“La casa nel bosco” sembra il titolo di un libro giallo o di un film horror. Invece “La famiglia nel bosco” ricorda più una fiaba da leggere la sera ai bambini prima del sonno. Presto potrebbe diventare, mutando natura, “La casa dei giudici” o “La casa del referendum”. Certamente non sarà l’argomento principe del governo Meloni e della sua maggioranza, ma avrà un ruolo a favore del “Si” nella campagna referendaria della prossima primavera per la conferma o la cancellazione della recente legge costituzionale “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” pubblicata nella G.U. n.253 del 30 ottobre 2025. Un referendum che il governo prende molto sul serio, perché non condizionato dal limite del quorum. Pochi o tanti che siano i votanti, basta un voto in più a favore del “No”, perché le modifiche vengano cassate e la Costituzione ripristinata. Per questo esponenti di primo piano del governo hanno colto al volo l’involontario “assist” del Tribunale dei Minori dell’Aquila, prendendo rumorosamente posizione a favore dei genitori soggiornanti nella casetta del bosco e dei loro tre bambini, allontanati e ricoverati in una casa-famiglia d’ordine del giudice dei minori.
Si può immaginare che a questo punto intervenga Di Pietro (ex p.m. ed oggi avvocato, schierato – pare – a favore del Sì) col suo celebre “che c’azzecca?”. Difatti la legge costituzionale interviene sì sull’ordinamento giudiziario, ma secondo la versione corrente riguarderebbe i pubblici ministeri e non i magistrati giudicanti. Tuttavia logica e storia ci dicono che non è affatto così e lo conferma il testo stesso della legge, che coinvolge in pari misura i magistrati dell’Accusa e del Giudizio quando dispone la divisione in due tronconi del “corpus” giurisdizionale (la cosiddetta “casta giudiziaria” della stampa di regime) e, ugualmente, dell’organo di autogoverno, non rafforzato, ma indebolito dalla divisione in due CSM, potenzialmente ostili, privati entrambi della funzione disciplinare, trasferita ad un’Alta Corte, e con un sistema di nomina dei componenti a sorteggio, ma con maggiore possibilità per la componente laica di incidere sulla formazione della rosa dei candidati.
Tutti coinvolti (a rigore, cittadini inclusi), perché la legge si inquadra in un più vasto progetto, che mira alla ristrutturazione dello Stato, con al centro il potere esecutivo e quello che un tempo veniva definito “potere giudiziario” ridotto ad una posizione ancillare. Esattamente come nel “Piano di Rinascita Democratica” di Licio Gelli, che prevedeva, appunto, una profonda riduzione dell’autonomia dell’intera magistratura e la riorganizzazione politica della giustizia.
Fin troppo facile immaginare che il richiamo a Gelli provocherà una scrollata di spalle degli eredi del berlusconismo: troppo datato, se mai esistito. Accontentiamoli e atteniamoci all’attualità. Alla premier Meloni che il 30 ottobre scrive in un post: “La riforma costituzionale della giustizia rappresenta la risposta più adeguata ad una intollerabile invadenza nelle scelte politiche del governo”. O al ministro della Giustizia Nordio, che il 4 novembre dichiara al Corriere della Sera “Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro nel momento in cui andassero al governo”. In pratica la confessione che si cambia la Costituzione per potenziare l’esecutivo (chiunque lo gestisca) ai danni della giurisdizione, rappresentata tanto dalla magistratura requirente quanto dalla giudicante. Anzi, almeno per quanto riguarda le “invadenze” ai danni del governo, ancor più dalla seconda.
Si capisce meglio quanto sta davvero succedendo, se si allarga il panorama, includendovi, in rappresentanza dell’intero Occidente, gli Stati Uniti d’America. Niente di strano, dal momento che è dagli Stati Uniti che con il nuovo (allora) codice di procedura penale (entrato in vigore il 24 ottobre 1989), abbiamo importato il processo “alla Perry Mason”, cioè il processo col rito accusatorio, che ora, per essere completato ci imporrebbe – lo sostiene, fra gli altri, il ministro Nordio – quanto meno la separazione della carriera dei pubblici ministeri da quella dei giudici.
