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QUANDO ANTONIO GRAMSCI ERA MUSSOLINIANO. Di Luigi Copertino

L’editoriale fatale

Chi coltiva interessi storici è perfettamente consapevole che la storia (senza la maiuscola degli storicisti) riserva spesso molte e anche divertenti sorprese.

Antonio Gramsci, all’epoca ventitreenne, pubblicò il 31 ottobre 1914 un articolo sul settimanale socialista Il Grido del Popolo che, sin dal titolo, “Neutralità attiva e operante”, riecheggiava quello apparso, quattordici giorni prima, per la firma di Benito Mussolini, sulla prima pagina dell’Avanti!, il quotidiano ufficiale del PSI del quale Mussolini era in quel momento direttore. Nel suo articolo il giovane Gramsci esprimeva la sua piena condivisione della tesi esposta da Mussolini, leader dei socialisti massimalisti, in quell’editoriale, forse il più importante della vita politica del futuro duce e assolutamente cruciale per il suo destino personale e per quello dell’Italia intera. Alludiamo all’articolo di Mussolini “Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante”, esito del personale dramma e ripensamento politico impostogli nei mesi procedenti dal fallimento della Seconda Internazionale a seguito dell’attentato del 28 giugno 1914 a Sarajevo casus belli del primo conflitto mondiale. Quell’editoriale, infatti, costò a Mussolini l’espulsione dalla direzione del quotidiano socialista e dallo stesso PSI.

Mussolini, nei mesi tra il giugno e l’ottobre 1914, sulla base di una inconfessata rivalutazione della linea democratico-sociale risorgimentale, aveva ripensato l’idea di nazione giungendo alla conclusione che essa non era affatto, secondo il cliché marxiano, una sovrastruttura borghese ma che era stata in passato ed era ancora nel presente il motore delle rivoluzioni di popolo, alle quali i socialisti non potevano non partecipare come componente fondamentale. Per questo egli, nel suo fatidico editoriale, tra l’altro, affermava

«Noi abbiamo condannata la guerra, ma questa condanna del fenomeno, preso nella sua “universalità”, non ci ha impedito di distinguere – logicamente, storicamente, socialisticamente – fra guerra e guerra. La guerra cui sono stati costretti Belgio e Serbia e in un certo senso anche la Francia, ha caratteri assai diversi dalla guerra del blocco austro-tedesco. Valutare tutte le guerre alla stessa stregua sarebbe assurdo e – ci sia concesso di dirlo – cretino. A guerra scoppiata, le simpatie dei socialisti vanno alla parte aggredita. Un altro elemento che contribuisce a determinare l’atteggiamento dei socialisti è la previsione delle conseguenze – più o meno favorevoli allo sviluppo delle nostre idee – che la vittoria degli uni o degli altri reca nel suo grembo sanguinoso.
Una neutralità socialista che prescindesse dai possibili risultati della guerra attuale, sarebbe non solo un assurdo, ma un delitto. Ecco perché, sin dai primi di agosto, ci siamo rifiutati – anche a costo d’insorgere! – di collaborare cogli Imperi Centrali; in quanto avevamo ed abbiamo ancora ragione di deprecare la loro vittoria. Di qui il duplice aspetto della nostra neutralità di socialisti. Simpatica verso occidente, ostile verso oriente. Benigna verso la Francia, arcigna verso l’Austria-Ungheria. (…). Marx opinava che “chi compone un programma per l’avvenire, è un reazionario”. Paradosso! Nel nostro caso però, verità. Il programma della neutralità “assoluta”, per l’avvenire, è reazionario. Ha avuto un senso, ora non l’ha più. Oggi, è una formula pericolosa, che ci immobilizza. Le formule si adattano agli avvenimenti, ma pretendere di adattare gli avvenimenti alle formule è sterile onanismo, è vana, è folle, è ridicola impresa. Se domani – per il gioco complesso delle circostanze – si addimostrasse che l’intervento dell’Italia può affrettare la fine della carneficina orrenda, chi – fra i socialisti italiani – vorrebbe inscenare uno “sciopero generale” per impedire la guerra che risparmiando centinaia di migliaia di vite proletarie in Francia, Germania, Austria ecc., sarebbe anche una prova suprema di solidarietà internazionale? Il nostro interesse – come uomini e come socialisti – non è dunque che questo stato di “anormalità” sia breve e, liquidi, almeno, tutti i vecchi problemi? E perché l’Italia – sotto la pressione dei socialisti – non potrebbe domani costituirsi mediatrice armata di pace, sulla base della limitazione degli armamenti e del rispetto ai diritti delle nazionalità tutte? Sono ipotesi, eventualità, previsioni, sappiamo bene. Ma tutto ciò dimostra che noi non possiamo “imbozzolarci” in una formula, se non vogliamo condannarci all’immobilità. La realtà si muove e con ritmo accelerato. Abbiamo avuto il singolarissimo privilegio di vivere nell’ ora più tragica della storia del mondo. Vogliamo essere – come uomini e come socialisti – gli spettatori inerti di questo dramma grandioso? O non vogliamo esserne – in qualche modo e in qualche senso – i protagonisti? Socialisti d’Italia, badate: talvolta è accaduto che la “lettera” uccidesse lo “spirito”. Non salviamo la “lettera” del Partito se ciò significa uccidere lo “spirito” del socialismo!
» (1).

