accorpati i piccoli comuni. Altri invece che il federalismo non è affatto male, ma che bisognerebbe avere un federalismo vero come quello della Svizzera, dove cantoni e comuni hanno la sovranità sulle proprie tasse. Sino ad ora i nostri stati federali hanno rifiutato questo modello. Lei tenderebbe verso una di queste due direzioni, da un lato centralizzazione, dall’altro invece un vero federalismo?

NH: Io sono per il federalismo e per una netta spartizione dei compiti. Qui in Austria si è giunti a un sistema misto, perché durante l’elaborazione della Costituzione non ci si riuscì ad accordare in modo definitivo su come procedere. Chi ha quali competenze? Ci dev’essere una divisione chiara. Qual è il compito del governo federale? Quale quello dei singoli stati federali? C’è realmente bisogno di un’amministrazione centrale mediatrice, c’è realmente bisogno di un quadro legislativo generale e poi di leggi applicative per ciascuno stato federale? La responsabilità su come gestire entrate ed uscite fiscali è un punto molto importante. Non voglio arrivare a dire che ciascuno stato federale debba incassare da sé tutte le tasse. Tuttavia in determinati settori gli stati dovrebbero avere la possibilità di decidere, entro dei limiti prestabiliti, a quanto debba ammontare un’imposta. Vorrei fare un tentativo e vedere se questo possa funzionare, ad esempio, per l’imposta sul reddito delle società. In questo modo lo stato federale potrebbe decidere autonomamente quanto essere attrattivo per lo sviluppo locale.

PÖ: Quali sono altre imposte cui estenderebbe la stessa possibilità?

NH: Per prima cosa proverei con l’imposta sul reddito delle società e starei a vedere come va, prima di decidere se si possa concedere una maggiore flessibilità in questa direzione.

PÖ: Siamo membri dell’Unione Europea, la quale ha un principio fondamentale, più volte nominato nei trattati: si tratta del principio di sussidiarietà. Spesso è definito soltanto fra gli stati membri e l’Unione stessa. Lei come lo definirebbe?

NH: Qui abbiamo veramente stravolto le cose. Questa non è l’Unione Europea che De Gaulle si era immaginato. Ci occupiamo incessantemente di questioni marginali: come dev’essere costruito un telefono della doccia? C’è addirittura un disposizione comunitaria che riguarda i sedili dei trattori e che in maniera estremamente precisa regola come questi debbano essere fabbricati in tutt’Europa. Lo capisco, si tratta di cosa utili nella pratica. Tuttavia le grandi questioni comuni non vengono trattate. Da un lato ci si preoccupa delle norme per le sedute dei trattori, ma dall’altro non si riescono ad elaborare standard di sicurezza vincolanti e uniformi per l’utilizzo dell’energia nucleare. Questo lo trovo inconcepibile. Abbiamo bisogno di una vera Europa della sussidiarietà, nella quale gli stati membri si occupino da soli di ciò di cui sono in grado di occuparsi. Prendiamo le politiche agricole, che sono di certo una grossa voce di spesa per l’Unione. Sono convinto che in questo settore ciascun paese comunitario sarebbe in grado di amministrarsi meglio da sé. Questo anche per quanto riguarda le politiche di sostegno, poiché le economie agricole sono completamente diverse in ciascun paese europeo. Se si guarda all’Austria, nella quale ci sono molti agricoltori nelle zone montuose e dove abbiamo ancora, nonostante la crescita generalizzata, tantissime piccole imprese agricole, risulta chiaro che abbiamo sfide radicalmente opposte rispetto a quelle che possono avere gli imprenditori agricoli, ad esempio, in Francia.

PÖ: Anche se in realtà molte regolamentazioni europee sono da ricondurre a disposizioni già esistenti nei singoli stati membri. Il caso della curvatura dei cetrioli è un esempio classico.[4]

NH: Sì, certamente.

PÖ: La questione era pure sfociata, parecchi decenni fa, in un’accesa disputa fra Vienna e la Bassa Austria per stabilire quali fossero i parametri da imporre. Non è forse colpa proprio degli stati membri se oggi c’è una simile burocratizzazione?

NH: Sì, ma la vera domanda è: che cosa dev’essere effettivamente regolato a livello europeo? Esiste una suddivisione delle competenze chiara, che dia ai paesi comunitari le opportunità per loro necessarie? La disposizione sulla curvatura dei cetrioli è un buon esempio di questo.

PÖ: Disposizione che nel frattempo è stata abolita.

NH: Non era affatto necessario discuterne a livello comunitario. E sono queste le cose che fanno inorridire i cittadini. Sono un convinto sostenitore dell’integrazione europea, ma deve trattarsi di un’Europa davvero federale. Questa è l’Unione che io vedo.

PÖ: Prima ha menzionato De Gaulle, che parlò sempre di una ‘Europa delle patrie’. Quando si trovò a discutere con Coudenhove-Kalergi quest’ultimo gli parlò alternativamente di ‘Europa delle patrie’ ed ‘Europa delle madrepatrie’ (Hofer ride, NdR).

NH: L’Europa vive della diversità. I paesi membri sono talmente diversi fra loro! Non solo per quanto riguarda la topografia, ma anche per la propria cultura e la propria storia. Il punto di forza dell’Europa è sottolineare questa eterogeneità anziché appiattirla in un’entità amorfa, dove tutto diviene omologato.

