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UNA BOLLA CHE VIENE DA LONTANO (parte seconda). di Luigi Copertino*


* segue dalla prima parte http://www.domus-europa.eu/?p=4619

Un sistema globale bipolare basato sullo squilibrio credito-debito
«A cominciare dal 2000-2001, – ha scritto un osservatore attento come Giulio Tremonti – il PIL degli USA è stato “dopato” con la continua iniezione di “bolle”: prima la bolla della new economy, poi la bolla di borsa, infine e soprattutto la bolla creata con la crescita vertiginosa dei valori immobiliari (…). La nuova tecno-finanza ha fatto tutto il resto. E’ così che negli ultimi anni, soprattutto dagli immobili e dai plusvalori immobiliari, il consumatore USA ha estratto flussi crescenti di valore per finanziare, proprio con la leva del debito (debito privato e non pubblico, nda), il suo crescente tenore di vita. Ed è stata proprio la leva finanziaria a spingere in modo determinante la globalizzazione. Una leva che è stata in specie basata su di una nuova e finora mai vista divisione dei ruoli: l’Asia produttrice a basso costo e risparmiatrice, gli USA consumatori a debito. La crisi finanziaria in atto, che non a caso parte dalla crisi dei cosiddetti mutui “subprime”, erode alla radice proprio il meccanismo di base tipico di questa nuova formula, che tuttavia all’inizio fu presentata come capace di migliorare la bilancia commerciale americana e di creare occupazione negli USA. Una formula che, lo si vede ora, ha in realtà prodotto effetti opposti a quelli pianificati e presentati: la bilancia commerciale USA si è infatti follemente squilibrata e i posti di lavoro, invece di salire, sono scesi. Fino a che la perdita dei posti di lavoro era tra gli operai, tra i cosiddetti “colletti blu” …, veniva accettata, quasi come un segno della modernità tipica della nuova società di servizi. Ora che si licenziano, e su vasta scala, anche i … “colletti bianchi”, senza graziare neppure l’aristocrazia degli addetti ai servizi, ovvero gli addetti ai servizi finanziari, le reazioni contro la globalizzazione si fanno via via più forti» (3).
Quanto Tremonti dice con riferimento agli Usa vale in genere per i Paesi occidentali e, a causa dell’errata impostazione della moneta unica e della dogmatica convinzione ordoliberale tedesca, ancor più per l’Unione Europea.
In sostanza cosa osserva Tremonti? Che il processo di finanziarizzazione dell’economia globale è stato reso possibile da una divisione dei ruoli che ha visto l’Asia, Cina ed India in primis, nel ruolo di produttrice e creditrice per la crescita a debito dell’Occidente, sempre più deindustrializzato (qualcuno ha parlato di “Chimerica”: Cina + America), all’interno del quale le classi medie si sono esposte senza misura, con l’appoggio di governi sconsiderati, alle sirene del “credito facile” per evitare, nello scenario neoliberista impostosi a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, un arretramento dei livelli di vita conseguiti nei decenni del dopoguerra. In tal mondo è aumentato in misura inverosimile la mole del debito privato ed è cresciuta senza controlli la ipertrofia della tecno-finanza apolide, fino a quando, con la crisi del 2008, per salvare gli interessi degli speculatori si è ricorso – negli Usa ma soprattutto nell’Eurozona – alla pubblicizzazione del debito privato facendo rilevare agli Stati le esposizioni bancarie in procinto di mettere al tappeto l’intero sistema finanziario mondiale. Il cosiddetto “fondo salva Stati” (Esm), con il quale i crediti inesigibili vantati dalle banche francesi e tedesche verso i presunti “Piigs” (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) sono stati posti a carico dei bilanci pubblici dei Paesi dell’UE, innescando le politiche di austerità che hanno stritolato i popoli euromediterranei in particolare quello greco, è l’esempio principale di questa immorale operazione di salvataggio degli speculatori.
