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RIFLESSIONI DOPO LA STRAGE A NIZZA. Di Mons. Luigi Negri*

Vorrei intervenire brevemente su questa orrenda vicenda per dire, insieme alla mia più grande vicinanza a tutte le vittime e ai loro famigliari, alcune parole che sento profondamente. Mi rendo conto che tanto sarà detto in queste ore e in questi giorni, molti discorsi di circostanza da parte di chi custodisce questo sistema sociale che si sta disfacendo sotto l’urto di pressioni che sembrano davvero irresistibili.

Da parte mia vorrei semplicemente e brevemente rivolgermi alla gente, alla gente vera, quella che ha i volti che ho visto stamattina nelle trasmissioni televisive, la gente che si sente profondamente smarrita e abbandonata.
Per secoli, in effetti, era stato detto alle varie generazioni che c’era una presenza nella nostra vita, una presenza che non sarebbe mai venuta meno, quella amorevole del Signore nostro Gesù Cristo, alla luce del quale tutte le circostanze – anche quelle più terribili che hanno caratterizzato la vita dei nostri popoli negli ultimi secoli – hanno potuto essere vissute con esemplare dignità, una dignità che ha reso grandi le generazioni passate anche nella tragedia.
Oggi però, avendo negato tale Presenza per affermare l’uomo come assoluto, e avendo negato la Chiesa per affermare l’autonomia della ragione umana e del progresso scientifico – che culmina nelle orrende manipolazioni genetiche che sono costantemente sotto i nostri occhi – non resta che constatare che l’uomo è rimasto solo, che non c’è veramente più nessuno accanto a lui, e all’incommensurabile dolore per le perdite umane e famigliari non rimane che la compagnia della solitudine e del silenzio.
Ma allora cosa dobbiamo fare?
Personalmente non posso parlare se non per quelli che credono in Dio o quelli che quantomeno lo attendono. A costoro dico che bisogna ritornare a quello che ha affermato in un lucido studio sulla chiesa delle origini il beato card. J. H. Newman, e ribadito dall’allora card. Ratzinger: bisogna semplicemente fare il cristianesimo.
In questo mondo dove tutto si dissolve e la solitudine domina la vita dei singoli e della società, condannandola a un processo segnato dalle diverse patologie – la più tremenda delle quali è la violenza – bisogna decidersi a non puntellare l’impero. I primi cristiani non puntellarono l’impero ma fecero semplicemente un’altra cosa: fecero il cristianesimo. Affermarono che Cristo, vivente tra loro nel mistero della Chiesa, era l’unica vera risposta sulla vita dell’uomo e del mondo. Forti di questa certezza la testimoniarono con la loro vita, quindi non semplicemente parlando di Dio, perché di Dio parlano anche gli atei, e neppure genericamente parlando del trascendente, ma del Dio di Gesù Cristo, che in Gesù Cristo si è fatto carne e storia.
Ricostruiamo dunque le nostre comunità attorno a Gesù Cristo, facciamo nascere dalla sua presenza quella socialità nuova a cui fa riferimento la “Lettera a Diogneto”, e investiamo il mondo di una tale presenza, che è forte e mite.
Forte perché certa che Dio ha vinto, ha già vinto in Cristo – e questa vittoria non sarà eliminata da nessuna forza diabolica – ma anche mite, perché questa nostra vita nuova è una proposta di libertà che rivolgiamo alla libertà di ogni uomo e donna che vive accanto a noi.
Non so cosa succederà in futuro ma so che quanto più si dilaterà l’esperienza autentica della chiesa nella sua natura più propria, tanto più aumenterà, in tanti uomini e donne, la speranza e il sorriso, poiché avranno riconosciuto quella Presenza che non viene mai meno.

Luigi Negri
Arcivesc

ovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa

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