Vediamo, riassumendo al massimo, la situazione in quel paese, dove i giudici sono a livello federale di nomina presidenziale e nominati a vita e nei singoli Stati vengono scelti, per una durata più o meno lunga, con sistemi piuttosto diversi, ma comunque con partecipazione o direttamente del popolo o di organi politici. I prosecutors (pubblici ministeri) sono tutti, tanto a livello federale che statale, o elettivi o di nomina politica. Come si vede, negli States l’intromissione del potere esecutivo nel giurisdizionale, diretta o indiretta (i prosecutors o attorneys ne dipendono totalmente e sul voto popolare incidono i partiti), fa già parte del sistema. Tuttavia a quel governo non basta più. Recentissima una forte presa di posizione della “American Bar Association (ABA)”, la più grande associazione professionale di avvocati degli USA, fondata nel 1878, intervenuta a difesa dei principi dello Stato di diritto. Principi che esigono il rispetto della separazione dei poteri e sono, quindi, contraddetti dai ripetuti tentativi di intimidazione di magistrati e avvocati da parte dell’Amministrazione. L’ABA denuncia (per esigenze di spazio si riportano pochi passi) azioni rivelatrici di “uno schema chiaro e sconcertante. Se un tribunale emette una decisione che l’amministrazione non condivide, il giudice viene preso di mira. Se un avvocato rappresenta parti in causa con l’amministrazione, o se un avvocato rappresenta parti che l’amministrazione non gradisce, gli avvocati vengono presi di mira”. Addirittura “alti funzionari governativi (nominati ed eletti) hanno ripetutamente chiesto l’impeachment dei giudici che emettono pareri con cui il governo non è d’accordo. Ci sono state richieste di impeachment di “giudici corrotti” senza alcuno sforzo per produrre prove della cosiddetta “corruzione”. Queste richieste sono state rivolte solo contro giudici che si sono pronunciati contro la posizione del governo”. Altri giudici sono stati criticati “per non avere seguito la volontà del popolo”, dimenticando che ”i giudici hanno giurato di seguire la legge, non i sondaggi d’opinione o le chiacchiere politiche o ciò che qualcuno sostiene essere la volontà del popolo”. Evidente “l’intensificarsi degli sforzi governativi per interferire con tribunali equi e imparziali, con il diritto a un avvocato e a un giusto processo”. Ovviamente si può essere in disaccordo con le decisioni dei singoli giudici, “ma è inaccettabile prendere di mira personalmente i giudici solo perché non siamo d’accordo con le loro decisioni. Non possiamo avere un sistema giudiziario in cui il governo cerca di rimuovere i giudici semplicemente perché non decidono come il governo desidera”.
Ancora, per informazione di quegli avvocati favorevoli alla riforma e al “Sì” referendario per essersi imbattuti in un magistrato maleducato o strafottente, e comunque convinti di averne vantaggi, negli States non si tratta solo dei tribunali, perché “gli sforzi di intimidazione si sono ora estesi alla professione legale”. Infine l’ABA, dopo avere ricordato le proprie prese di posizione contro le precedenti amministrazioni “quando non hanno rispettato lo stato di diritto o hanno interferito con l’accesso alla giustizia”, conclude che il problema è se si è oppure no “a favore dello Stato di diritto”. Esattamente così stanno le cose. Tanto negli States quanto in Italia.
In realtà la situazione è complessa e, con riferimento alle argomentazioni del dibattito pro e contro in Italia, i fautori della riforma possono obiettare che l’ABA, col difendere il sistema vigente negli Stati Uniti, si mostra convinta che un sistema che tiene i pubblici ministeri fuori dalla giurisdizione sia perfettamente compatibile con lo Stato di diritto, che, di conseguenza, anche in Italia non sarebbe messo in pericolo dalla separazione delle carriere. Argomentazione corretta se non fosse che, prescindendo dagli eventuali passi futuri (per i quali comunque pone le basi), la riforma già fin d’ora diminuisce l’autonomia dell’intera magistratura.
Nonostante l’apparente contraddizione (o la possibile duplicità dell’argomentazione) di cui si è appena detto, è proprio quanto avviene negli Stati Uniti a dare fondamento alle maggiori preoccupazioni sulla riforma costituzionale voluta e patrocinata dal governo Meloni. Il raffronto con gli Stati Uniti interessa per questioni non di diritto comparato, ma squisitamente politiche. Se ne deduce che, ferme le differenze che possono assumere le forme di intervento in dipendenza della diversità di situazione in essere nei diversi paesi, in Occidente, dove è nato, lo Stato di diritto, nel suo modello base, fondato sopra una relativamente rigida divisione dei poteri nella classica ripartizione di legislativo, esecutivo, giurisdizionale, è politicamente considerato non più adeguato alle esigenze tempi. Quindi si avviano le pratiche per il suo smantellamento.
Non è una buona notizia.
Francesco Mario Agnoli


























































































































































































































































































































