Un caro amico. Uno straordinario testimone di Cristo in un’epoca oscura come la nostra. Un uomo provvidenziale che, come confidò lui stesso, ha risposto per tutta la vita a una chiamata spirituale ricevuta, da agnostico razionalista qual egli era allora, nell’estate del lontano 1964. Ho avuto l’onore di conoscerlo di persona in più occasioni. La prima in un convegno, negli anni novanta, a Roma dedicato alla rilettura critica dell’identità italiana. Lui, forse tra i primi. Aveva fatto emergere l’altra faccia, quella irreligiosa, del nostro Risorgimento, in particolare trattando, in suo libro, del beato Francesco Faà di Bruno, da lui definito un “italiano serio”, grande scienziato – una sua formula matematica oggi rende possibile molte applicazioni informatiche – emarginato nella Torino cavouriana e massonica perché cattolico. Il Faà di Bruno, insieme al Cottolengo, alla marchesa Giulia di Barolo e a don Bosco, al quale Messori dedicò diversi contributi, è stato uno dei cosiddetti “santi sociali” del cattolicesimo intransigente della Torino ottocentesca, quella dove andava affermandosi la cosiddetta “ideologia piemontese” ovvero una cultura filosofica e politica impregnata del peggior razionalismo e del più oscuro illuminismo, che da Cavour arriva fino a Noberto Bobbio passando per Gramsci e Gobetti.
In quella Torino, che lui amava e nella quale visse per molti anni, Messori, dopo aver frequentato il laicissimo liceo classico D’Azeglio, si iscrisse a Scienze politiche formandosi al laicismo più rigido alla scuola di Luigi Firpo e Noberto Bobbio. Si laureò con una tesi sul Risorgimento – non aveva ancora scoperto i suoi lati oscuri – discussa proprio con Firpo, Bobbio e con Galante Garrone, un altro dei “guru” dell’ideologia piemontese. Gli si stava profilando persino una cattedra universitaria, mentre già lavorava da giornalista a La Stampa degli Agnelli, allorché mandò tutto all’aria pubblicando, nel 1976, “Ipotesi su Gesù” che ben presto diventò un best seller con decine di riedizioni e traduzioni all’estero. Erano gli anni disastrosi del post-concilio e mentre quasi tutti nella Chiesa si dedicavano alla “demitizzazione” e alla distruzione della Tradizione e di ogni certezza, Messori al contrario provenendo dalla cultura laicista, che i cattolici “adulti” con il complesso di inferiorità invidiavano e cercavano di emulare, entrava nella Chiesa cercando quel Sacro che i cristiani sembravano voler gettare alle ortiche. Con “Ipotesi su Gesù” realizzò una grandiosa opera di divulgazione, presso il più vasto pubblico, dei risultati raggiunti su Cristo dalla ricerca storica. Dopo che in precedenza il metodo storico-critico, a partire dalla fine del settecento, aveva nutrito la pretesa di demolire la figura storica di Gesù, e quindi la fede della Chiesa, Messori faceva conoscere al pubblico non specialista le conclusioni assolutamente favorevoli al credo cristiano cui la stessa metodologia storico-critica era, nel frattempo, pervenuta allorché in una fase più matura, e meno ideologizzata, aveva affinato i suoi strumenti di indagine. In quel suo primo libro, che lo rese famoso, Messori non disdegnò di usare la razionalità dell’indagatore storico ma senza escludere l’apertura trascendente che la ritrovata fede ora gli consentiva. In tal modo riapriva la strada ad una apologetica seria, non meramente “edificante”, che non escludeva, anzi cercava, il confronto con la storiografia e i suoi metodi scientifici, per approdare ad una salda base di concretezza storica per la fede cristiana. Si poneva così sulla scia della migliore patristica, orientale e occidentale, ma anche del suo amato Blaise Pascal, che della unione e cooperazione tra fides et ratio aveva a suo tempo fatto, in ambito cristiano, il fondamento dell’esperienza credente, fino a quando un certo Lutero non venne a opporre i due poli, uniti, della fede e della ragione dando il via ai due contrapposti errori moderni del fideismo e del razionalismo.
