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LA PASQUA IRLANDESE DEL 1916 E LA RIVOLTA ANTIBRITANNICA. di Nicolò Dal Grande

Quando il fuoco della giovinezza era nel mio sangue, / ho letto di antichi uomini liberi, / Per la Grecia e di Roma, che con coraggio si alzò, / Trecento uomini e tre uomini; / E poi ho pensato e ho potuto vedere ancora / Le nostre catene squarciate in due / E l’Irlanda, a lungo una  provincia, essere/ Una Nazione, ancora una volta! / “

Irlandesi insorti a Dublino (24-29 aprile 1916)

     Con questi splendidi versi, nel 1844, il poeta Thomas Osburne Davis (1814-1845), fervente patriota irlandese invocava l’unità nazionale della propria terra natia al fine di riconquistare l’antica indipendenza perduta da secoli. Versi che avrebbero ispirato generazioni di patrioti, divenendo una canzone simbolo dell’Irlanda e dell’eterna volontà di libertà dal giogo inglese, imperante da secoli; una cerca che nella storia ha conosciuto numerosi capitoli densi di moti e sollevazioni fallimentari, sino a quando, da una piccola grande scintilla, l’isola di smeraldo riuscì a dar via al processo che avrebbe portato alla propria indipendenza dal Regno Unito; quella scintilla fu l’insurrezione di Pasqua del 1916, che il popolo irlandese commemora a cento anni distanza.

     La storia irlandese, dalle origini all’età aurea dell’evangelizzazione e sino ai giorni nostri si è sempre intrecciata con quella inglese e quasi sempre in un rapporto di conflittualità. Dal tradimento di Dermot MacMorrough, che per sete di potere spalancò le porte all’invasione normanna nel XII° secolo dando inizio all’ingerenza inglese, alle persecuzioni anticattoliche di Enrico VIII (1491-1547) ed Elisabetta I Tudor (1533-1603) nel XVI° secolo e quelle ancor più feroci di Oliver Cromwell (1599-1658) nel XVII°, le vicende della storia irlandese avevano visto il giogo inglese divenire sempre più opprimente; diverse furono le rivolte e i complotti per rendere il Regno d’Irlanda libero, seguite sempre da eccidi e persecuzioni. Rivolte che spesso spinsero gli irlandesi a cercare l’alleanza di forze ostili alla propria fede cattolica e ai propri principi nazionali, come nel caso dei contatti intrattenuti con i rivoluzionari francesi prima e con Napoleone poi sul finire del XVIII° secolo, che per tutta risposta li abbandonarono al loro destino, comportando la definitiva unione della corona d’Irlanda sotto la corona inglese (Atto di Unione, 1800-1801), privandola così di quella poca autonomia che gli era concessa.

     La rivendicazione della propria autonomia, la Home Rule, fu l’ossessione dei politici e degli ambienti colti irlandesi per tutto l’Ottocento, il secolo della grande carestia (1845-1849) e della dispersione irlandese nel mondo, ma anche della rinascita dei movimenti culturali e delle correnti letterarie legate alla tradizione gaelica, che ebbero il pregio di rafforzare e di riscoprire la profonda identità nazionale, portando al sorgere di diversi gruppi e movimenti indipendentisti, dalla Fratellanza Repubblicana Irlandese (I.R.B.) alla Fratellanza Feniana, dalla Lega Gaelica al celeberrimo Sinn Féin.

Fu un secolo di cospirazioni e di fallimentari rivolte, ma che portarono al rafforzamento della coscienza nazionale, necessaria per ottenere l’indipendenza; una voglia di libertà che divampò all’improvviso nel 1916.

Al principio degli anni Dieci, la situazione dell’Irlanda vedeva un variegato insieme di sigle e movimenti ora autonomisti ora indipendentisti; ai principali I.R.B. e Lega Gaelica si era aggiunto il Sinn Féin di Arthur Griffith (1872-1922), di una curiosa matrice che era un misto di cattolicesimo, antiliberalismo e socialismo; si andavano formando inoltre i Volunteers, gruppi di volontari pronti a tutto per la libertà d’Irlanda. Per contro, le autorità inglesi monitoravano con attenzione la situazione, favorendo nel nordovest, regione a maggioranza protestante erede dell’immigrazione inglese nell’isola dei secoli precedenti, il sorgere di formazioni paramilitari lealiste sotto la guida di Edward Carson (1854-1935), con il benestare dell’anticattolico e massonico Ordine d’Orange.

Nel frattempo da Londra sembrava prossima l’approvazione della Home Rule irlandese, che avrebbe permesso lo sviluppo di una propria autonomia e il ripristino di un parlamento con pieni poteri, abolito più di un secolo prima. Ma l’ostilità a questa legge da parte dei lealisti dell’Ulster, nonché la continua bocciatura alla camera dei Lords, rinviava costantemente l’approvazione della norma, che cadde nell’oblio quando la Gran Bretagna scese militarmente in campo contro gli Imperi centrali nella Grande Guerra.

