Marco Tarchi, professore emerito di scienza politica e analisi e teoria politica presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Firenze, ci offre in questa sua ultima fatica una ricostruzione storica meditata delle vicende del partito neofascista italiano e delle sue successive trasformazioni. Si tratta di un libro-intervista con l’editorialista del Corriere della Sera Antonio Carioti di cui deve innanzitutto evidenziarsi il tenore nient’affatto apologetico. Chi lo ha letto ha potuto cogliere e toccare con mano che lo studioso fiorentino usa ampiamente il metodo della avalutatività weberiana accompagnato da una buona dose di disincanto storico. A differenza di tanti docenti che sono organici ad interessi di partito Marco Tarchi, nonostante in anni giovanili sia stato partecipe di parte degli eventi narrati nel libro, non è uno studioso militante ma mantiene sempre il giusto distacco scientifico dall’oggetto dei suoi studi. Al tempo stesso, se non cade affatto nell’apologetica, evita anche, con equilibrio degno dell’analista politico, qualsiasi atteggiamento anti-apologetico ovvero detrattore a prescindere o per partigianeria.
L’opera, come detto, è la ricostruzione sotto il profilo storico e politologico della vicenda dei tre partiti che hanno assunto come simbolo la “fiamma tricolore” – quasi ad ostentare una continuità nei fatti più apparente che effettiva – ossia il Movimento Sociale Italiano (Msi), Alleanza Nazionale (An) e Fratelli d’Italia (FdI). I quali, per dirla molto sinteticamente, nella chiosa del libro, Tarchi identifica, rispettivamente, con il neofascismo, con il postfascismo e con l’a-fascismo.
Il partito neofascista
Il Msi nacque il 26 dicembre 1946 per raccogliere gli sconfitti nella tragica guerra civile del 1943-45, ossia i reduci della Repubblica Sociale Italiana (Rsi). Il suo statuto fondativo dichiarava esplicitamente l’intenzione di “non rinnegare, non restaurare”. Non restaurare implicava l’accettazione gioco forza della democrazia elettorale, non rinnegare tuttavia voleva essere una rivendicazione degli ideali nei quali quei reduci avevano creduto e per i quali avevano combattuto.
Il Msi mostrò immediatamente lo stesso dualismo, ovvero la compresenza di due anime, che aveva già caratterizzato il fascismo. L’anima sociale, direttamente derivante dalla linea giacobino-mazziniana della sinistra risorgimentale, dal sindacalismo rivoluzionario, dal socialismo eterodosso non marxista (Proudhon, Sorel, Labriola), che riemersa a partire dagli anni ’30, allorché la politica economica del regime diventò dirigista con la fondazione dello Stato imprenditore e dello Stato sociale, impresse di sé il programma di socializzazione delle imprese della Rsi annunciato a Verona nel 1943. L’anima nazionale derivata, invece, dalla destra nazionalista e statalista, complessa rielaborazione “modernista” e “secolarizzata” del tradizionalismo conservatore legittimista, che avrebbe dato al fascismo gli uomini, come il giurista Alfredo Rocco, ai quali bisogna attribuire la responsabilità della costruzione delle strutture autoritarie del regime.
Due anime mai per davvero fusesi, piuttosto giustappostesi, che vissero in reciproca tensione, combattendosi, e che, per l’appunto, come sottolinea Tarchi, ritroviamo nel Msi dalla sua comparsa sulla scena politica del dopoguerra. Nel Msi, infatti, sin dalle origini hanno convissuto, osteggiandosi, la “sinistra socializzatrice” di Ernesto Massi e, inizialmente, di Giorgio Almirante e la “destra nazionale” di Pino Romualdi, Arturo Michelini e Augusto De Marsanich (quest’ultimo, la cui sorella fu la madre di Alberto Moravia, rappresentava piuttosto una posizione di centro ed era stato da giovane un sindacalista rivoluzionario seguace di Filippo Corridoni).
