Henry de Montherlant (1895 – 1972) è stato uno dei maggiori scrittori del Novecento ma in Italia, è poco conosciuto. Negli ultimi anni qualcosa è cambiato nell’editoria italiana che sta dando spazio a questo autore. La prova è la pubblicazione, da parte di Settecolori, Aragno e Minerva, di quattro libri. Fra il 1925 e il 1935 Montherlant aveva pubblicato vari saggi su varie riviste. Molti erano pregevoli e c’era il rischio che rimanessero nelle riviste, senza ulteriore diffusione. Così, nel 1935, uscì un libro, Servizio inutile (Settecolori ed., trad. Marco Settimini, postfazione di Stenio Solinas, pagg. 228, euro 24,00), che raggruppa la maggior parte di questi saggi. Libro eterogeneo, come quasi tutte le antologie, contiene saggi che trattano il nulla, le tombe, il “canto profondo”, i nudi spartani, il misticismo, lo spirito spagnolo, le meditazioni sul suicidio, sulla nobiltà francese e sulla morte, sul coraggo fisico e morale, sullo scrittore e sul rapporto fra padre e figlio, sullo spirito borghese e un saggio sul suo libro Les Olympiques. Lo scrittore aveva già conquistato il favore del pubblico francese ma era indifferente al successo, aveva l’atteggiamento tipico dell’aristocratico qual era. Di ascendenza catalana, aveva combattuto nella Prima Guerra Mondiale, fu ferito e decorato. Ammiratore di Gabriele d’Annunzio, amava Roma, la sua storia, il suo spirito, la sua Tradizione. Omosessuale, nascondeva bene la propria condizione e collaborava con riviste e giornali di vari orientamenti facendosi nemici un po’ tutti. Uomo di contrasti e contraddizioni, era cattolico con venature pagane e, nel dopoguerra, ebbe una ripresa nel panorama letterario francese tanto da divenire accademico di Francia nel 1960. Nel 1972, all’età di 76 anni, si suicidò e le sue ceneri furono sparse sul Foro romano da amici che vollero rispettare le sue ultime volontà.
Le esequie pagane di Montherlant
Erano passati solo pochi giorni dalla morte per suicidio di Henry de Montherlant. Era il 21 settembre del 1972. Il suo esecutore testamentario, Jean-Claude Barat, e un amico, Gabriel Matzneff (grande scrittore francese tuttora in attività), stavano pranzando al ristorante parigino Le Voltaire, al tavolo dove era solito sedersi il comune amico scomparso. Parlarono dell’ultima volontà dello scrittore: far spargere le sue ceneri a Roma, fra le vestigia dell’antichità.
Barat, unico erede di Montherlant, aveva effettuato tutte le procedure previste dal Ministero dell’Interno francese e dalla Prefettura parigina per ritirare le ceneri dal Père Lachaise.
Il 20 marzo del 1973 i due amici salirono sul treno Parigi-Roma dalla Gare de Lyon con l’urna cineraria in una valigia ben chiusa. Matzneff nel capitolo La tomba di Montherlant nel suo bel libro Le défi (La Table Ronde éditions), ricorda questo “strano viaggio che sembrava allo stesso tempo un pellegrinaggio e una missione segreta”. Il 20 marzo era l’anniversario della cremazione di Giulio Cesare – ricorda Matzneff in Le Défi – ed entrambi commentarono le parole che Giulio Cesare avrebbe detto in sogno al nocchiero del porto di Brindisi, riportate da Plutarco: “Va’ mio coraggioso, non temere nulla. Tu porti Cesare e la Fortuna di Cesare!”.
I due arrivarono a Roma e andarono all’hotel Lord Byron, non al Minerva, albergo preferito di Montherlant fin dal primo soggiorno romano del 1947. La mattina successiva i due amici alle 10.45, erano a Palazzo Chigi per l’appuntamento con un alto funzionario della Presidenza del Consiglio. Il loro interlocutore non c’era. Fu loro consigliato di ripassare a mezzogiorno. Fecero un giro nei pressi e approfittarono per fare un sopralluogo delle vestigia antiche dove spargere le ceneri dell’amico. Da via del Corso a piazza Venezia, scesero verso il Tevere dalla via del Teatro Marcello. Ammirarono il tempio rettangolare della Fortuna Virile di fronte a quello rotondo di Vesta. Se il tempio della Fortuna Virile era quello di Portuno era quindi anche quello di Mater Matuta, la madre di Portuno, il cui culto era unico per entrambi. Mater Matuta – osservarono Barat e Matzneff – era stata trasformata, dopo il suo suicidio, in dea marina e in seguito in dea dell’aurora. Ai due amici quel tempio sembrò adatto per le ceneri di Montherlant.
Tornarono a Palazzo Chigi puntualmente e incontrarono l’alto funzionario e ottennero un appuntamento per mezzanotte, davanti a Palazzo Venezia. In albergo vuotarono con attenzione le ceneri in due sacchetti e portarono con loro il contenitore di latta. Alle 21 uscirono dall’albergo e andarono subito al tempio della Fortuna Virile per spargere le ceneri di uno dei sacchetti. Temevano che in seguito potessero sorgere impedimenti. Poi, all’appuntamento con le autorità, in piazza Venezia, per andare a spargere, scortati, l’altro sacchetto di cenere fra le vestigia del Foro Boario. Dopo essersi congedati dai funzionari italiani, tornare verso il Tevere nel quale gettare l’urna in mogano e il contenitore di latta. Così fecero.
Matzneff descrive con toni religiosi il momento in cui versarono le ceneri di Montherlant, come se stessero officiando un rito funerario romano. Matzneff ricorda che sembrò loro di fare la Tertia vigilia che, nell’esercito romano, corrispondeva al turno di guardia da mezzanotte alle tre del mattino. Barat e Matzneff potettero scegliere il luogo dove spargere le ceneri: un muretto vicino l’arco di Settimio Severo, proprio il luogo dove la tradizione vuole che siano stati allattati dalla lupa Romolo e Remo. Sparsero le ceneri e più tardi si diressero verso il Tevere e, davanti al ponte Emilio, gettarono nelle acque l’urna e i sacchetti. Videro alla luce della luna l’urna che scivolava sulle onde scomparendo poi nel buio. Era l’antica Roma la tomba scelta da Montherlant, antico romano.
