
Esiste tutto un filone culturale di intellettuali che hanno criticato la democrazia come dottrina falsa in partenza poiché avrebbe, fra l’altro, un punto di partenza falso: l’uguaglianza fra tutti gli uomini. E questa falsa asserzione, smentita dalla scienza oltre che dall’esperienza empirica, viene posta a base del suffragio universale. Tutto, così, viene falsato.
La critica della democrazia inizia a essere espressa da Platone ma le teorizzazioni più razionali e definite provengono dai pensatori conservatori e monarchici in particolare dalla fine del Settecento (De Maistre, Solaro della Margarita, De Bonald, Daudet ecc.). I primi scritti dei pensatori tradizionalisti e reazionari apparvero come critica agli ideali dell’Illuminismo che furono la miccia della rivoluzione francese. Ma non sono mancate, nei secoli successivi, critiche più circostanziate e analisi sui mali delle idee progressiste e democratiche.
Uno dei testi critici pubblicati nella seconda metà del Novecento è tornato in circolazione grazie alla nuova pubblicazione delle edizioni Oaks, dirette da Luca Gallesi. Il testo è un classico: Processo alla democrazia di Jean Haupt (1914-1988).
Il libro fu pubblicato per la prima volta in portoghese nel 1949 e, nonostante gli anni trascorsi, mantiene una coerenza analitica e valori di riferimento ancora validi.
Jean Haupt nacque a Orano, nell’Algeria francese e adolescente si trasferì con la famiglia ad Aix-en-Provence, dove si laureò in Lettere e presto fu incaricato come lettore all’Istituto francese di cultura di Lisbona, città nella quale si trasferì, in seguito, per tutta la vita. Fondò una rivista in lingua francese, “Découvertes”, con allegati dei Cahiers, nei quali fu pubblicato il libro Processo alla democrazia. L’urgenza di scrivere questo libro è spiegata nelle prime pagine da Haupt che sottolinea, all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, la necessità di criticare il sistema politico democratico che ha attaccato e sconfitto i fascismi europei affermando l’ordine americanomorfo. Haupt sottolinea che se con la guerra sconfissero i fascismi, badarono in seguito, nel dopoguerra, a distruggere le opere concrete dei regimi negli ideali, nei principii e nei fondamenti ideologici. Una sorta di “lavaggio del carattere”, per usare un’espressione di Caspar Schrenk-Notzing. Lo sforzo dei media, dei think tank e dell’accademia era finalizzata a dimostrare che tutto nei fascismi era sbagliato e perciò era necessario creare una coscienza universale che aderisse solo al dogma democratico e progressista. E, in più, creare una coscienza democratica che non dovesse mai mettere in discussione neanche la minima parte del sistema democratico. Per dare maggior forza a questa azione fu inventato il “senso della storia” che porterebbe verso la continua affermazione dei principii democratici. Ma la civiltà occidentale conosce da decenni la decadenza. Charles Maurras, grande intellettuale e fondatore dell’Action Française, diceva che “il male non è della democrazia, il male è nella democrazia”. “Si proclama l’eccellenza della democrazia” nonostante i maggiori pensatori europei abbiano sviluppato varie critiche. Ma i popoli, sottolinea Haupt, sono disponibili ad ascoltare più i discorsi legati all’uguaglianza, ai diritti che garantiscono, in maniera scontata, di poter avanzare rivendicazioni nel nome della giustizia sociale e democratica. Mentre gli argomenti antidemocratici “fatti più per l’intelligenza ed il buon senso che per le passioni degli uomini non sono ancora riusciti a penetrare nelle masse”. Della democrazia hanno fatto un dogma inviolabile con campagne di falsificazione, cosicché i “bempensanti” e i “moderati” non mettono minimamente in dubbio il valore della democrazia.
Il libro è strutturato in varie parti: nella prima si analizzano i “principii ideologici della democrazia”: Libertà, uguaglianza e fraternità. In una seconda parte Haupt analizza le istituzioni fondate su quei principii: i partiti, il parlamento, il governo, il suffragio universale, il capo dello Stato. Infine ci sono considerazioni sulla nazione, spazio naturale nel quale si sviluppa la vita della società, la cultura, che va preservato e curato contro le forze sovversive. Un’analisi dalla quale emerge che la democrazia non è il sistema capace di garantire gli interessi dei cittadini e neppure quelli della patria.
Nel libro non mancano parti intuitivamente legate ai momenti salienti della vita di Haupt, laddove esalta l’Estado Novo, creato in Portogallo da Salazar e il valore della repubblica di Vichy, alla quale Haupt aderì all’indomani della sconfitta della Francia, repubblica che collaborò con il Terzo Reich. Due regimi, salazarismo e repubblica di Vichy, che solitamente vengono assimilati ai fascismi ma avevano scopi diversi rispetto a quelli dei fascismi. I primi puntavano, come ha dimostrato lo storico George Mosse, a mobilitare le masse mentre il fine dei regimi francese e portoghese era il contrario. Come ricorda nell’introduzione Francesco Ingravalle, il nazionalismo, elemento essenziale nel fascismo, era una “costruzione fondamentalmente democratica”. Invece i due movimenti francese e portoghese si riferirono a impostazioni conservatrici, identitarie ma senza concepire e richiedere la legittimazione dal basso.