C’era, a dire il vero, una terza anima. Anch’essa non ignota nel periodo fascista ma assolutamente senza alcuna incidenza reale nella politica del regime. Si trattava del tradizionalismo esoterico che, nel Msi, trovò espressione nella corrente giovanile dei “figli del sole” i cui esponenti più noti erano, nell’immediato dopoguerra, Pino Rauti, Fausto Gianfranceschi ed Enzo Erra. Si trattava di giovani che per motivi anagrafici non fecero in tempo a perdere la guerra e che tuttavia non accettavano la fine dell’Italia fascista da essi conosciuta o intravista sotto il regime o nella sua fase terminale. Giovani però che proprio la caduta del regime aveva posto nella condizione di cercare riferimenti ideali tali da poter giustificare la “nobiltà della sconfitta” e l’intenzione di resistere a quel che era ai loro occhi a tutti gli effetti una sorte avversa e maligna. Quei giovani trovarono gli ideali di cui necessitavano nel pensiero spiritualista di Julius Evola e di Massimo Scaligero – quelli tra essi cattolici nel magistero di Attilio Mordini –, pensatori che li iniziarono all’esoterismo, al tradizionalismo metafisico, alla rivolta contro il mondo moderno e al mito del fascismo inteso come ultima resistenza contro la decadenza dell’Europa schiacciata tra Usa e Urss.
La dicotomia interna al Msi delle origini fu palpabile nell’ondeggiare della politica estera del partito. Contraria alla adesione alla Nato allorché, nell’immediato, la sinistra socializzatrice sembrò prevalere ma, invece, filo-atlantista già negli anni ’50 con la gestione nazional-conservatrice di Michelini nel segno dell’alleanza con monarchici, liberali e democristiani moderati per la costruzione di una “grande destra” capace di contendere alla Democrazia Cristiana l’elettorato d’ordine e mantenere il partito cattolico di governo in un alveo di centrodestra. La cosiddetta “operazione Sturzo” del 1952, benedetta da Pio XII, che in nome dell’anticomunismo tentò di riunire, in vista delle elezioni di Roma capitale, destra democristiana, repubblicani, socialdemocratici, liberali, monarchici e missini, voleva essere localmente ciò che avrebbe dovuto ripetersi su scala nazionale se Alcide De Gasperi, irritando il Vaticano, e il Pri e il Psdi non si fossero opposti all’alleanza con i neofascisti.
Marco Tarchi ridimensiona taluni fenomeni di confine, come quello dei “fascisti rossi” di Stanis Ruinas, aperti al dialogo con il Pci e riuniti intorno alla rivista “Il Pensiero Nazionale” finanziata dal partito di Togliatti che sin dagli anni trenta, con il suo appello “ai fratelli in camicia nera” sulla testata francese degli esuli italiani “Lo Stato operaio”, aveva mostrato attenzione verso la sinistra fascista. I rappresentanti della sinistra fascista nella Rsi erano quantitativamente pochi rispetto alla massa dei fascisti repubblicani la storia personale di molti dei quali attesta una adesione a Salò motivata soltanto su basi psicologiche o di onore piuttosto che ideologiche. Alla luce di questo retroterra umano nonché alla luce della concreta situazione politica del dopoguerra, con il profilarsi della “guerra fredda”, Tarchi ritiene un fatto inevitabile la prevalenza dell’anima di destra nel Msi perché la proposta politica della sinistra missina era, in quelle circostanze interne e internazionali, velleitaria.
Il difficile rapporto tra neofascismo e cultura
La svolta verso la destra conservatrice spiega, a giudizio di Tarchi, anche il controverso rapporto tra neofascismo e cultura. Un tema che il politologo tratta, in particolare, in un paio di capitoli – “Cultura come optional” e “Proviamola nuova” – assolutamente centrali, a nostro giudizio, nell’economia dell’opera.
La cultura generalmente è stata estranea al neofascismo. Solo la corrente evoliana, in particolare per l’attività di Adriano Romualdi, il giovane figlio di Pino leader della corrente missina conservatrice, mostrò attenzione alla cultura e alla necessità di dotare i giovani militanti di un corpus dottrinario di alto livello. Il punto era però che il tradizionalismo esoterico e metafisico di Evola, e per i più colti del francese René Guénon, rigettava in tutto la modernità e proponeva sì una “rivolta contro il mondo moderno” ma politicamente inattuale. Lo stesso Evola, in testi come “Cavalcare la tigre”, si sarebbe orientato verso un esistenzialismo eroico e ascetico in opposizione alla modernità decadente, nella prospettiva di una resistenza interiore. La principale opera, a carattere storico-politico, di Julius Evola portava, per l’appunto, il titolo di “Rivolta contro il mondo moderno”. Si tratta di un testo non privo di uno spessore critico della modernità tale da consegnare ai giovani neofascisti del dopoguerra un armamentario contestativo per nulla inferiore a quello che di lì a poco la giovane generazione studentesca del ’68 avrebbe trovato nei francofortesi Herbert Marcuse, Max Horkheimer, Walter Benjamin e Theodor Adorno (i quali del resto, per la pars destruens del loro pensiero, hanno saccheggiato, senza nominarne gli scomodi autori da Carl Schmitt a Martin Heidegger fino a Ernst Jünger, la critica rivoluzionario-conservatrice alla modernità per poi capovolgere tutto, nella pars construens, in chiave psicanalista e marxista). La “rivolta” evoliana era, però, senza sbocchi politici perché proponeva una visione troppo legata all’Ancien Regime. Una visione nella quale lo stesso fascismo è considerato moderno, democratico, bonapartista, socializzatore e troppo poco aristocratico, troppo poco guerriero e imperiale nel senso proprio delle antiche civiltà tradizionali. Un “mito incapacitante”, dunque, incapace cioè di mobilitare le masse, come invece fece il fascismo modernizzatore, e offrire soluzioni politiche non conformi ma nella modernità e non contro di essa.