Angelo Tasca, il noto braccio destro di Palmiro Togliatti, ha lasciato testimonianza di un Gramsci già interventista prima che lo diventasse Mussolini, quasi adombrando l’ipotesi che fu Mussolini a giungere sulle posizioni politiche del filosofo sardo. Il Tasca ne parla nel libro “I primi dieci anni del PCI”, pubblicato nel 1971, ricostruendo le differenti prese di posizione di quei socialisti del 1914 che nel 1921 sarebbero entrati nel Partito Comunista d’Italia: «Allo scoppio della guerra mondiale io e Terracini ci pronunciammo contro l’intervento dell’Italia nella guerra, Gramsci e Togliatti furono favorevoli. Di questi ultimi, il solo Gramsci prese pubblicamente posizione nella stampa del partito, in polemica col sottoscritto» (2).

Gramsci, come Mussolini, aveva capito che la guerra mondiale avrebbe travolto il vecchio mondo liberale e, come Mussolini, esortava i socialisti a uscire dal compromesso trasformistico giolittiano che faceva del PSI un partito rivoluzionario a parole ma incapace di una vera azione sovvertitrice. Tanto Gramsci quanto Mussolini interpretarono la guerra mondiale come un evento potenzialmente rivoluzionario da cogliere al volo allo scopo di distruggere il vecchio mondo borghese. Questa convergenza del 1914 tra il futuro cofondatore del PCd’I e il futuro duce del PNF non meraviglia coloro che conoscono il debito filosofico neo-idealista sia di Gramsci sia di Mussolini verso Croce e Gentile.

 

Partendo da una aperta ammissione della crucialità storica della guerra mondiale, che egli dichiarava non disgiunta da “confusione”, Gramsci poneva una fondamentale questione al socialismo italiano

«Pur nella straordinaria confusione – sono le sue parole nell’articolo del 31 ottobre 1914 – che la crisi europea ha creato nelle coscienze e nei partiti, tutti sono d’accordo su di un punto: il presente momento storico è di indicibile gravità, (…) facciamo in modo che il maggior numero possibile di questioni che il passato ha lasciato insolute venga risolto (…) quale deve essere la funzione del Partito Socialista italiano (si badi, e non del proletariato o del socialismo in genere) nel presente momento della vita italiana? Perché il partito socialista a cui noi diamo la nostra attività è anche italiano…i rivoluzionari che concepiscono la storia come creazione del proprio spirito…non devono accontentarsi della formula provvisoria “neutralità assoluta”, ma devono trasformarla nell’altra “neutralità attiva e operante” (…). Non un abbracciamento generale vuole quindi il Mussolini … egli vorrebbe che il proletariato, avendo acquistato coscienza della sua forza di classe e della sua potenzialità rivoluzionaria … permettesse che nella storia fossero lasciate operare quelle forze che il proletariato ritiene più forti (…). Né la posizione mussoliniana esclude (anzi lo presuppone) che il proletariato rinunzi al suo atteggiamento antagonistico, e possa, dopo un fallimento o una dimostrata impotenza della classe dirigente, sbarazzarsi di questa e impadronirsi delle cose pubbliche, se, almeno, io ho interpretato bene le sue un po’ disorganiche dichiarazioni (…). Io non so immaginare un proletariato che sia come un meccanismo al quale nel mese di luglio sia stata data la corda con la chiavetta della neutralità assoluta e che non possa essere nel mese di ottobre fermato senza che abbia a spezzarsi. Si tratta di uomini, invece, che hanno dimostrato, specialmente in questi ultimi anni, di possedere un’agilità di intelletto e una freschezza di sensibilità quale la massa borghese amorfa e menefreghista è ben lontana dal solamente fiutare (…). In tutti i casi la comoda posizione della neutralità assoluta non ci faccia dimenticare la gravità del momento, e non faccia che noi ci abbandoniamo neppure per un istante ad una troppo ingenua contemplazione e rinunzia buddistica dei nostri diritti» (3).

Le argomentazioni di Gramsci erano anche una risposta alla critica avanzata, sempre su Il Grido del Popolo, il 24 ottobre 1914, da Angelo Tasca a Mussolini. Tasca, con l’articolo “Il mito della guerra”, ritenendolo un tradimento della dottrina socialista, da lui rigorosamente intesa in modo dogmatico, aveva criticato in particolare il passaggio dell’editoriale di Mussolini nel quale il futuro duce assicurava alla borghesia la lealtà del proletariato alla guerra patria laddove fosse diventata realtà con la discesa in campo dell’Italia

«Andate dove i vostri destini vi chiamano (…). Se voi ritenete che sia vostro dovere fare la guerra all’Austria, il proletariato non saboterà la vostra azione». 

Gramsci difese il discorso di Mussolini anche su questo punto rispedendo al mittente, ovvero a Tasca, la critica secondo la quale quel passaggio rappresentava un tradimento del socialismo. Al contrario, Gramsci ne dava una esegesi del tutto differente interpretando il vero pensiero di Mussolini. Secondo il filosofo sardo, che sposava la tesi, Mussolini aveva inteso dire che il proletariato, presa coscienza della sua forza ma rendendosi conto di non essere ancora pronto a guidare lo Stato, avrebbe dovuto provvisoriamente allearsi con la borghesia per raggiungere, al momento opportuno – e la guerra stava offrendo questa opportunità –, i suoi scopi rivoluzionari.