Convergenze di analisi
Giulio Tremonti attribuisce la responsabilità della crisi globale alle degenerazione in senso neoliberista del vecchio, realista e prudente liberalismo ancora basato su una visione prioritariamente politica e non succube, come il neoliberismo, del primato dell’economia e della tecno-finanza. Egli è un onesto conservatore, un liberale socialista, con forti interessi identitari e religiosi. E’ stato più volte ministro dell’economia nei governi di centro-destra guidati da Silvio Berlusconi. Ma, per quanto possa a prima vista sembrare impossibile, la sua medesima analisi è condivisa da studiosi di altro orientamento e provenienza, in una emblematica convergenza ideale sollecitata non certo dall’utopia, come pretendono gli integralisti del neoliberismo, ma dalla realtà sociale e storica del momento.
Vladimiro Giacché, ad esempio, intellettuale neomarxista, osserva in perfetta sintonia con Tremonti che «La finanza non è la malattia, ma il sintomo della malattia e al tempo stesso la droga che ha permesso di non avvertirla e che quindi l’ha cronicizzata. Questa esplosione della finanza e del credito ha avuto una triplice funzione: 1) mitigare le conseguenze della riduzione dei redditi dei lavoratori; 2) allontanare nel tempo lo scoppio della crisi da sovrapproduzione nell’industria; 3) fornire al capitale in crisi di valorizzazione nel settore industriale alternative d’investimento a elevata redditività» (4) ossia offrire al capitale occasioni di speculazione investendo non nella produzione reale ma in asset finanziari sempre più sofisticati.
Questa convergenza, tra studiosi di formazione diversa, nell’analisi dello scenario nel quale è maturata la crisi del 2008, e la conseguente, odierna, esplosione della bolla cinese, è confermata da una lunga ma bella pagina scritta da Stefano Fassina, economista di riferimento fino a poco tempo fa della sinistra antirenziana interna al Partito democratico, con notevoli esperienze di studio presso il FMI. Una pagina che, per comprendere da dove viene la bolla cinese, dobbiamo leggere quasi integralmente.
«Siamo nel vivo di una fase straordinaria. Il termine “crisi” è sempre meno utile a fotografare il passaggio in corso. Siamo, in realtà, in una “grande trasformazione” (…). E’ forte in ciascuno di noi il desiderio e il senso di urgenza di capire meglio quanto avviene. Mai come in questa fase, lo sguardo dei cittadini è stato così attento all’economia globale e, in particolare, alla finanza. Tuttavia, … si rischia di guardare alla superficie (…). Lo sguardo superficiale … ci porta a vedere una drammatica crisi finanziaria e una connessa crisi dei debiti sovrani. La finanza come la peste del XXI secolo. I bilanci pubblici, in particolare il “socialismo della spesa pubblica”, come fattore di distruzione del futuro. Bisogna … sgombrare il campo dell’analisi dall’ossessione della finanza pubblica. Il debito pubblico non è causa della rottura dell’insostenibile ordine pre-crisi. I dati sono inequivocabili. Negli Stati Uniti … il debito pubblico nel 2007 era al 60% del Pil. Nell’Unione europea – a parte la Grecia, caso eccezionale – le condizioni di finanza pubblica erano solide fino alla “crisi”. I dati di Spagna e Irlanda erano migliori di quelli della Germania. Anche il nostro avanzo primario nel 2007 superava quello della Germania. Per noi, pesava la zavorra del debito pubblico, ma era in alleggerimento (…). La finanza avida è stato un facile capro espiatorio. Tuttavia, la crisi originata negli Stati Uniti dai mutui subprime, non è crisi finanziaria. E’ crisi economica e sociale. (…). L’equilibrio rotto dalla crisi era, infatti, un equilibrio ingiusto, instabile, insostenibile, sia in termini economici che sociali e ambientali, in quanto retto dal consumatore degli Stati Uniti e dalle economie di matrice anglosassone che trainava, a