Per Salazar e per Pétain fu forte il richiamo al Corporativismo. Non solo: Salazar, che raggiunse il potere nel 1932, si richiamò anche all’Enciclica di Pio XI Quadragesimo anno. Abolì i sindacati, aumentò i poteri alla presidenza, eliminò la libertà di stampa. Anche Pétain si richiamò al corporativismo ed esautorò il parlamento. L’economia sociale espressa con il corporativismo mostrò ben presto come l’individualismo e il liberismo fossero eliminati a favore del popolo. Come mai ebbe successo a guerra finita la democrazia? La spiegazione di Haupt è questa: “l’uomo ascolta con piacere chi cerca di convincerlo che egli vale più di quanto non valga in realtà e che gli promette più di quanto egli possa ottenere”. Non solo: le idee della democrazia non si basano su astrazioni e puntano sul benessere materiale, la maggioranza è considerata infallibile in quanto tale, e i partiti danno vita a sistemi di potere frazionati e di parte, sviluppando lobby al proprio interno. Oltre che maggioranze instabili. La democrazia viene accettata in quanto tale ed è un sistema da non mettere in discussione. Haupt punta a dimostrare la superiorità del sistema oligarchico e tecnocratico proprio per negare spazio all’incompetenza che alligna nei governi, nei ministeri, nelle commissioni parlamentari. Non a caso per decenni la democrazia fu considerata “l’anticamera del comunismo”.
Forse, prendendo in esame le prospettive di Haupt, emerge che correggere la democrazia è possibile assumendo un’economia sociale e accompagnando lo sviluppo di un potere tecnocratico negli spazi politici decisionali.
Manlio Triggiani



























































































































































































































































































































One thought on “L’INOSABILE: UNA CRITICA ALLA DEMOCRAZIA CONTEMPORANEA. Di Manlio Triggiani”
Inappuntabile il rilievo della differenza tra regimi nazional-conservatori, come quelli di Salazar e Petain, e i regimi fascisti. Non altrettanto il rilievo che il corporativismo si fonda sull’abolizione dei sindacati. Forse ciò è stato nella formulazione da Ancien Regime del salazarismo e del petainismo (eppure anche in quelle esperienze esisteva qualcosa di simili al sindacato: i “gremios” portoghesi, ad esempio). Ma nel corporativismo tanto fascista quanto cattolico – che fra loro differiscono nonostante molte somiglianze – i sindacati sono la base fondamentale della stessa corporazione. La quale infatti, organo dello Stato, riunisce il sindacato dei datori di lavoro e il sindacato dei lavoratori, dello stesso ramo economico, che tuttavia restano tra essi distinti ed hanno forma di ente pubblico nella concezione fascista e di ente privato in quella cattolica. L’obiettivo, da raggiungersi attraverso i contratti collettivi di lavoro e – nelle forme più avanzate – mediante forme di partecipazione cogestionale e agli utili (talvolta alla proprietà) delle aziende, era quello della conciliazione interclassista del conflitto distributivo nel nome della stessa appartenenza comunitaria nazionale. L’esperienza storica ci dice, tuttavia, che le resistenze e i sabotaggi di parte patronale hanno sovente fermato o rallentato l’attuazione del corporativismo a base sindacalista. Ma anche che la direzione assunta dai regimi fascisti fu comunque quella di superare tale riottosità e nel tempo, se non ci fosse stata la guerra, ogni resistenza patronale sarebbe gradualmente caduta. Altro discorso per il corporativismo cattolico. Pio XI nella “Quadragesimo Anno” elogiò, con qualche riserva critica, l’esperimento del fascismo italiano, sicché non è esatto dire che il salazarismo, o il franchismo, si ispirassero in modo coerente al magistero papale. Una più aderente coerenza sussisteva nel corporativismo fascista italiano e se ne accorse un grande studioso di storia dell’economia, corporativista convinto, come Amintore Fanfani. Non a caso il suo influsso fu determinante in sede di Costituente allorché furono introdotti nella Costituzione del 1948 articoli come il 39, il 46, il 91 che sono una chiara ed evidente riproposizione democratica del corporativismo fascista. Articoli tuttavia rimasti inattuati perché osteggiati sia dalla confindustria sia dai sindacati di sinistra.