Gramsci, forse, non se ne rese conto ma questa posizione apriva al “produttivismo”, molto radicato nel socialismo francese, con il quale Mussolini aveva stretti rapporti. Il produttivismo sarebbe diventato l’ideologia sociale, corporativista, del fascismo. Pochi lo hanno notato ma il produttivismo era già tutto presente ne “Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” di Karl Marx, opera nella quale il fondatore del socialismo preteso scientifico descrive il conflitto tra la borghesia industriale, ovvero “produttrice”, in quanto il suo reddito dipende dalla produzione di beni reali, e la borghesia finanziaria, ovvero i banchieri e gli speculatori di borsa, il cui scopo è far denaro dal denaro non attraverso la produzione ma attraverso la speculazione per vivere di rendita finanziaria. Questa distinzione tra “produttori”, ricomprendendo però nella categoria, insieme agli imprenditori, tutti i lavoratori – direttivi, tecnici e operai –, e “speculatori”, parassiti che vivono sfruttando il lavoro altrui, la si ritroverà nel fascismo tanto di destra quanto di sinistra. Con la borghesia produttrice, benché solo allo scopo di un necessario passaggio verso il conflitto finale rivoluzionario, il proletario, secondo Marx, poteva trovare una provvisoria alleanza (4). Marx tuttavia constatava che dove tale alleanza si era verificata, ovvero in Francia tra il 1848 e il 1850, a causa della debolezza politica del proletariato, la borghesia industriale, ottenuti i suoi obiettivi politici, si rinchiuse nel proprio recinto senza concedere nulla ai lavoratori. Ebbene, il successivo cammino della sinistra francese, che Marx se fosse vissuto non avrebbe apprezzato, fu caratterizzato proprio dalla contestazione del mancato esito del ’48. Essa si pose nella prospettiva della alleanza del proletariato con la borghesia industriale nel momento della produzione della ricchezza – altrimenti non ci sarebbe stata alcuna ricchezza da spartire – e del conflitto sociale invece nella successiva fase della distribuzione dei frutti di quanto prodotto attraverso la collaborazione tra imprenditori e lavoratori. Il Mussolini del periodo ricompreso tra il 1914 e il 1919 e l’originario programma fascista diciannovista, ossia sansepolcrista, erano su questa linea politica derivata dal socialismo francese.

Allievi entrambi di Giovanni Gentile e Benedetto Croce

Antonio Gramsci, dunque, si interrogava da socialista, come aveva fatto Mussolini, sul rapporto tra socialismo e nazione. Poteva il Partito Socialista Italiano, non il socialismo in sé, astrattamente preso, ma quello inevitabilmente e realisticamente collocato all’interno di una storia nazionale, della “vita italiana”, sottrarsi alle sue responsabilità politiche nella tempesta europea in corso? Si potrebbe dire che, qui, Gramsci abbia smentito sé stesso – è noto che il filosofo sardo ha recuperato i concetti di “nazione” e di “popolo” ma in un quadro illuministico, ovvero contrattualistico, meglio confacente con il marxismo professato, sebbene influenzato dal neoidealismo, piuttosto che tradizionalista o romantico – approdando a un realismo dal sapore più conservatore, la nazione come conservazione delle genuine virtù del popolo, che rivoluzionario.

Prendendo atto che la nazione non era una chimera borghese egli, come Mussolini, metteva il dito nella piaga delle contraddizioni intellettuali del Partito Socialista Italiano dell’epoca che, a differenza degli altri partiti socialisti europei, rifiutava l’interventismo perché prigioniero del cliché che quella in corso fosse la guerra tra le borghesie nazionali cui si doveva opporre il conflitto di classe all’interno delle nazioni in chiave internazionalista e umanitaria. L’idea invece che dalla guerra tra le nazioni potesse sortire la rivoluzione sociale – idea che affascinava Mussolini quanto Gramsci – non era all’ordine del giorno della dirigenza socialista italiana.

Di fronte all’internazionalismo umanitario, non privo di radici massoniche, professato dogmaticamente dal PSI nel 1914, Antonio Gramsci chiedeva concretezza e realismo per non perdere l’occasione di fare scelte precise e assumersi responsabilità storiche. Se senza dubbio la guerra mondiale era una immane tragedia, tuttavia una esegesi dogmatica dell’internazionalismo marxista non era la risposta in quel momento più adatta per il socialismo italiano. Senza dare una risposta concreta, superando il neutralismo, il PSI negava a sé stesso un futuro quale soggetto politico capace di cavalcare, in senso rivoluzionario, la dinamica storica messa in moto dal conflitto europeo.

Seguendo questa linea di pensiero Gramsci giungeva alle stesse conclusioni di Mussolini: «non è sul concetto di neutralità che si discute, ma sul modo di questa neutralità». Sicché, usando lo stesso linguaggio già usato dal futuro duce nel suo editoriale, il filosofo sardo si diceva convinto della necessità di abbandonare la “neutralità assoluta” e abbracciare la “neutralità attiva e operante”. In altri termini Gramsci chiedeva al PSI di non fuggire dalla storia e prendere atto che la storia era, in quel momento, la guerra in corso. La “neutralità assoluta”, che egli non esitava a definire “vero sabotaggio”, non solo sarebbe stata antinazionale ma anche anti-rivoluzionaria perché il conflitto era una occasione straordinaria per dare nuovo impulso alla lotta di classe.

«Il che vuol dire – affermava – ridare alla nazione il suo genuino e schietto carattere di lotta di classe». Qui Gramsci si poneva sulla stessa strada di Mussolini che, a sua volta, in occasione della guerra e del fallimento della Seconda Internazionale, aveva riscoperto la nazione, secondo la tradizione democratico-repubblicano-sociale del Risorgimento, quale motore della dinamica storica verso la realizzazione del socialismo. Per Gramsci – qui sta la radice profonda del suo discorso, una radice “spirituale” e “volontaristica” che l’accomunava a Mussolini – il rivoluzionario non può non concepire la storia quale auto-creazione del proprio io. Il volontarismo di Gramsci dipendeva strettamente dalla filosofia neoidealista che stava diventando egemone in quegli anni. La stessa alla quale andava abbeverandosi Mussolini, il quale in più ci metteva anche Nietzsche.