debito, la domanda globale. Per trainare le esportazioni del resto del mondo, il debito delle famiglie degli Stati Uniti esplodeva (dunque, debito privato e non pubblico, nda). Il lavoratore americano full time e scolarizzato (ossia le classi medie) comprava a debito anche perché il suo reddito o si riduceva, mentre salivano i costi dell’assicurazione sanitaria e pensionistica, del college per i figli, delle abitazioni. La degenerazione distributiva coinvolgeva le classi medie, non (solo) le frange più deboli dei lavoratori. E’ un caso che la più grande crisi finanziaria della nostra epoca irrompe quando la distribuzione del reddito negli Stati Uniti torna a coincidere con quella degli anni venti del secolo scorso, quella pre-New Deal? Dall’inizio degli anni ottanta, l’andamento dei redditi da lavoro delle classi medie americane è sostanzialmente piatto in termini reali. Non solo i lavoratori a bassa qualifica sono sempre più in affanno. Sono in affanno ampie porzioni delle classi medie, le lavoratrici ed i lavoratori diplomati e laureati, bianchi, occupati a tempo pieno. Tra il 1979 e il 2005, il reddito da lavoro dei diplomati occupati a tempo pieno, depurato dall’inflazione, ha avuto una variazione media inferiore o pari a zero. Per i laureati, la perfomance è stata analoga. Nello stesso arco di tempo, la produttività negli Stati Uniti è aumentata, in media, di quasi il 2% all’anno. In sostanza, il reddito di un lavoratore diplomato che nel 1979 era di circa 30.000 dollari (a prezzi 2005) sarebbe dovuto arrivare a quasi 50.000 dollari nel 2005. Invece è sceso a 25.000. Per un laureato, il reddito è rimasto sostanzialmente fermo. Dov’è è andata a finire la differenza? (…) è finita ad alimentare i redditi … da capitale del decile più ricco (…). Anzi, è andata a moltiplicare la ricchezza dell’1% più ricco delle famiglie (…). (E’ stato calcolato che) … dal 1976 al 2007 per ogni dollaro di ricchezza reale prodotto negli Usa, 58 centesimi sono andati al percentile più ricco delle famiglie. Non è sempre stato così. Dal 1947 al 1979 lo 0,1% dei lavoratori meglio pagati percepiva, in media, un reddito da lavoro pari a venti volte il reddito del novantesimo percentile. In altri termini, alla fine degli anni settanta, lo 0,1% dei lavoratori posto al vertice della scala delle retribuzioni percepiva un reddito da lavoro pari a venti volte quello delle fasce più benestanti delle classi medie. Nel 2006, tale rapporto era salito a settantasette. (…). La crescita a debito non sarebbe potuta sopravvivere a lungo se fosse stata accompagnata soltanto dalla politica monetaria iper-espansiva della Federal Reserve. Il meccanismo ha retto grazie al comportamento delle classi medie delle economie emergenti. Il prestito al consumatore americano veniva dall’eccezionale risparmio accumulato dalla middle class emergente delle metropoli asiatiche. Un flusso di risparmio che si spostava in senso opposto a quanto è sempre avvenuto nella storia: dalle economie più povere alle economie più ricche. Dalla Cina, dall’India, dal Sud-est asiatico, dai paesi esportatori di petrolio agli Stati Uniti e alle principali economie di stampo anglosassone. Un risparmio accumulato contro i rischi sociali da middle class insicure del loro status, sprovviste del welfare rooseveltiano o socialdemocratico tipico della fase di sviluppo delle democrazie occidentali e del Giappone. Un risparmio canalizzato dalle autorità monetarie verso i titoli del Tesoro e le obbligazioni bancarie statunitensi al fine di tenere artificialmente sopravvalutato il dollaro e di non minare il potere d’acquisto del consumatore americano. (…). Insomma, le degenerazioni della finanza coprivano e rendevano politicamente, oltre che economicamente, sostenibile l’impoverimento … delle classi medie delle economie mature. Il ciclo conservatore sarebbe stato certamente