Successivamente Messori si dedicò molto anche alla figura di Maria, attraverso l’indagine – anche in tal caso pienamente basata sulla documentazione storica – circa la protagonista di una delle più importanti mariofanie della storia della Chiesa, la Bernadette di Lourdes. Lo stretto uso, secondo la rigida metodologia storiografica, della documentazione quale fondamento della ricerca storica, ereditato dalla sua formazione razionalista, Messori adoperò per scrivere molti altri suoi libri come “Il miracolo“, relativo a un evento miracoloso nella Spagna del XVI (una gamba amputata a un ragazzo che poi per intercessione della Vergine del Pilar venne riattaccata miracolosamente). Per scrivere questo libro egli si recò personalmente in quel di Saragozza per reperire la documentazione del processo canonico a suo tempo effettuato per accertare i fatti. Oppure come “Gli occhi di Maria“, scritto insieme a Rino Cammilleri, sugli eventi prodigiosi verificatisi in molte località italiane durante l’invasione dei francesi tra il 1776 e il 1799 (statue della Vergine che si animavano muovendo gli occhi). Un “dettaglio” della storia che gli storici derubricavano a “superstizione popolare” e che invece Messori dimostrò avere un fondamento reale.
Anche in tal caso Messori reperì la documentazione dell’epoca che riportava le testimonianze, notarili e sotto giuramento perché giudiziarie, di coloro che avevano assistito al fenomeno. Tra costoro, in Ancona, anche uno sconcertato Napoleone Bonaparte che aveva fatto sequestrare la statua della Vergine, causa del moto popolare, la quale mosse gli occhi mentre il Generale la teneva in mano. Lungo questa scia Messori arrivò fino al suo “Ipotesi su Maria“, uno tra i più bei libri che abbia mai letto sulla figura storica e mistica della Madre di Dio.
Un altro libro di apologetica storicamente fondata, volto a confutare uno degli episodi sui quali è stata costruita la “leggenda nera” anticattolica, fu “Io, il bambino ebreo rapito da Pio IX”, nel quale dimostrò che la vicenda di Edgardo Mortara, bambino ebreo nascostamente battezzato e per le leggi del tempo educato cattolicamente in un collegio, è stato una vicenda nel quale l’intervento della Provvidenza si manifestò in modo palese attraverso l’esperienza spirituale che caratterizzò, sin da subito, sin da quando il bambino fu portato in collegio, di Edgardo che alla fine si fece sacerdote ed è morto in odore di santità per la sua opera di apostolato volta ai suoi ex fratelli correligionari ebrei. Messori con quel libro fece conoscere il diario di Mortara, nel quale il protagonista di quello che a suo tempo fu uno “scandalo” internazionale, ha raccontato di quanto di mistico avveniva nel suo intimo.
Non si possono dimenticare, poi, tra le ventiquattro opere che ci ha lasciato, la “Intervista sulla fede” realizzata con l’allora cardinal Joseph Ratzinger, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede (l’ex Sant’Uffizio), con la quale smontò, insieme al futuro Benedetto XVI, quelle prevalenti interpretazioni del Concilio che lo pongono in rottura con la Tradizione (tale libro gli costò molto ostracismo nei settori progressisti del Cattolicesimo di quegli anni e perfino neanche tanto velate minacce personali), e “Varcare la soglia della speranza” l’altro libro-intervista questa volta a Giovanni Paolo II. Un altro libro significativo è stato “Quando il Cielo ci fa segno – piccoli misteri quotidiani“, dedicato agli eventi provvidenziali della sua ed altrui vita, che fa il paio con “Perché credo – una vita per rendere ragione della fede” nel quale ha esposto le ragioni, nel senso di argomentazioni razionali e riflessive, alla base della sua fede. Anche i due volumi “Patì sotto Ponzio Pilato – una indagine storica sulla Passione e Morte di Cristo” e “Dicono che è risorto – Un’indagine sul sepolcro vuoto di Gesù“, scritti a completamento di “Ipotesi su Gesù“, hanno rappresentato un valido apporto storico, oltre che teologico, alla salda concretezza del credo cristiano.
Invece i tre volumi “Pensare la storia“, “Le cose della vita” e “La sfida della fede“, cui poi seguì “Emporio cattolico”, nei quali raccolse i suoi scritti sulla rubrica giornalistica “Vivaio”, sono stati una rilettura cristiana delle vicende storiche effettuata sulla base della documentazione storiografica offerta dai migliori storici del momento.