Lo spirito romano
Altro libro tradotto dello scrittore francese, Giulio Cesare. Dialogo con un’ombra (Aragno ed., a cura di Giovanni e Giuseppe Balducci, trad. di Giovanni Balducci, pag. 51, euro 13,00), dove un alter ego di Montherlant dialoga con il dittatore romano. Il testo teatrale è incompleto ed è stato trovato nel 2013 nella Bibliothéque nationale de France. Il testo è stato scritto nel 1921, a 25 anni di età, insieme con l’opera Le songe. Il dialogo si snoda intorno al senso dell’esistenza dubitando della necessità di porre a repentaglio la propria vita per compiere atti eroici. Montherlant sostiene che bisogna agire per agire, l’atto in sé ha valore e afferma di vivere una vita come se credesse nel suo signficato ma in realtà è convinto che non serve a nulla. Da ciò deriva una sorta di distacco interiore e indifferenza verso la realtà nella quale vive lui, estraneo al suo tempo. Una visione del mondo che ha attinto alla cultura stoica, alle riflessioni di Marco Aurelio, fondamentali per acquisire la padronanza di sé.
Altra dimensione, quella contenuta nel libro Il Bestiario celeste (Aragno ed., a cura di Giovanni Balducci, trad. di Giuseppe Balducci, pagg. 102, euro 16,00) , sempre di Henry de Montherlant, che tratta dell’astrologia. Lo scrittore lo fa seriamente sottolineandodi “credere in queste cose, in cui credo non credendoci, come faccio per tante altre”. Nell’astrologia ora, giorno, mese e anno di nascita sono fondamentali. Montherlant cambia la sua data di nascita per avvicinarsi al mito romano: dal 20 aprile sceglie il 21, giorno di fondazione di Roma. L’anno, dal 1895 al 1896 forse, secondo i critici, perché aveva dimostrato in un primo tempo, poco spirito volontaristico e patriottico nel non andare in guerra. In realtà, nel 1914, fu riformato per problemi cardiaci. Lui brigò per andare al fronte e ci riuscì: combattè con onore.
Tornando al libro, c’è da sottolineare che il Bestiario celeste non riguarda solo l’astrologia e quindi i segni zodiacali ma anche gli animali mitologici, e studiare i loro simbolismi e rimandi è più interessante della realtà contingente e dei fatti di cronaca, perché il simbolismo rientra nella visione dell’eterno. Montherlant improntò la propria esistenza sulla scorta della filosofia di vita dei romani, tenendo conto di non rivelare la propria visione del mondo, disprezzando le mode e il comune sentire per riaffermare la propria vita, il proprio essere.
Di particolare interesse la postfazione di Stenio Solinas, che mette bene a fuoco gli aspetti salienti del carattere e della visione del mondo di Montherlant.
La rosa nel deserto
Romanzo importante di Montherlant La rosa del deserto (Minerva ed., trad. di Sara Arena, pagg. 535, euro25,00) è un atto di accusa contro il colonialismo. Tutto comicia quando il tenente Auligny viene inviato in Algeria, dietro pressioni della madre che sperava di poter vedere il figlio in prima linea perguadagnarsi una medaglia al valore. Veien inviato in Marocco e gli viene affidato il comando di una provincia. Lui, nazionalista, freme e si commuove davanti al dispiegarsi al vento del tricolore. Lontano dal territorio metropolitano sente ancor di più il legame con la prorpia patria. Ma la situazione evolve ben presto. Attraverso l’amore che nutre per una ragazza-bambina marocchina, Ram, scopre e capisce la questione coloniale e quanto tutto ciò costa agli indigeni.Un romanzo storico su uno dei momenti chiave e critici della storia di Francia intrecciato a una storia d’amore. Un libro che l’opinione pubblica francese non avrebbe potuto approvare e Montherlant decise di non dare alle stampe perché sarebbe stato un attacco alla patria proprio in un momento difficle. Tent’anni dopo il romanzo venne pubblicato. Ora, per la prima volta edito in lingua italiana, mostra la dinamica di fatti che si sovrappongono a questioni sentimentali.
La speranza è che altri libri dello scrittore francese siano tradotti in italiano.
Manlio Triggiani
Bibliografia edita in Italia:
Henry de Montherlant, Servzio inutile, Settecolori ed., trad. Marco Settimini, postfazione di Stenio Solinas, pagg. 228, euro 24,00
Henry de Montherlant, Giulio Cesare. Dialogo con un’ombra, Aragno ed., a cura di Giovanni e Giuseppe Balducci, trad. di Giovanni Balducci, pagg. 51, euro 13,00
Henry de Montherlant, Il bestiario celeste, Aragno ed., a cura di Giovanni Balducci, trad. di Giuseppe Balducci, pagg. 102, euro 16,00
Henry de Montherlant, La rosa del deserto, Minerva ed., trad. Sara Arena, pagg. 535, euro 25,00


























































































































































































































































































