Debolezza intrinseca al tradizionalismo della quale proprio Adriano Romualdi si rese conto allorché propose una rivisitazione del pensiero di Evola alla luce degli apporti moderni – quelli del cosiddetto “modernismo reazionario” – manifestatisi nei pensatori della Rivoluzione Conservatrice Europea, in particolare tedesca, degli anni venti/trenta del XX secolo e nelle applicazioni politiche di quel pensiero non conforme. Il Romualdi, tuttavia, finiva per far riferimento, nel più ampio alveo del pensiero rivoluzionario-conservatore europeo, alle sue correnti di destra, trascurando invece quelle di sinistra, come il nazional-bolscevismo o la sinistra nazionalsocialista dei fratelli Strasser, perché “plebee”, mentre d’altro canto, dimenticandone il carattere “popolare”, proponeva una discutibile lettura aristocratica del nazionalsocialismo, lettura funzionale al mito dell’europeismo terzaforzista e indo-ario da opporre ai due universalismi, quello americano e quello sovietico (a torto ritenuti, sulla scia del Nietzsche più banalizzato e attraverso una esegesi del Cristianesimo senza alcun fondamento né metafisico né storico, frutto del mai esistito “giudeocristianesimo”). Altri giovani neofascisti, invece, superando lo stesso Adriano Romualdi, andavano riscoprendo il “socialismo fascista” quale via moderna di riproposizione, non nostalgica, dell’organicismo tradizionale, sulla scorta dei pensatori e intellettuali del collaborazionismo francese, da Pierre Drieu La Rochelle a Robert Brasillach e tanti altri che nella loro epoca subirono la “tentazione fascista” ad iniziare dal grande poeta di origini americane Ezra Pound.
Tarchi, nei capitoli in questione, mette in evidenza che le trasformazioni sociali e civili degli anni 60/70 del secolo scorso, il cui apice politico fu il ’68, mentre sancivano l’egemonia culturale della sinistra comunista in salsa libertaria, non potevano non impattare anche sul Msi. Il partito non fu affatto seguito dalla base giovanile nella sua posizione ufficiale che rispondeva alla contestazione sessantottina con la continuazione della proposta politica della “Destra Nazionale” di Almirante, nel frattempo succeduto a Michelini e passato dalla sinistra alla destra interna, intesa a proseguire nella alleanza anticomunista con liberali, monarchici e destra democristiana. Tale progetto era frutto dell’incapacità dei vertici del Msi di comprendere le ragioni della contestazione giovanile, che affondavano innanzitutto nel disagio esistenziale verso la civilizzazione consumista occidentale, che negli anni tra le due guerre aveva trovato in pensatori “fascisti” come il già citato Evola ma anche come Carl Schmitt e Martin Heidegger i critici più efficaci. L’impatto del ’68 sulla gioventù neofascista fu tale da provocare una frattura generazionale e politica, con la dirigenza conservatrice del partito, ancora più evidente che non nei decenni precedenti, nei quali essa già covava. Tarchi, benché disincantandolo dall’eccessivo alone leggendario con il quale l’episodio è stato tramandato, ricorda l’occupazione condivisa tra giovani di sinistra e giovani neofascisti dell’Università di Roma, a Valle Giulia nel 1968, prima che i picchiatori guidati da Almirante e Romualdi padre intervenissero per “ristabilire l’ordine”.
