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LA BOMBA DI ABRAMO. Di Vincenzo Pellegrino

L’arma nucleare alla luce della Rivelazione biblica

Una minaccia si può trattare finché resta condizionale, finché cioè serve a scongiurare ciò che annuncia. Quando invece la distruzione diventa l’adempimento di una promessa, non resta più nulla su cui trattare, perché la bomba ha smesso di essere uno strumento ed è diventata un atto di culto. È in questo passaggio, e non nella dottrina nucleare israeliana come dato strategico, che sta la posta del dossier: il crollo dell’ordine nucleare internazionale non vi appare come un incidente del diritto, ma come il sintomo di un mutamento più antico, il ritorno della violenza di Stato dentro una grammatica di mandato divino là dove il Novecento l’aveva faticosamente ricondotta a una grammatica di calcolo.

Tre livelli restano separati per tutto il percorso: i fatti documentati fino all’autunno 2025, gli eventi che vanno da lì al marzo 2026, dall’operazione «Ruggito del Leone» alla morte di Ali Khamenei, e l’interpretazione delle strutture dottrinali di lungo periodo, dove le tesi sono insieme le più originali e le più esposte. La separazione decide che cosa si possa contestare sul terreno dei fatti e che cosa soltanto su quello dell’argomento.

Della campagna del 2026 il testo rifiuta la lettura che la riduce al solo dossier atomico. La neutralizzazione permanente del programma iraniano, che mira non alle capacità esistenti ma alla competenza umana necessaria a ricostituirle, è soltanto lo strato dichiarato; sotto corrono lo smantellamento della proiezione missilistica, cioè del sistema logistico che teneva insieme l’asse della resistenza, e il taglio del nodo che legava Teheran a Pechino attraverso il petrolio scontato e a Mosca attraverso i droni. Lo strato meno visibile è il quarto, la ridefinizione dell’assetto regionale nel senso della frammentazione teorizzata dal Piano Yinon nel 1982. Ed è qui che l’analisi si ferma con onestà: riconoscere che un attore ha tratto vantaggio da certi processi è cosa diversa dall’affermare che li abbia prodotti, e il crollo siriano come la tripartizione irachena hanno cause endogene di enorme peso. Yinon vale come lente cognitiva, non come prova di un disegno.

Ciò che quella campagna demolisce, oltre all’Iran, è il regime di non proliferazione, eroso da tempo, dal ritiro nordcoreano del 2003 all’abbandono americano del JCPOA, dalla morte dell’INF alla sospensione russa del New START, e tuttavia mai prima portato a una soglia simile: per la prima volta convergono una potenza nucleare ufficiale, una potenza che il Trattato non ha mai firmato, un obiettivo atomico dichiarato come tale e l’assenza integrale di conseguenze giuridiche.

Da quell’impunità il mondo ricava una lezione che nessun trattato cancella. Gheddafi rinunciò alle armi di distruzione di massa nel 2003 e cadde nel 2011; Saddam aveva già smantellato il proprio programma e fu comunque invaso e impiccato; Kim Jong-un possiede l’arma e non è stato toccato. Chi non ha la bomba è vulnerabile, chi la possiede non viene attaccato, il disarmo non paga. Da Riyad, che rifiuta di rinunciare all’arricchimento domestico, ad Ankara, da Seul a Tokyo, i governi ne traggono la conseguenza, e il quadro proiettato a quindici anni non è quello di una catastrofe da scongiurare ma di un processo da governare, con dodici o venti potenze nucleari dotate di dottrine immature in contesti instabili.