«É una frase – scrive Giorgio Benigni con riferimento al volontarismo gramsciano, all’io creatore della storia – che, letta oggi, senza incardinarla nella temperie culturale di quegli anni, nella ripresa della filosofia idealistica operata da Giovanni Gentile e Benedetto Croce, non si riesce a capire in bocca a uno che dovrebbe essere “materialista”. Eppure è così: da una parte un ragazzo di 23 anni seguace dell’idealismo filosofico e ossessionato dalla concretezza, dall’altra i vecchi riformisti di fine ‘800, positivisti, e quindi materialisti, ma totalmente astratti nelle loro analisi e quindi nelle loro azioni, o forse, sarebbe più opportuno dire inazioni. Per tutto questo lo scontro tra rivoluzionari e riformisti non può essere banalizzato con gli occhi di adesso che ovviamente collocano i primi nella parte sbagliata della storia e assolvono i secondi. Si sa che nel Partito Socialista italiano dei primi del ‘900 convivevano due diverse filosofie della storia, e non c’è nessuno scandalo, nessun pudore o vergogna a riconoscere come Gramsci e Mussolini fossero dalla stessa parte: quella della filosofia idealistica contrapposta a quella positivista dei riformisti. (…). In quel frangente il giovanissimo Gramsci e il poco più maturo Mussolini dimostrarono di essere gli unici politici italiani ad aver compreso lo sconvolgimento in atto. (…). Quindi certo, tirando le conclusioni, ci sono certamente delle consonanze tra i due sul piano dell’analisi e dell’individuazione dell’avversario politico, entrambi reagiscono al gradualismo subalterno di Turati, all’astratto utopismo del PSI, al velleitarismo inconcludente della sua classe dirigente, sia di rito riformista che di rito massimalista. Entrambi reagiscono a un partito dissociato, attraversato da conflitti e lacerazioni che non arrivano però mai a fare e dire la verità delle cose, un partito unito solo dal coro dell’Internazionale ma per il resto diviso su tutto. Un partito di uomini senza idee concrete ma pieni di ideali astratti. Un partito senza responsabilità che attende il determinarsi delle condizioni perché si realizzi la rivoluzione, senza alzare minimamente un dito perché questa avvenga. Un partito senza coraggio, senza spina dorsale, che annega nel determinismo ogni occasione di operare una scelta politica. É contro questo partito che si muove la critica di Mussolini e di Gramsci, entrambi a ragione, convinti che sono gli uomini, ovvero i soggetti a fare la storia e non i processi, svincolati e scardinati dalla carne e dal sangue dei loro interpreti. (…). Si è vero, Gramsci e Mussolini hanno usato le stesse parole, gli stessi concetti a un certo punto della loro vita per interpretare la situazione politica. È vero. Come è vero che avevano ragione loro. Perché in quell’anno, in Italia sono stati solo loro a capire che la Guerra Mondiale avrebbe completamente cambiato la storia, determinando quella che gli storici della seconda metà del ‘900 chiameranno “nazionalizzazione delle masse”. La controprova, ovvero che i loro avversari, principalmente i riformisti ma anche i massimalisti socialisti, non fossero dalla parte giusta della storia è data dal carattere residuale, marginale, subalterno che avrebbe avuto, nel futuro il socialismo riformista. Incapace, nonostante alcuni sparuti e bislacchi tentativi, di svolgere una compiuta funzione nazionale, di rappresentare quello che recentemente è stato chiamato “il partito della nazione”, di essere, in poche parole un Moderno Principe» (5).

Ciò che univa Gramsci a Mussolini era la concezione idealistica della storia che supportava la possibilità di un socialismo nazionale forgiato dalla guerra intesa quale anticamera della rivoluzione. La convergenza, naturalmente, non significava che tra i due non sussistessero anche diversità ideologiche. Mentre per il filosofo sardo il soggetto rivoluzionario restava sempre il proletariato, per Mussolini quel soggetto sarebbe diventato il ceto medio, la “piccola borghesia” antiproletaria e insieme anticapitalista. Per questo Mussolini si dimostrò più duttile nella scelta delle alleanze politiche fino a rischiare un troppo eccessivo benché sempre precario compromesso con la destra fiancheggiatrice. Un carattere, quello non specificatamente proletario, della rivoluzione fascista che indurrà Gramsci a parlare di “rivoluzione passiva”.

Incontri personali

Ma le relazioni tra Mussolini e Gramsci non erano solo intellettuali perché i due ebbero modo di incontrarsi di persona, più di una volta. Incontri dei quali Mussolini si ricordò quando, ormai Duce, non rifiutò di acconsentire alle richieste di aiuto di Gramsci prigioniero nelle carceri fasciste. Lo storico gramsciano Luigi Nieddu – al quale si deve la scoperta delle lettere scritte da Gramsci a Mussolini, una scoperta che ha demolito la vulgata comunista sul filosofo sardo (6) – ha ricostruito il quadro di massima di tali incontri. Il primo dei quali risale all’inizio del fatidico anno 1914. Il giovane Gramsci, a Torino, aveva aderito alla Gioventù Studentesca Socialista. Mussolini aveva suggerito a questo gruppo giovanile di appoggiare, per la tornata elettorale supplettiva di Torino, la candidatura di Gaetano Salvemini, il quale però non accettò invitando a sua volta quei giovani a candidare proprio Mussolini. Il futuro duce inizialmente accettò per poi farsi da parte quando la sezione torinese del Partito Socialista gli preferì la candidatura di un operaio. Ciononostante Mussolini partecipò alla campagna elettorale torinese tenendo comizi e affollatissime riunioni. Il filosofo sardo lo conobbe personalmente, rimanendo affascinato dal suo carisma politico e dal suo massimalismo rivoluzionario, nel corso della campagna elettorale. «Gramsci leggeva “L’Unità” e anche “La Voce” di Prezzolini e quasi certamente l’organo ufficiale del PSI, “L’Avanti”, diretto dal 1912 dal capo della sinistra del partito Benito Mussolini … punto di riferimento dei giovani socialisti (…). Fino a che punto Gramsci fosse influenzato da Salvemini e Prezzolini oppure dall’“Avanti” di Mussolini non è dato sapere, ma pare credibile che in varia misura lo influenzassero tutti e tre» (7).