I giovani neofascisti post-sessantotto rifiutarono la proposta politica conservatrice ufficiale del Msi. La base giovanile, almeno quella più inquieta di fronte all’effervescenza della sinistra (non certo l’organizzazione ufficiale della Giovane Italia il cui segretario, dell’epoca, Massimo Anderson sarebbe finito nella scissione conservatrice di Democrazia Nazionale), era alla ricerca di una nuova antropologia dello stare a destra. Nasce in quegli anni una generazione di militanti che, per recuperare il gap con i coetanei di sinistra, legge molto, studia con assiduità, fa cultura, organizza cineforum e convegni, elabora musica alternativa, fa sua una proposta di ecologia molto simile a quella attenta alle culture popolari di Alexander Langer, recupera sulla scorta della lezione storiografica di Renzo De Felice le ragioni dell’anima socialista del fascismo-movimento, si appropria del personalismo comunitario cattolico di Emmanuel Mounier, si richiama al socialismo non marxista di Henry de Man e di Pierre-Joseph Proudhon o Ferdinand Lassalle.
É stata, questa, la generazione dei primi tre Campo Hobbit che impose in Italia, sottraendolo alla sinistra, il proprio monopolio culturale sull’epica fantasy di John Ronald Reuel Tolkien il quale, invece, all’estero era stato letto in una discutibile e riduttiva chiave ambientalista diventando un autore-cult della sinistra anarco-libertaria, e “antimoderna” ossia anti-industriale, in particolare americana. Questa generazione, all’interno del Msi, trovò attenzione tra gli anziani del partito soltanto da parte di Pino Rauti. Quest’ultimo, rielaborando il suo originario evolianesimo, che lo aveva portato negli anni cinquanta a uscire dal Msi per fondare, sulla scorta della rilettura romualdiana del tradizionalismo evoliano, il “Centro Studi Ordine Nuovo”, era rientrato, alla fine degli anni sessanta, nel partito proponendo ora, nel periodo tra il decennio settanta e il decennio ottanta, lo “sfondamento a sinistra” per oltrepassare l’idiosincrasia tradizionalista ed evoliana per tutto ciò che sapeva di sociale e di socialismo.
La sinistra comunista, da parte sua, si accorse di questa rivoluzione antropologica in atto tra i giovani di destra di questo periodo. Il quotidiano Il Manifesto dedicò diversi servizi al fenomeno e Giampiero Mughini, ex militante di Lotta Continua, produsse per Rai 2, che lo mandò in onda nel dicembre 1980, un onesto e non diffamante documentario, “Nero è bello”, ancora oggi reperibile su Youtube.
In questo contesto nasceva – sulla scia della Nouvelle Droite francese di Alain De Benoist – la cosiddetta “Nuova Destra” (ND) che nulla aveva a che fare con la attuale neo-destra liberale di Daniele Capezzone. Il principale esponente intellettuale di questa corrente di pensiero neo-destro è stato proprio Marco Tarchi, l’autore del libro qui recensito che in quegli anni era componente della direzione nazionale del Msi. Si trattava di una proposta culturale e politica – indirizzata innanzitutto alla destra ma rivolta a sinistra – che si caratterizzava per il favore verso un modello sociologico comunitario recuperato dalla sociologia di Ferdinand Tönnies, per la critica all’individualismo della società liberale, per la ricerca di una “democrazia comunitaria”, per una critica all’Occidente neoliberista che favorisse l’alleanza tra un’Europa antiamericana e antisovietica e i Paesi del Terzo Mondo, ma anche per la critica alla “destra radicale” evoliana e ai suoi “miti incapacitanti”.