Gli irlandesi si divisero sul da farsi; essendo la coscrizione inglese non obbligatoria, buona parte dei leaders autonomisti si schierarono a favore di inviare volontari irlandesi a combattere per l’Inghilterra, nella speranza di vedersi riconoscere la sospirata autonomia. Ma così non fu e, alle orribili stragi continentali e alle centinaia di vite irlandesi macellate negli scontri – grandi perdite si ebbero nella fallimentare battaglia dei Dardanelli -, si aggiunse presto l’ombra della coscrizione obbligatoria. Il movimento irlandese, contrario alla norma e all’idea di vedere i propri figli ancora trucidati per una causa non loro, tanto più al servizio dell’odiata Inghilterra, presero la decisione di sollevarsi.

La storia ci tramanda i nomi dei patrioti che organizzarono la sollevazione; tra essi spiccavano il poeta Patrick Pearse (1879-1916), tra gli esponenti dell’I.R.B.; il socialista James Connoly (1868-1916); la contessa Constance Markiewicz (1868-1927), fondatrice dei Fianna Eireann, organizzazione giovanile ideata sull’esempio dei Boys Scout ma, a differenza, addestrati anche a combattere. Giusto per citare i protagonisti principali ma molti furono i protagonisti di quelle giornate.

L’insurrezione avrebbe dovuto avere luogo durante la Pasqua del 1916 ma il movimento era lungi da prendere una chiara decisione. Al momento cruciale regnava infatti una confusione generale, dovuta alle divergenze nei vertici insurrezionali tra chi spingeva per la sollevazione e chi, al fine di garantirsi il sostegno popolare, premeva per attendere che la legge sulla coscrizione fosse promulgata. Ad accendere la scintilla fu l’arresto del patriota Sir Roger D. Casement (1864-1916) e la cattura del carico d’armi tedesche che la Germania aveva inviato in appoggio all’insurrezione. Casement però, oltre con le armi, giungeva con la notizia che l’Inghilterra, attraverso l’intelligence, aveva scoperto il piano e monitorava la situazione: non riuscì ad avvisare i patrioti. Il suo arresto fece divampare la rivolta a Dublino, che esplose nella più completa disorganizzazione: anziché in 12.000, i volontari irlandesi furono solo 2000.

Nonostante l’inferiorità numerica, i ribelli ebbero la meglio a Dublino; tutti i punti cruciali della città furono occupati, travolgendo le forze militari inglesi e quelle di polizia; dall’ufficio postale, sede del governo provvisorio, fu letto il proclama d’indipendenza, mentre veniva issato il tricolore della nuova Repubblica d’Irlanda.

Iniziarono le sei giornate di Dublino, dove i patrioti sfidarono le forze armate inglesi, asserragliate nel castello e al trinity college, istituto protestante cittadino, dove gli studenti si schierarono al fianco di polizia e soldati. Il giungere rapido dei rinforzi dalle vicine guarnigioni e dal mare, dove fu piazzata una cannoniera, resero gli insorti da ribelli ad assediati, mentre Dublino subiva uno dei più duri bombardamenti. Centinaia di civili innocenti caddero in quei giorni sotto i colpi di cannone e dei cecchini britannici. Il 29 aprile 1916, stremati e soverchiati nel numero, i patrioti irlandesi, che avevano valorosamente resistito, si arresero agli inglesi. Nel resto dell’isola le poche insurrezioni – e questo a causa dell’incertezza e della disorganizzazione del movimento – erano state parallelamente soffocate, mentre a Belfast, le forze lealiste di Carson approfittarono della situazione per presidiare la città e perseguitare i cittadini di fede cattolica.

Caduta Dublino, fu l’ora della vendetta inglese. I leaders della rivolta furono processati e giustiziati, con l’eccezione di Costante Markeiwicz, che si era battuta valorosamente con i suoi Fiamma Eireann, graziata in quanto donna, nonostante le proteste della stessa condannata. Migliaia di ribelli e di simpatizzanti indipendentisti vennero deportati in Inghilterra e incarcerati con regime duro. Molti non sarebbero mai più tornati.

La repressione però non piegò gli irlandesi; il carcere duro forgiò una generazione nuova di indipendentisti che, nel giro di pochi anni, avrebbe portato l’Irlanda di nuovo in guerra con l’Inghilterra; uomini come Éamon De Valera (1882-1975) e Micheal Collins (1890-1922), che presero parte alla rivolta di Dublino e che avrebbero guidato nuovamente i patrioti gaelici in quella guerra (1920-1922) che portò l’Irlanda alla sospirata libertà, ma anche ad una cruenta guerra civile e allo scontro nell’Ulster, rimasto britannico, contro ogni volontà dei patrioti che coraggiosamente sfidarono il nemico di sempre nella Pasqua di cento anni fa.

Nicolò Dal Grande

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