Senza dubbio il giovane Antonio non fu l’unico a subire il fascino del direttore dell’Avanti!. «Noi giovani – ha scritto Mario Montagnana che è stato cognato di Palmiro Togliatti – eravamo tutti entusiasti di Mussolini; un po’ perché era, relativamente, un giovane anche lui; un po’ perché aveva sbaragliato i riformisti, e, finalmente, perché i suoi articoli sull’Avanti! ci parevano forti e rivoluzionari» (8). In questo quadro deve dunque essere inserita l’ammirazione del giovane Gramsci verso Mussolini. Anche Giorgio Bocca, nella corposa biografia su Togliatti (1977), rammenta il clima di fascinazione e la presa che Mussolini, benché di poco più grande di loro, aveva sui giovani socialisti: «Nel 1914 il direttore dell’“Avanti” Benito Mussolini, è il leader ammirato e amato dei giovani socialisti rivoluzionari. Se viene a Torino a tenere una conferenza pro “Avanti”, la sala della Camera del lavoro si gremisce di giovani …Gramsci ha una ragione particolare per ammirarlo, è il primo direttore dell’“Avanti” che ha aperto le colonne del giornale agli scrittori sindacalisti e meridionalisti» (9).

Un secondo incontro tra i due nacque dall’invito di Mussolini, ormai espulso dal PSI, ai vecchi amici a collaborare a Il Popolo d’Italia. Gramsci inviò un articolo sui contadini sardi che Mussolini non pubblicò sollecitando, però, il filosofo a mandare altri contributi. Secondo Nieddu, Gramsci addirittura frequentò la redazione del quotidiano di Mussolini. C’è in proposito la testimonianza di uno dei dirigenti socialisti torinesi dell’epoca, Andrea Viglongo. Di certo è che il fratello di Antonio, Mario Gramsci, seguì Mussolini nel fascismo, anzi nell’ala di sinistra del fascismo a dimostrazione di una contiguità ideologica tra i fratelli Gramsci e la sinistra fascista erede della sinistra nazionale di epoca risorgimentale.

Questa vicinanza ideologica e anche personale, spiega perché Antonio Gramsci rientrato, pur mantenendo il suo interventismo, nel PSI, e assunto dalla redazione torinese dell’Avanti!, non mostrò mai ostilità verso Mussolini che invece era considerato un traditore dagli altri socialisti del giornale.  «Gramsci era rientrato nel partito – scrive Nieddu – senza nulla aver mutato dei precedenti convincimenti circa l’interventismo, deludendo tutti coloro che si sarebbero aspettati una qualsiasi forma di autocritica. Tanto meno era intervenuto per contrastare la campagna di stampa del “Popolo d’Italia” nei confronti del PSI e, meno che mai per rintuzzare Mussolini sul piano personale…mentre non perdeva occasione per esaltare i valori del conflitto e di chi vi aveva creduto sinceramente e vi aveva perso la vita …» (10). Inutile dire che la direzione dell’Avanti! fu sul punto di licenziarlo proprio perché era rimasto interventista e simpatizzante di Mussolini. È stato Angelo Tasca ad intercedere per lui evitandogli il peggio.

Un legame intellettuale che ha resistito al carcere fascista

La comprensione di Gramsci per Mussolini, per il suo percorso intellettuale, che evidentemente sentiva simile al proprio, emerge persino nel periodo della detenzione nelle carceri del regime. Nei “Quaderni dal carcere”, Antonio Gramsci continuava a sottolineare la sostanza “popolare” dell’itinerario politico dell’antico leader massimalista del PSI: «È molto interessante da studiare – egli scriveva nel Quaderno n. 6 – il diario di guerra di Benito Mussolini per trovarvi le tracce dell’ordine dei pensieri politici, veramente nazionali-popolari che avevano formato, anni prima, la sostanza ideale del movimento che ebbe come manifestazione culminante il processo per l’eccidio di Roccagorga e gli avvenimenti del giugno 1914».