«La conversione del Msi al liberalismo, – afferma Tarchi in risposta ad una domanda di Carioti sul diverso approdo della ND rispetto al Msi sdoganato negli anni ‘90 – già all’epoca auspicata, lo avrebbe portato verso la reincarnazione in una destra conservatrice, tutt’al più con sfumature di stampo gollista. Invece la fuoriuscita della Nuova destra dalla casa madre si attua consapevolmente verso sinistra: sul terreno di una forte critica dell’ideologia individualista e sulla base di contenuti come l’esaltazione delle differenze in un contesto non gerarchico, il recupero della partecipazione popolare, la rivalutazione delle appartenenze collettive. Quindi questo distacco dal fascismo segue un percorso del tutto diverso da quello [del] … Msi. Però la critica della Nd alla civiltà liberale non è una ripresa di quella formulata dall’intellettualità antidemocratica europea negli anni Venti e Trenta, ma una rielaborazione compiuta anche alla luce dei contributi provenienti da sinistra, primo fra tutti quello della Scuola di Francoforte. (…). La Nuova destra manifesta una radicale critica verso i principi dell’ideologia liberale che va molto oltre quella espressa genericamente dall’area neofascista; ma va soprattutto in tutt’altra direzione. Alla Nd non interessa la rifondazione dello Stato proposta dal Msi con la Seconda Repubblica, perché non ritiene efficace un intervento istituzionale dall’alto sulle dinamiche sociali. Vuole favorire una trasformazione dal basso della mentalità collettiva, attraverso la trasmissione delle idee, che crei le condizioni per l’approdo a una sorta di democrazia comunitaria. La Nd si colloca risolutamente nel campo democratico. Afferma che nelle società complesse la legittimità del potere deve fondarsi sul consenso diffuso e che l’azione dei governanti deve essere sempre soggetta al controllo dei cittadini, secondo procedure esplicite e garantiste. Però tende a sottolineare i punti di contrasto tra il pensiero democratico e quello liberale. Considera liberalismo e democrazia due concetti ben distinti, dalle potenzialità prevalentemente oppositive. Quindi ne critica la composizione realizzata in concreto nei sistemi politici contemporanei, per i quali adotta la definizione di “liberalismo reale”, in un parallelismo voluto con il “socialismo reale” di marca sovietica» (pp. 149-151).
La ND proponeva il “gramscismo di destra” per conquistare i luoghi di formazione delle mentalità collettive (università, scuole, media) e su tale strada incontrò gli esponenti della sinistra più aperta al confronto come Massimo Cacciari, Giacomo Marramao, Dino Cofrancesco, Costanzo Preve. Alcuni di essi, Cacciari, Marramao, il cattolico di sinistra Giovanni Tassani, in cerca di vie alternative per uscire dalla crisi ormai evidente del marxismo e del francofortismo sessantottino, non disdegnarono di sedere a convegno, come a Firenze nel 1982, con i neo-destri Marco Tarchi, Giano Accame, Giuseppe Del Ninno. La proposta della ND, che già in quegli anni riteneva stretta la qualifica di “destra” perché concepisce come dinamica e non metafisica e immutabile la discriminante “destra-sinistra”, era quella di un superamento, un oltrepassamento, di quella dicotomia per scoprire “nuove sintesi” al di là della destra e della sinistra. Sintesi che sappiano fondere insieme il meglio dell’una e dell’altra, come era già stato tentato, diverse volte, in diversi contesti e a più riprese, nel corso del XX secolo ma superando anche quei tentativi e le loro aporie. La dirigenza e i vertici del Msi, per paura del nuovo e per il comodo rifugio nelle certezze nostalgiche, restarono assolutamente freddi sia verso la ND sia verso il “rautismo”.
Tuttavia la generazione “tolkeniana” e la sua costola neo-destra, pur respinte e abbandonate a sé stesse, hanno comunque lasciato un segno all’interno del Msi. Lo si vide nel decennio ottanta. Una prima normalizzazione del Msi fu tentata da Bettino Craxi, in chiave di avvolgimento da destra della Dc. Il leader socialista però non sospettava che la riscoperta di un autore quale Pierre-Joseph Proudhon, preferito dal Psi craxiano a Marx, – un autore dimenticato ma molto caro ai “fascisti socialisti” della prima metà del secolo XX – riapriva un capitolo troppo taciuto della storia del socialismo italiano, quello del cosiddetto “socialismo tricolore” al quale in quegli anni l’intellettuale missino Giano Accame dedicò un omonimo libro. Capitolo taciuto perché era quello della sinistra nazionale, risorgimentale, mazziniana, garibaldina e socialista ma non marxista, dalla quale germinò, per dirla richiamandoci al bel libro dello storico defeliciano Giuseppe Parlato, il progetto mancato della sinistra fascista.
Ma anche in tale occasione la dirigenza del Msi non seppe cogliere l’opportunità offerta da Craxi per svecchiarsi e uscire dal ghetto di “destra”. Opportunità invece caldeggiata dagli intellettuali interni come il già ricordato Giano Accame e Beppe Niccolai. Cecità che venne evidenziata dall’ostracismo incontrato da leader del Psi dai banchi parlamentari missini allorché in un discorso alla Camera dei Deputati perorò, con richiami a Mazzini e alla Patria, la causa del popolo palestinese in occasione della vicenda dell’Achille Lauro e di quella connessa di Sigonella allorché proprio Craxi salvò l’onore e la dignità nazionale a fronte dell’arroganza statunitense.