Fin qui il calcolo. Ciò che rende irriducibile al calcolo la dottrina israeliana sta molto più indietro, in Genesi 15, dove il rito dell’alleanza tra i pezzi vincola unilateralmente il solo Dio, rendendo la promessa indipendente dalla fedeltà dei discendenti di Abramo, e dove la terra donata è abitata: non richiede di essere vuota, richiede di essere liberata. La tradizione lavora però con tre cartografie distinte, quella abramitica, i confini di Numeri 34 e la visione di Ezechiele 47, e questa pluralità spiega come il discorso politico israeliano oscilli fra postura difensiva e aspirazione espansiva senza incoerenza percepita. Eretz Yisrael Hashlemah non è espressione biblica ma categoria novecentesca, elaborata dal sionismo religioso a partire da Abraham Isaac Kook e resa operativa dal figlio Tzvi Yehuda dopo il 1967, quando la colonizzazione diventa mitzvah e non scelta politica. Da lì il passaggio al Likud del 1977, ai settecentomila coloni della Cisgiordania, alla geografia del controllo che sta rendendo fisicamente impraticabile qualunque Stato palestinese contiguo.

Al patto si salda il cherem, trattato come precetto e non come imbarazzo: nel Deuteronomio lo sterminio dei popoli di Canaan non è crudeltà bellica ma profilassi teologica, eliminazione del contagio idolatrico e quindi offerta sacrificale, in una semantica dove consacrazione e distruzione coincidono. La critica storico-archeologica, da Finkelstein e Silberman in poi, ha sciolto la storicità della conquista; non ne ha sciolto la forza normativa. Un testo non deve essere vero per essere pericoloso, deve essere creduto, e la domanda rilevante non è se quegli stermini siano avvenuti ma se la narrazione che li sacralizza sia operante nella coscienza di chi governa uno Stato dotato di arsenale nucleare.

Sansone, allora, non è un nome scelto per suggestione. L’eroe accecato che fa crollare il tempio di Dagon accetta la propria morte, non distingue fra combattenti e folla e agisce con l’assistenza esplicita di Dio: distruzione totale, indiscriminata, approvata. Di qui la categoria analitica proposta, la CNAD, deterrenza asimmetrica che minaccia la rappresaglia atomica contro avversari che non la possiedono, con soglia di attivazione soggettiva e non verificabile. La sua credibilità non poggia sul calcolo dei costi ma su una struttura cognitiva chiusa, e per questo risulta più pericolosa della vecchia distruzione mutua assicurata, non meno. La Dottrina Begin, da Osirak all’Iran, ne è il rovescio offensivo, un cherem preventivo.

La vulnerabilità, però, non è ebraica ma strutturale. La dottrina cristiana della guerra giusta condanna l’arma nucleare su tutti i criteri che ha elaborato, e il magistero è giunto fino alla condanna del solo possesso, ma il dispensazionalismo evangelicale rovescia il segno dell’escalation trasformandola in adempimento profetico, dove perfino la smentita diventa una tappa del compimento. Il fiqh al-harb vieta la fasad fil-ard in termini che l’arma atomica realizza per definizione, eppure la maslaha ha legittimato la bomba pakistana come difesa collettiva dell’umma. Ciò che accomuna i tre casi è la sacralizzazione dello Stato come veicolo della volontà divina, e ovunque la selezione operata sui testi conserva il mandato e oscura la voce profetica, quella di Amos, del Sermone sul Monte, di Hudaybiyyah.

Sui rimedi non c’è né moralismo né nichilismo. L’enforcement universale contro i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza è precluso dal veto, l’apertura di Dimona alle ispezioni ha probabilità prossime allo zero, e praticabile resta soltanto ciò che è parziale: coalizioni sanzionatorie fuori dall’ONU, accordi bilaterali con i candidati emergenti, e soprattutto le misure di riduzione del rischio, che non chiedono fiducia reciproca ma solo l’interesse comune a non distruggersi per errore. La domanda ultima non riguarda la capacità di costruire la bomba, acquisita da ottant’anni e per sempre, ma quella di scegliere, davanti al tempio di Dagon e con le colonne fra le mani, di non usarla, e se i libri che chiamiamo sacri aiuteranno quella scelta o la ostacoleranno.

Vincenzo Pellegrino

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