Come dicevo in incipit ho avuto la grazia di conoscerlo e poi di intrattenere con lui un costante contatto epistolare via mail – mi prendevo l’ardire di inviargli i miei scritti che lui, forse per cortesia, sembrava apprezzare (talvolta richiedendomene copia in momenti successivi) – fino al 2022 allorché la morte, nel sabato santo di quell’anno, della moglie, Rosanna Brichetti, una donna di altissima fede cui il nostro scrittore dovette molto, lo spinse ad isolarsi, quasi in spirito monacale, nell’antica abbazia certosina di Maguzzano, che aveva ridenominato “Santuario della Madonna degli ulivi”, vicino a Desenzano, suo luogo di residenza, e a declinare ogni attività pubblica, dedicandosi soltanto alla preghiera, allo studio e a scrivere le sue ultime cose. In preparazione, come disse ai suoi lettori congedandosi dalla rubrica “Vivaio”, della vera vita che presto egli sentiva sarebbe arrivata. I suoi libri, quelli sopra citati e anche altri, come il fondamentale “Inchiesta sul Cristianesimo”, sono stati per lo scrivente, e per molti altri, di fondamentale importanza e senza di essi oggi probabilmente non sarei l’uomo che sono. Messori è stata la testimonianza vivente, per la nostra generazione, che quando Nostro Signore Gesù Cristo mette gli occhi su qualcuno questo qualcuno, chiunque egli sia o sia stato, difficilmente può rifiutare la chiamata alla sua sequela. E il Signore è aduso a cercare i suoi migliori testimoni tra i peggiori peccatori o tra i più ostinati denigratori, come era il giovane Messori che, in questo, ha avuto una svolta, benché più graduale, simile a quella del francese Andrè Frossard, figlio del segretario del Pcf e arci-comunista egli stesso, di madre protestante e nonna ebrea, ma rimasto un giorno, al modo di Saulo di Tarso, spiritualmente fulminato in una chiesetta nella quale era entrato alla ricerca di un amico e che tale esperienza ha raccontato nel libro “Dio esiste, io l’ho incontrato“. Che il Signore abbia chiamato Vittorio Messori a Sé nel giorno del Venerdì Santo è senza dubbio segno che ha voluto unirlo alla Sua Passione in attesa del trionfo della Sua Resurrezione che lo vedrà, nel giorno della Parusia, ne sono certo, tra coloro che Egli giudicherà di essere degni di stare alla Sua destra.
Caro Vittorio addio, nel senso etimologico di “arrivederci presso Dio”, e ora che sei alla Sua Presenza prega per noi che siamo ancora faticosamente in cammino.
Luigi Copertino
Post Scriptum
Ho conosciuto personalmente Vittorio Messori nel lontano 1993, in occasione di una delle tante presentazioni che faceva dei suoi libri in giro per l’Italia. Da quel breve incontro, una autopresentazione alla fine della conferenza, nacque una reciproca simpatia, che si concretizzò nella nostra proposta di fargli un’intervista in occasione dell’uscita di un numero de I Quaderni di Avallon, il numero 33 del 1994. dedicata al tema “Cattolici, Stato, Nazione” (con contributi di Mons, Giacomo Biffi, Maurizio Blondet, Franco Cardini, Luigi Copertino, Francesco D’Onofrio, Edoardo Mirri, Gianfranco Morra, Irene Pivetti e la sua intervista a conclusione del fascicolo); egli accettò di buon grado, vincendo la propria indole portata alla solitudine, e mi invitò presso la sua abitazione di Desenzano sul Garda, tappezzata con tutte le copertine delle varie edizioni dei suoi saggi in tantissime traduzioni. L’intervista, articolata in 16 domande non previamente concordate, durò più di tre ore e spaziò dal suo personale percorso di formazione ad un giudizio su tutte le mode che al tempo impazzavano in un mondo cattolico sempre più in crisi, emarginato ed ininfluente, dal “progressismo cattolico” al tradizionalismo, al Magistero della Chiesa Cattolica in quegli anni. L’incrollabile sincerità di Vittorio Messori spiega ancora oggi, dopo quasi un quarto di secolo, le ragioni della sua emarginazione dal mainstream del tempo, e del suo appartarsi al di fuori dei palcoscenici di un cattolicesimo ancora invischiato nelle paludi democristiane, parlando al mondo solamente tramite i propri saggi. I quali, non dubitiamo, dopo la sua morte conosceranno anch’essi una rapida espulsione dal mercato editoriale italiano, grazie a quella ferrea legge di “mercato” che privilegia costantemente l’inutile e l’effimero (ad es. i vari Mancuso). La sua riservatezza è stata proverbiale, ma non era dovuta a presunzione chic; e questi ultimi anni li ha utilizzati per prepararsi all’inizio della Vita vera.
Adolfo Morganti