Il partito postfascista
Gli anni ’80 si chiusero con la morte di Giorgio Almirante. Al quale successero prima il suo delfino, Gianfranco Fini, la cui gestione del partito registrò una prima grave flessione elettorale del Msi, e poi, nel 1990, nel Congresso di Rimini, Pino Rauti la cui segreteria si rivelò fallimentare soprattutto perché si mostrò incapace di inverare il suo progetto di sfondamento a sinistra. Rauti, mentre l’antico elettorato conservatore e moderato che aveva sempre sostenuto il Msi abbandonava il partito facendo registrare il suo minimo storico, scontentò anche i suoi sostenitori interni in particolare per la scelta, benché con distinguo, filo-americana nella vicenda del primo conflitto del Golfo.
Una sorte inevitabile per un partito sempre vissuto nell’ambiguità tra le sue due anime di destra e di sinistra senza decidersi per l’una o per l’altra e senza tentare, come proponeva la ND, vie alternative di superamento della vecchia dicotomia per approdare in lidi e terre sconosciute, per “andare là dove non c’è nessuno” secondo una efficace espressione di Pierre Drieu La Rochelle. Il ritorno alla segreteria del partito di Gianfranco Fini, dopo le dimissioni di Rauti, segna, secondo Tarchi, una fase di stantia risacca del Msi che fa fatica a ritrovare una identità mentre la scena storica e mondiale, con il 1989 e la caduta del muro di Berlino, mette fuori gioco, insieme al comunismo, la carta dell’anticomunismo viscerale che il partito neofascista, guidato dalla sua corrente nazionale, aveva sempre giocato, elettoralmente, a destra della Dc cercando il consenso dei ceti moderati e conservatori.
Probabilmente, senza quanto poi accadde nel decennio novanta, il Msi si sarebbe estinto o avrebbe assunto la fisionomia di un partito anti-immigrazionista sul modello del francese Front National di Jean Marie Le Pen, nonostante i distinguo con i quali Fini mostrava di volerne seguire l’esempio. Un modello, in quel momento, oltralpe di successo in termini elettorali. Bisogna aspettare la crisi della Prima Repubblica affinché nel 1995, nel Congresso di Fiuggi, dalle ceneri del Msi nasca Alleanza Nazionale (An). La quale è per Tarchi una soluzione “postfascista” succedanea al neofascismo originario. Nell’analisi tarchiana viene evidenziato il carattere sradicante del percorso di trasformazione del mondo ex missino che abbandona persino la sua tradizionale impostazione statalista votandosi a una cultura liberal-conservatrice, sul modello anglosassone, piuttosto che a una cultura nazional-conservatrice, sul modello gollista, la quale sarebbe stata più consona con l’originario statualismo della destra missina.
Tarchi sottolinea che ad indicare questa direzione di marcia è stato lo stesso Gianfranco Fini, il quale, inseguendo un disegno tutto personale atto a garantirsi il proprio futuro politico, ha imposto alla base, che pur mugugnando non ebbe forza di opporsi, una serie di strappi – dalla materia bioetica, aprendo al permissivismo libertario, ai modelli di politica economica, con una assolutizzazione del mercato del tutto estranea alla “Destra Sociale”, fino alla subordinazione acritica alla nascente UE di Maastricht – che hanno poi portato alla dissoluzione di An nel berlusconiano Polo delle Libertà (PdL) e poi alla fuoriuscita di Fini dal PdL con la fondazione dell’effimera formazione di FLI (Futuro e Libertà per l’Italia).
Il partito a-fascista
Nel momento del naufragio del Polo ciò che resta di An viene salvato dalla scialuppa di Fratelli d’Italia (FdI), il terzo partito della “Fiamma”. Tarchi, a proposito di FdI, parla di fase “a-fascista” successiva al “postfascismo” di An. Secondo la sua ricostruzione FdI nasce sull’onda del populismo che avanza ogni dove in Italia, in Europa e persino negli Stati Uniti. Ma lo studioso fiorentino mette in chiaro che, nonostante Giorgia Meloni ai suoi esordi abbia ampiamente utilizzato slogan e parole d’ordine di tipo populista, in realtà FdI si distanzia, quasi subito, dal populismo aspirando, invece, ad assumere una veste nazional-conservatrice in linea con quella che il nostro politologo ritiene la nuova discriminante della politica di questo inizio del millennio ossia quella conservatorismo/progressismo.