Mentre la data del giugno 1914 ricorda la cosiddetta “Settimana rossa” (7-14 giugno 1914), una rivolta popolare scatenata dall’uccisione da parte delle forze dell’ordine di tre manifestanti in Ancona, che coinvolse Marche, Romagna, Emilia e Toscana, e alla quale Mussolini dalle colonne del quotidiano socialista, di cui era direttore, aveva dato un forte appoggio (pochi giorni dopo, il 28 giugno, l’attentato di Sarajevo gli apriva la via verso il recupero del concetto di patria), l’episodio di Roccagorga, invece, ci riporta alla prima manifestazione di attenzione verso la nazione del Mussolini pre-fascista. A Roccagorga, un paese del Lazio, il 6 gennaio 1913 una manifestazione di contadini era stata soffocata nel sangue con sette morti, fra cui un bambino di cinque anni, e ventitré feriti. Mussolini, come direttore dell’Avanti!, si scagliò contro le Autorità responsabili dell’eccidio dei contadini. Ne ottenne un processo per diffamazione a mezzo stampa. Va notato che i contadini di Roccagorga, soci della società agricola “Savoia”, non scesero in piazza innalzando la bandiera rossa ma il tricolore. Nell’occasione lo sdegno del Mussolini socialista del 1913 anticipa il Mussolini produttivista del 1919 il quale, soltanto tre giorni prima del 23 marzo di quell’anno, data della fondazione a Milano dei Fasci di combattimento nella storica adunanza in Piazza San Sepolcro, si recò nelle industrie di Dalmine per supportare con la sua presenza i lavoratori che avevano occupato le fabbriche ma continuando la produzione in autogestione e innalzando, anch’essi, non la bandiera rossa ma il tricolore nazionale.

L’eco del suo discorso a Dalmine sarebbe ritornato nel programma dell’ultimo fascismo, socialista e repubblicano di Salò. Quasi una chiusura del ciclo a conferma di quanto abbiamo detto all’inizio ossia che la storia riserva sempre sorprese, stupefacenti e persino divertenti laddove pensiamo alle odierne diatribe sul fascismo e l’antifascismo quotidianamente inscenate sui giornali e sui talk show televisivi a supporto della risibile politica nazionale e internazionale dei nostri anni decadenti.

Luigi Copertino

 