meno lungo senza la finanza e il credito facile. (…). La vicenda delle classi medie statunitensi è stata la più segnata dal paradigma del fondamentalismo di mercato, ma quasi tutti i paesi sviluppati, in particolare i paesi anglosassoni, hanno avuto storie simili. In alcuni rapporti, nel 2008, … l’Ocse documenta il drastico peggioramento della distribuzione del reddito avvenuto quasi ovunque nelle economie mature. L’Italia è, tra i paesi Ocse, tra i primi classificati in termini di disuguaglianza. L’Ocse rileva come il peggioramento distributivo abbia radici nel mercato del lavoro, ossia dipenda soltanto in parte dall’indebolimento della progressività dei sistemi fiscali o di welfare e come, invece, nasca dai rapporti di forza a base della distribuzione primaria del reddito tra capitale e lavoro (…). Perché i redditi da lavoro, anzi le condizioni del lavoro, regrediscono e fanno impennare le disuguaglianze di reddito, ricchezza, potere economico, mediatico, culturale e politico? Le ragioni sono molteplici (ma tra di esse un ruolo primario lo ha svolto) … l’integrazione globale dei mercati, in particolare lo smantellamento di ogni controllo dei movimenti di capitale, senza standard democratici minimi sia sul versante sociale che ambientale. Grazie anche all’evoluzione tecnologica, in particolare l’abbattimento dei costi di transazione delle informazioni e delle cose, il capitale fa o minaccia di fare shopping globale delle condizioni di lavoro e mette la politica e le organizzazioni del lavoro, imprigionate dalla gabbia degli Stati nazionali, all’angolo. Entra, così, sulla scena globale un enorme esercito industriale di riserva, un miliardo di uomini e donne affamati dalla Cina, dall’India, dal Sud-est asiatico, dal Brasile, dai territori del defunto blocco sovietico. (…). (Questo ingresso ha avuto come conseguenza in Occidente il formarsi di una) … drammatica asimmetria nei rapporti di forza tra capitale e lavoro come mai prima nel corso del “secolo breve”. Da un lato, il capitale, a caccia di lavoro “low cost” nelle sterminate praterie dell’economia globale. Dall’altro, il lavoro, relegato, nella dimensione locale della politica e del sindacato. (…). Non si è alzato lo sguardo per denunciare che … lo smantellamento del welfare per salvare le grandi ricchezze finanziarie di pochi alimenta … la stagnazione al di qua e al di là dell’Atlantico, lasc
ia … le classi medie senza prospettive alla deriva populista e condannano l’Occidente alla marginalità. (…). (Quello che la crisi sta chiudendo è) Un ciclo trentennale impossibile senza l’affermazione del paradigma dell’“Information and communication technologies”. L’Itc moltiplica le possibilità di “liberi” movimenti di capitali, informazioni, merci, servizi. Tuttavia, in un contesto privo di regolazione democratica globale, moltiplica le spinte alla concorrenza al ribasso. A partire dai primi anni ottanta, la politica economica neo-liberista … alimenta gli effetti sperequati dall’apertura senza regole democratiche dei mercati nazionali. La limitata domanda di “skills” elevate, accessibili in misura brutalmente privilegiata in un contesto di scarsa mobilità sociale ai figli ed alle figlie dell’“upper class”, amplifica le dinamiche di distribuzione diseguale di reddito da lavoro. E’ di moda la “flat tax” e la delegittimazione della progressività dei sistemi fiscali in nome delle virtù creatrici delle disuguaglianze. E’ di moda il “trickle down”, la teoria dello sgocciolamento del benessere generato dall’arricchimento dei più ricchi in quanto più produttivi. E’ di moda l’aggressione al welfare dipinto sempre e comunque come assistenzialismo clientelare, fonte sempre e comunque di degenerazione morale prima che economica (…). E’ di moda affidare alla finanza la sostituzione del welfare state indubbiamente in difficoltà. Dal “welfare state” alla “welfare finance”. L’offensiva va avanti dall’amministrazione Reagan, ma la sua codificazione massima si è avuta con la presidenza di Bush figlio: “ownership” (l’individualismo proprietario sul terreno dei diritti sociali) per le classi medie e il “compassionate conservatorism” (la carità di Stato) per quanti rimanevano ai margini. (…) l’Itc …, nelle mani delle forze conservatrici, amplia la divaricazione delle condizioni di lavoro. Data la stagnazione dei redditi da lavoro, le classi medie, per continuare a consumare e permettersi stili di vita da classi medie, si sono dovute indebitare. Il debito delle famiglie degli Stati Uniti aumenta dal 40% del Pil all’inizio degli anni settanta al 100% del Pil alla fine del 2007. Nell’Unione europea, il trend è simile: la media del debito delle famiglie sale dal 42% del Pil nel 1995 al 74,2% nel 2009. In Italia, nello stesso periodo, dal 18,2 al 34,2%. Un’impennata dovuta non solo alla necessità di risorse per l’acquisto della casa. Una quota consistente del debito è finalizzata al consumo. Da notare, per quanti insistono sulla rilevanza del debito pubblico come origine dei mali europei, che fino al 2007 non soltanto è in netta discesa la media, ma è in netta diminuzione anche il debito pubblico di tutti i cosiddetti Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna). Da notare anche che la politica monetaria definita dalla Bce in relazione ai “fondamentali” dell’economia tedesca consentiva l’impennata del debito delle imprese non finanziarie: nella media dei principali paesi europei tale variabile saltava dal 65% del Pil nel 1995 al 103,6% nel 2009. (…) la risposta (dei governi) all’aumento della disuguaglianza … è stata quella di incentivare il credito delle famiglie, in particolare, ma non soltanto, quelle a basso reddito. I benefici – più elevati consumi – sono immediati e il pagamento dell’inevitabile conto rinviato al futuro. Per quanto cinico possa apparire, le amministrazioni … hanno utilizzato il credito facile come palliativo per evitare di affrontare le cause di fondo dell’ansia delle classi medie. (…) “mangiare a credito” è stato il mantra dei governi nella fase pre-crisi. (…) Insomma, come è ormai riconosciuto in modo sempre più esplicito nel dibattito internazionale di politica economica, è la disuguaglianza originata dal declino della civiltà del lavoro la causa di fondo degli squilibri macroeconomici, nascosti per una lunga fase dall’espansione del debito privato. (…). Degenerazione della finanza e polarizzazione nella distribuzione del reddito, alimentata dalla regressione del lavoro, sono facce della stessa medaglia. Qualcuno avido di denaro ha offerto denaro senza scrupoli. Qualcun altro, però, ha dovuto domandare o è stato indotto a domandare. I “subprime” sono stati operazioni irresponsabili. Però, hanno consentito a milioni di famiglie di comprare la casa di abitazione. Con la distribuzione del reddito caratteristica degli anni sessanta, le stesse famiglie avrebbero potuto permettersi mutui “prime”. Insomma, la finanza nell’ordine conservatore affermatosi nel trentennio alle nostre spalle ha avuto una funzione servente. Non è stata protagonista, ma strumento. Uno strumento poi sfuggito di mano, ma sempre strumento per promuovere e realizzare un modello di crescita profondamente iniquo. La via finanziaria è stata la soluzione per quadrare il cerchio di redditi da lavoro sempre più sperequati, trasformazione in senso regressivo dei sistemi fiscali, smantellamento delle istituzioni di welfare e consenso delle classi medie. Senza i “miracoli” promessi dalla finanza alle classi medie, il paradigma neo-liberista non si sarebbe potuto affermare in un contesto democratico e il blocco della fase espansiva delle economie globalizzate sarebbe arrivato molto prima» (5).

continua

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