Però, a giudicare da tante scelte di FdI c’è ancora da chiedersi se piuttosto che al nazional-conservatorismo – il quale, perlomeno in certe sue versioni, porterebbe comunque con sé qualcosa della vecchia “Destra Sociale”, se non altro un certo statualismo socializzatore – la “Fiamma” della Meloni non abbia invece optato ancora una volta per una linea liberal-conservatrice. Con tutte le possibili conseguenze nella politica economica e nella politica internazionale: dall’accettazione acritica del liberismo e dei parametri di Maastricht all’allineamento obbediente alla Nato; dallo sbilanciamento verso Israele, laddove in precedenza sia nel vecchio Msi sia in An sussistevano ampie simpatie, quanto meno nella base militante, per la causa palestinese, alla subordinazione integrale agli interessi statunitensi nella crisi russo-ucraina misconoscendo perfino alcune pubbliche dichiarazioni dalla stessa Giorgia Meloni fatte, prima del successo elettorale, quasi per una forma di solidarietà tra realtà portatrici di una visione “sovranista”, a favore delle ragioni geopolitiche della Russia.
Il problema principale di FdI è quello di distaccarsi dall’eredità fascista ma senza assumere, come vorrebbero le opposizioni (che, del resto, non sarebbero mai contente di qualsiasi dichiarazione la Meloni facesse in tale direzione), una posizione “antifascista”. Posizione che d’altro canto farebbe perdere a FdI i pur residui resti del neofascismo che dentro e intorno al partito vivacchiano e che rappresentano comunque una fetta, benché minoritaria, del suo elettorato. La persistenza nel simbolo del partito della fiamma tricolore mostra, in fondo, il citato dilemma di FdI e il tentativo di “ripulire” la vicenda della originaria matrice missina da troppe connessioni con il fascismo – tentativo a dir poco ridicolo e privo di qualsiasi fondamento – è indicativo della incapacità della dirigenza meloniana di affrontare in pubblico il problema storico, e storicizzato, del fascismo in tutta la complessità delle sue due anime e della sua trasversalità alla dicotomia destra-sinistra. Una difficoltà, questa, che deriva dal clima culturale ostile nel quale FdI è costretto a muoversi e che è anche diretta conseguenza della chiusura della dirigenza del vecchio Msi alle proposte “gramsciane” di rinnovamento e di penetrazione della società civile, nelle scuole, nei media, nelle università, che a suo tempo la ND aveva elaborato.
Un dato molto significativo, che segnala la fragilità politica di FdI rispetto ai suoi due precedenti del Msi e di An, nonostante il successo elettorale ottenuto – un successo del resto determinato soprattutto da un mix di astensionismo e di impresentabilità della sinistra woke –, sta nel fatto che questo partito deve imbarcare personale estraneo alla sua storia, come Raffaele Fitto, perché privo di una propria classe dirigente dotata di qualche sicura competenza. Un altro dato che evidenzia la fragilità di FdI, destinata a mostrarsi nel medio termine, è l’assoluta assenza di una base militante giovanile caratterizzata da quella “effervescenza culturale” della quale, sebbene inascoltata, fu capace la generazione antecedente dei decenni settanta-ottanta.
Molti rimproverano a Fdi di essere il partito personale della Meloni e in questo forse si potrebbe ritrovare uno dei pochi elementi di continuità tra neofascismo, postfascismo e a-fascismo. Perché qui, in questo vecchio vizio del “leaderismo”, si rinnova il “ducismo” che fu già tipico del Msi e di An. Il futuro dirà se i limiti e le debolezze della proposta politica di FdI verranno alla luce determinandone la crisi e con essa quella della “destra” la quale, del resto al pari della “sinistra”, non esprime più, sul piano dei presupposti metapolitici dell’offerta politica, alcuna forza veramente aggregante.
Luigi Copertino


























































































































































































































































































