NOTE

  • Benito Mussolini “Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante” reperibile, parzialmente, al link https://www.artegrandeguerra.it/2012/11/mussolini-giornalista-dalla-neutralita.html .
  • Citato in Angelo Abis “Antonio Gramsci e Benito Mussolini. Due leader ‘lontani’, ma anche ‘vicini’. Storia di un carteggio ‘riservato’”, in Storia Verità del 28.06.2020 reperibile al link https://www.storiaverita.org/2020/06/28/antonio-gramsci-e-benito-mussolini-due-leader-lontani-ma-anche-vicini-storia-di-un-carteggio-riservato-di-angelo-abis/ .
  • Antonio Gramsci “Neutralità attiva e operante” reperibile al link https://www.democraziaoggi.it/?p=8281 .
  • Cosa che effettivamente avvenne sotto l’impero di Napoleone III caratterizzato da una politica dirigista, benché liberoscambista, intesa, secondo linee sansimoniane, a dotare la nazione delle necessarie infrastrutture per lo sviluppo industriale mentre venivano attuati piani per favorire l’occupazione, garantire pensioni di vecchiaia ai lavoratori nonché migliorare il sistema educativo e di istruzione. Senza che, tuttavia, ne conseguisse alcuna palingenesi rivoluzionaria, atteso che la Comune di Parigi, la quale non realizzò la nuova rivoluzione francese restando confinata nella capitale, seguì il crollo militare del Secondo Impero e non fu un moto indipendente da tale circostanza. Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, che regnò come Napoleone III, “imperatore dei francesi”, tra il 1852 e il 1871, dopo essere stato presidente della Repubblica tra il 1848 e il 1852, era un vecchio carbonaro di istanze liberali più che repubblicane e aveva soggiornato da esule per diversi anni in Inghilterra apprezzandone il liberismo economico. Da imperatore, contro le istanze protezioniste di parte degli industriali transalpini, introdusse il liberismo in Francia ma attraverso una pianificazione dirigista per la modernizzazione infrastrutturale del Paese. L’intento, poi raggiunto, era quello di consentire agli investitori esteri, inglesi in particolare, di investire in Francia. Ma in tal modo il Secondo Impero entrava nell’orbita inglese ovvero nel sistema liberoscambista asimmetrico che consentiva l’egemonia mondiale di Londra. Uno dei motivi del conflitto franco-prussiano che, nel 1871, pose fine al suo impero fu anche lo scontro tra due modelli di modernizzazione, quello francese e quello tedesco. Quest’ultimo invece aveva seguito il paradigma che all’epoca era detto “americano”, dato che era quello che aveva permesso il decollo industriale degli Stati Uniti, ovvero il dirigismo protezionista per far cresce e fortificare l’industria nazionale. In altri termini si trattava di una modernizzazione “autocentrica”, per dirla con linguaggio odierno. Infatti, a smentita delle tesi liberiste e liberoscambiste, le vie verso la modernizzazione, nella storia moderna e contemporanea, sono state diverse e non tutte hanno seguito le linee della scuola classica, ossia liberista, di economia. Paesi che si sono modernizzati in modo alternativo, come la Germania bismarchiana, il Giappone dell’era Meiji, la Turchia di Ataturk ma anche l’Italia fascista (potremmo aggiungere persino l’Italia del dopoguerra, la Francia gollista e, oggi, la Russia di Putin o la Cina di Xi Jinping e gli altri Paesi cosiddetti Brics), dimostrano che l’equivalenza modernità/modernizzazione = liberalismo/liberaldemocrazia/liberismo non è né un dogma né una inevitabile necessità storica. Questa equivalenza è sostenuta, per ragioni di giustificazione teoretica dell’egemonia, da coloro che leggono la storia universale in chiave esclusivamente occidentalo-centrica ovvero anglo-centrico (accezione nella quale da parte nostra sottolineiamo la radice spuria religiosa connessa con lo scisma del XVI secolo). Una chiave che esclude l’autonomia del Politico e subordina, o quantomeno pone in reciproca interdipendenza, l’Economico e il Politico. Orbene, i Paesi che hanno seguito una via alla modernizzazione diversa da quella anglo-liberista hanno risposto all’impulso della modernità, ed alle pressioni esterne, realizzando un tipo di sviluppo che diverge rispetto al modello occidentale adattando dall’interno, ovvero endogeneticamente e non esogeneticamente, la propria struttura pre-moderna. Esempi tipici sono proprio la Germania guglielmina e il Giappone nei quali si è passato dalla struttura feudale a quella industriale con la trasformazione, sotto la direzione politica dello Stato (Kaiser, Imperatore), delle dinastie feudali in famiglie industriali.
  • Giorgio Benigni “1914. Gramsci e Mussolini” su Linkiesta del 04.03.2020 reperibile al link https://www.linkiesta.it/blog/2020/03/1914-gramsci-e-mussolini/ . Qui teniamo a distanziarsi, invece, dalle conclusioni, alquanto “moralistiche”, del Benigni laddove, per ribadire – una scoperta dell’acqua calda – la differente storia successiva del filosofo sardo e del politico romagnolo, scrive: «Ora, il fatto che entrambi, Gramsci e Mussolini avessero colto il carattere di “palingenesi” rappresentato dalla guerra, mentre sostanzialmente per Turati e Giolitti essa avrebbe continuato a rappresentare nient’altro che una “parentesi”, non può comportare, ipso facto, un’assimilazione ideologica e politica del primo al secondo … accostare in modo sprezzante Gramsci al Mussolini, come se il 1914 fosse il 1945, mentre questi due nomi evocano da una parte il carcere politico e dall’altra le leggi razziali, non è una operazione intellettualmente e storicamente onesta seppure potrebbe esserlo filologicamente». Riteniamo invece che non è intellettualmente e storicamente onesto non accostare, pur nelle differenze tra i due e nella loro diversa sorte, i nomi di Gramsci e Mussolini. E questo solo per, appunto, “moralismo”, che nella storiografia non ha alcun diritto di cittadinanza. Benigni, infatti, tira in ballo la supposta alleanza di Mussolini con gli industriali e gli agrari tra il 1920 e il 1922, dimenticando, come se Renzo De Felice non avesse scritto una sola riga, che quell’alleanza fu solo tattica e restò sempre precaria per tutto il ventennio. Un momentaneo e machiavellico compromesso al quale doveva seguire la “seconda ondata della rivoluzione”, che non arrivò a causa della guerra. Un compromesso del tutto evidente alla luce della continua polemica, nel ventennio, tra conservatori e sinistra fascista nonché alla luce, a partire dagli anni ’30, delle sempre più crescenti spinte dirigiste del regime in economia che dispiacevano ai conservatori e alla Confindustria. Anche il tirare in ballo le “leggi razziali” come fossero il portato intrinseco del fascismo, dimenticando che, invece, esso sin dagli inizi ebbe migliaia di militanti e quadri aderenti e di simpatizzanti tra gli italiani di fede ebraica, è segno del “moralismo” non storico del Benigni. Le leggi del 1938 furono soltanto un’aberrante “concessione” nel quadro di uno sciagurato patto geopolitico, tuttavia provocato dalla cecità di Londra e Parigi più che dal perseguimento di una inevitabile convergenza ideologica, con un ingombrante alleato che, in precedenza, lo stesso Mussolini giudicò alla stregua di un barbaro (il suo discorso alla Fiera del Levante di Bari del 1934) e che le riviste culturali e politiche fasciste consideravano in termini assolutamente negativi. È bene rammentare