PÖ: Ci sono ambiti per cui invece ritiene sia necessario agire in maniera coesa e uniforme?

NH: Sì, ad esempio la questione delle politiche energetiche. Per quanto riguarda le infrastrutture e le reti energetiche dobbiamo pensare a livello europeo. Nessuno stato è un’isola, tutti importiamo ed esportiamo energia. Sono anche un politico attento all’ambiente. Per noi sarebbe del tutto possibile produrre il quantitativo di energia che consumiamo, perché in Austria possiamo coprire facilmente il fabbisogno attraverso l’energia idroelettrica. Che nel contempo si importi ed esporti energia è però chiaro e inevitabile. E per questo ci servono reti efficienti. Con l’impiego sempre maggiore di energie rinnovabili le disparità nella produzione energetica sono effettivamente aumentate. Un tempo si provvedeva al fabbisogno con gas e carbone in ugual misura. Adesso, ad esempio, c’è una sovrapproduzione di energia eolica nel nord dell’Europa. E’ per questo che le reti devono essere realizzate in modo efficiente, predisponendo in determinate zone centrali di accumulo che possano prevenire sprechi o ammanchi. Tutto questo dev’essere pensato in ottica europea.

PÖ: Veniamo alla politica estera e alla sicurezza. Tematica europea sì o no?

NH: Siamo un paese neutrale. Sono a favore dell’impiego all’estero del nostro esercito in caso di mandato dell’ONU, qualora le finalità siano umanitarie e di rafforzamento della pace. Ma altrimenti, in un paese neutrale, non vedrei di buon occhio intromissioni in materia di politiche di sicurezza interna. C’è la NATO, e noi non ne facciamo parte. Non è questo un ambito d’azione che, in questa fase storica, vedo come prettamente europeo.

PÖ: Come giudica quello che in questi mesi Cameron sta negoziando con l’Unione Europea?

NH: E’ una faccenda destinata a complicarsi per l’Europa, proprio perché quello che Cameron ha richiesto è estremamente sensato. Quale può essere un incentivo per favorire l’immigrazione in un paese? E’ un incentivo essere un paese in cui per persone altamente qualificate vige un basso regime di pressione fiscale, vantaggio grazie al quale è possibile attrarre figure professionali di questo tipo, oppure è un incentivo il fatto che dall’arrivo nel suddetto paese ci sia la possibilità di poter approfittare dell’intero sistema di ammortizzatori sociali? Questo mi sembra rappresenti un incentivo soprattutto per tutti quelli oggi devono vivere con 2 Euro al giorno – e ce ne sono centinaia di milioni al mondo. La via che ha scelto Cameron è quella giusta. Tuttavia non sono dell’avviso che per un singolo stato membro debbano esistere eccezioni alle leggi vigenti: la stessa possibilità dovrebbe essere data a tutti gli stati comunitari.

PÖ: Anche se a dire il vero le conclusioni del Consiglio europeo in materia di welfare potrebbero essere interpretate come valide per tutte le nazioni.

NH: Sì, ma il processo funziona a scadenza: c’è un momento in cui un paese può modificare le sue regole, e un momento in cui non può più farlo. L’Inghilterra sembra poter procedere per prima. Gli altri stati potranno, forse, seguirla. E questo ‘forse’ è accompagnato da un grande punto di domanda. Chi può sapere ora cosa succederà nella politica europea fra due anni? Chi sa cosa accadrà nella politica austriaca fra due anni? A noi è stato promesso che, all’ingresso della Turchia nell’Unione, si andrà al voto. Ma quando questo si verificherà sarà al lavoro una generazione politica completamente diversa. Per me, e sono un acceso sostenitore dell’integrazione in Europa, è chiaro che nel momento in cui la Turchia entrerà nell’Unione questa non sarà più l’Europa che noi conosciamo, ovvero una parte del mondo occidentale cristiano. A questo punto mi chiedo se l’Austria dovrebbe ancora farne parte. Nel percorso della Comunità Europea qualcosa è andato storto.

[1] Rudolf Kirschläger è stato l’ottavo presidente federale dell’Austria fra il 1974 e il 1986 (NdT).

[2] Kirschläger pronunciò questa frase nel discorso di apertura dell’Esposizione di Wels nel 1980, riferendosi allo scandalo scoppiato a Vienna in seguito a casi di corruzione legati alla costruzione del nuovo ospedale cittadino (NdT).

[3] Nel 1955 l’Austria, con un atto costituzionale del suo parlamento, si è dichiarata perpetuamente neutrale. Nel 1994, l’Art. 9a, emendamento alla Costituzione Federale, ha stabilito che: „Österreich bekennt sich zur umfassenden Landesverteidigung. Ihre Aufgabe ist es, die Unabhängigkeit nach außen sowie die Unverletzlichkeit und Einheit des Bundesgebietes zu bewahren, insbesondere zur Aufrechterhaltung und Verteidigung der immerwährenden Neutralität“, ovvero che all’Austria è attribuita la difesa nazionale nel suo complesso, e che il suo compito è quello di proteggere l’indipendenza verso l’esterno, nonché l’inviolabilità e l’unità del territorio federale, particolarmente per preservare e difendere la neutralità perpetua (NdT).

[4] Si tratta di una disposizione europea emanata nel 1988 per regolamentare i parametri di qualità dei cetrioli a livello comunitario. L’Austria aveva già introdotto una legge simile alla fine degli anni ’60 (NdT).

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