Lo scrittore inglese Ivan Morris (1925-1976) negli ultimi anni di attività dedicò i suoi studi all’approfondimento della tradizione eroica giapponese. Precedentemente non aveva mai affrontato la filosofia dell’Onore e la visione del mondo dei samurai. Britannico, laureato ad Harvard in lingua e letteratura giapponese, fu scrittore e studioso della cultura nipponica. Fu inviato a Hiroshima il 6 agosto 1945, come interprete, dopo l’olocausto compiuto dall’aeronautica Usa.
La conoscenza di Mishima Yukio (1925 – 1970) lo spinse a dedicarsi agli studi sulla tradizione eroica e ad apprezzare lo stile di comportamento dei giovani giapponesi. Per l’Occidente il fallimento, il senso del mancato compimento di un progetto, di una sconfitta in una contesa, sono una vergogna e il suicidio è qualcosa di contrario alla religione cristiana e al comune sentire. Per la cultura buddhista e per l’etica cavalleresca dei samurai, invece, la sconfitta e il suicidio sono un’affermazione di sé, un gesto che sarà ricordato dalle generazioni a venire, lasciando nello sconfitto l’aura di eroe. Sfortunato, ma eroe. Probabilmente il vincitore non rimarrà nella memoria come il perdente. Ivan Morris, in un libro dettagliato e utile per comprendere la mentalità degli estremo-orientali (La nobiltà della sconfitta, Medhelan ed., trad. Francesca Wagner, curatore Marcello Ghilardi, pagg. 500, euro 28,00) illustra l’aspirazione all’onore prendendo in esame dieci casi di samurai e cavalieri partendo dal 72 d.C. con il principe Yamato Takeru, tipica figura dell’eroe nipponico, e poi, via via, fino ai samurai più recenti come i kamikaze. Si impara l’etica del samurai, la psicologia nipponica e soprattutto quella degli eroi giapponesi, e si conosce un millennio di storia nipponica. Morris dedicò il libro al suo amico Mishima grazie al quale apprese ad ammirare gli sconfitti. Viene da chiedersi: da dove derivava questo fascino per personaggi che perdono la vita in modo violento e senza tentennamenti, come se la morte fosse qualcosa di ricercato, di voluto, magari anche in giovane età? Il curatore, Marcello Ghilardi, analizza, nell’introduzione, le basi culturali e religiose della formazione nipponica. Pone in evidenza il dato secondo il quale la componente religiosa e culturale che ha plasmato il Giappone si configura in tre correnti principali: lo Shinto (si può tradurre “via degli dei, unica di origine nipponica, codificata retrospettivamente fra il XVII e XVIII secolo, ma il termine circolava già nel XIV secolo), il Confucianesimo e il Buddhismo. Lo Shinto è stato un insieme coerente di pratiche che nel corso del tempo ha mantenuto intatti i riferimenti concettuali. La virtù shintoista della purezza si collega a quella confuciana della sincerità, dell’onestà, dell’affidabilità. Perché per la mentalità nipponica è basilare la fedeltà alla parola data, l’aderenza a quanto assunto come impegno. Ecco da dove deriva la fedeltà verso colui cui si è giurato fedeltà. E la morte non è vista come realtà inutile, anzi viene coniugata come perfetta coincidenza fra ciò che si è e l’immagine alla quale si vuole aderire: “restituendo la vita che si era ricevuta non si resta in debito con essa, con i valori che si è cercato di esprimere, con l’ideale che si è tentato di incarnare, di cui il feudatario o l’Imperatore sono simboli”. In altre parole, la meditazione sulla “impermanenza” è una costante dell’insegnamento buddhista che deriva da Siddharta il Buddha, vissuto in India fra il VI e il V secolo a. C. secondo il quale “Una persona ordinaria, o monaci, vede così: “Questo è il Sé, questo è il mondo; dopo la morte io sarò permanente, imperituro, eterno, non soggetto a cambiamento; durerò per l’eternità”.
E’ un insegnamento che porta all’abitudine dell’impermanenza, attraverso il distacco dal Sé, tenendo conto che l’impermanenza è propria di tutte le realtà – secondo l’insegnamento buddhista – fisiche e metafisiche, visibili e invisibili. L’attaccamento al Sé è un nemico ed è l’emblema di tutti gli altri. E’ evidente che per civiltà differenti, come a esempio quella occidentale, questi discorsi non sembrano convincenti: l’homo oeconomicus preferisce il benessere materiale, l’affermazione professionale, l’accumulo di soldi, la vita agevole. Così Ivan Morris, in questo libro pieno di insegnamenti, chiarisce il dato degli uomini di valore che affrontano il nemico uscendo perdenti dalla contesa. Secondo l’opinione occidentale chi ha perso è da disprezzare, è uno sconfitto che non ha possibilità di essere ammirato. L’insegnamento nipponico, invece, spiega che è addirittura meglio uscire sconfitti da una prova imparando, piuttosto che vincere senza apprendere nulla. Un adagio nipponico recita: “Cadere sette volte, rialzarsi otto”; oppure “Meglio conquistare se stessi che vincere mille battaglie”. La prova con se stessi è quella prioritaria. Ivan Morris in questo libro descrive tante biografie di uomini passati alla storia come perdenti ma – nello stesso tempo – uomini d’onore e di valore attraverso i vari gradi della sconfitta. E’ tuttavia grande il livello di dignità che può affiorare dal comportamento di questi semidei, guerrieri, samurai, nobili e condottieri. E’ un libro che chiarisce bene come una vita finita nella sconfitta e dalla parte della morte, possa lasciare, nonostante il tempo trascorso, il ricordo della forza, dell’onore, del valore e del carattere.
Manlio Triggiani


























































































































































































































































































