che sempre Renzo De Felice, giustamente, riteneva storicamente insensata l’espressione “nazifascismo” giacché le ideologie dei due regimi erano del tutto diverse. Volta progressisticamente all’avvenire, nel tentativo di un oltrepassamento del marxismo inteso però a portarne a esito “spiritualistico” l’obiettivo finale della realizzazione del “regno dell’uomo”, l’ideologia fascista. Volta, al contrario, verso il passato per recuperare e restaurare l’età dell’oro della presunta purezza ariana, restaurazione che necessitava nell’epoca moderna il controllo e poi il superamento del capitalismo, l’ideologia nazional-socialista. Anche per quanto riguarda il carcere fascista subito da Gramsci andrebbe valutato il dato di fatto che non c’è nessun regime – compresa la democrazia liberale, come attestano molti fatti e ne citiamo due per tutti, ossia Guantanamo o le carceri israeliane traboccanti di palestinesi senza processo – che si astenga dall’uso della repressione verso gli avversari quando questi si fanno o sono considerati troppo fastidiosi. In ogni caso, Benigni dimentica di ricordare che se Gramsci fu portato dal carcere in clinica, dove morì, per curarsi dalla tubercolosi, questo non avvenne senza il placet di Mussolini (si veda la nota 2 seguente). Il quale, politico tattico e machiavellico, sovente cinico, non era però indifferente alla sorte di amici e nemici come testimoniano i suoi molteplici interventi, diretti e indiretti, di aiuto nei confronti di vecchi amici o di avversari politici. Dalla vedova Matteotti – è ormai noto che Mussolini non è personalmente e quindi penalmente responsabile dell’assassinio del deputato socialista, benché se ne assunse la responsabilità politica – al comunista Nicolino Bombacci, da Pietro Nenni, suo amico-concorrente rivoluzionario di gioventù, cui salvò la vita sottraendolo ai tedeschi che lo avevano catturato in Francia, ai membri, tra i quali Enrico Mattei, del vertice lombardo della Dc clandestina, scoperti e arrestati dai fascisti repubblicani, nel 1944, e che evitarono di essere processati, sotto supervisione tedesca, per l’intervento di Mussolini (Cfr. Roberto Beretta “Quando il Duce graziò lo stato maggiore della Dc partigiana”, Avvenire, 20.06.2008).
  • Luigi Nieddu “L’altro Gramsci”, Cagliari, 1990. Scrive Angelo Abis a proposito del rapporto tra il Gramsci incarcerato e il Mussolini duce e dittatore: «Chi per la prima volta ha portato a conoscenza del pubblico l’esistenza di lettere indirizzate da Gramsci a Mussolini è stato Luigi Nieddu che nel volume “L’altro Gramsci”, stampato a Cagliari nel 1990, pubblica alcune lettere inviate al duce con delle richieste legate per lo più al suo stato di salute. Nieddu pubblica anche una lettera inviata al duce dalla madre di Gramsci, mentre nel testo parla di altre missive di Gramsci, della madre e della sorella Teresina (che era segretaria femminile del fascio di Ghilarza) sempre inviate a Mussolini. Le rivelazioni di Nieddu costituivano una vera propria bomba, perché sino all’ora nessuno aveva neppure immaginato che Gramsci potesse rivolgersi al proprio carceriere e tanto meno che costui nella quasi totalità dei casi andasse incontro ai desiderata del pensatore sardo. L’uscita del libro fu accolta con una indifferenza e con un silenzio pressoché totale. Eppure Nieddu, oltre ad essere un socialista, non era certo l’ultimo arrivato in fatto di studi gramsciani. La realtà fu (ed è) che il libro “L’altro Gramsci” distruggeva scientificamente tutta la vulgata degli intellettuali, organici al PCI, sulla vita e sul pensiero di Gramsci. Da allora poco è stato fatto per approfondire il problema: quante furono le lettere scritte a Mussolini e quante sono state pubblicate? Gramsci ha scritto solo a Mussolini o a anche ad altri esponenti fascisti, segnatamente sardi? (cosa che a me personalmente risulta). Tutta la questione è stata liquidata da parte degli storici e intellettuali vicino o del PCI come delle semplici istanze burocratiche tese ad ottenere il rispetto dei regolamenti carcerari da parte del regime, declassando Gramsci al ruolo di un detenuto comune e non come un leader politico in carcere in quanto esponente dell’opposizione più radicale al fascismo, e Mussolini a una specie di giudice di sorveglianza e non il massimo esponente di quella dittatura che non solo a livello nazionale ma anche a livello mondiale si contrapponeva all’internazionale comunista. Altri hanno usato le lettere per porre in rilievo la “bontà” di Mussolini e fra questi vi è anche Nieddu il quale afferma nel suo libro, anche se in riferimento a una lettera della madre di Gramsci: “E’ probabile che del caso si sia occupato lo stesso Mussolini, memore di quella sostanziale solidarietà espressagli dal giovane Gramsci nel lontano 1914 su ‘Il Grido del Popolo’, quando tanti altri amici e compagni di partito gli avevano invece dato addosso…”. Entrambe le posizioni sono a mio avviso riduttive e soprattutto sminuiscono la statura dei due leaders. Con tutta probabilità un filing sotterraneo, al di là della fortissima contrapposizione politica e ideologica, univa i due che oltre ad essere di una intelligenza superiore erano intellettualmente onesti e per nulla faziosi. Per chi ha bazzicato il mondo della politica sa bene che spesso è più facile avere comprensione e trovare rispetto fra i propri avversari politici che fra i compagni di partito. Su questo filing, a mio avviso occorrerebbe indagare per comprendere la ‘ratio’ delle lettere di Gramsci e la ‘ratio’ che spingeva Mussolini, tra l’altro con molta sollecitudine, ad andare incontro al suo nemico principale». Cfr. Angelo Abis “Antonio Gramsci e Benito Mussolini …” op. cit. A nostro giudizio, benché Angelo Abis ne sottovaluti la portata, tra le ragioni per le quali Mussolini andò incontro alle necessità dell’ex estimatore, diventato suo avversario, non si può escludere proprio la “bontà” intesa come una certa disposizione del cuore verso i sofferenti che gli derivava dal suo profondo legame con la madre, Rosa Maltoni, donna di ardente fede cattolica e che alla fede educò i tre figli. Dei quali Edvige e Arnaldo l’avrebbero sempre conservata mentre Benito, più “focoso” dei fratelli, l’avrebbe prima surrogata con il socialismo anarchico del padre, Alessandro, per poi probabilmente recuperarla, come molti indizi portano a ritenere, negli ultimi, tragici, anni della sua vita. Del resto dovremmo chiederci cosa differenzia la focosità del mistico religioso da quella ideologica del militante politico se non l’“oggetto” di tale fuoco spirituale: Dio nel primo caso, l’auto-divinizzazione di sé stessi, nella prospettiva di “ricreare” il mondo a propria immagine e somiglianza, nel secondo caso.
  • Luigi Nieddu “Antonio Gramsci – storia e mito”, Cagliari, 2004, citato in Angelo Abis “Antonio Gramsci e Benito Mussolini …”, op. cit.
  • Citato in Giuseppe Bedeschi “Correva l’anno 1914 e il giovane Gramsci prese le difese di Mussolini” reperibile al link https://www.ilfoglio.it/cultura/2020/03/01/news/correva-lanno-1914-e-il-giovane-gramsci-prese-le-difese-di-mussolini-303620/ .
  • Citato in Angelo Abis “Antonio Gramsci e Benito Mussolini …”, op. cit.
  • Citato in Angelo Abis “Antonio Gramsci e Benito Mussolini …”, op. cit.

 

 

 

 

 

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