Lunedì 25 agosto, intervenendo al Meeting di Rimini, il ministro dello Sport italico, Andrea Abodi, ha dichiarato che alle Olimpiadi invernali di Milano e Cortina in programma sulle nostre Alpi nel febbraio 2026 parteciperanno regolarmente gli atleti israeliani, ma non quelli russi. Questi ultimi eventualmente (se lo chiederanno e secondo quanto verrà deciso caso per caso) potranno gareggiare a titolo individuale, ma non in rappresentanza della loro nazione (con conseguente quasi inevitabile esclusione dagli sport di squadra). La differenza di trattamento sarebbe giustificata, secondo il ministro, dal fatto che la condotta della Russia nei confronti dell’Ucraina va considerata “molto più cruenta ed aggressiva” di quella di Israele nei confronti di Gaza, perché “ha inciso sulla sovranità di una nazione che doveva essere supportata, sostenuta e difesa”. Prendendola dall’altro verso, cioè dal punto di vista degli abitanti di Gaza, se ne deduce che i palestinesi non vanno supportati, sostenuti e difesi o, quanto meno, sono meno degni degli ucraini di ricevere dalla comunità internazionale in generale, e dall’Italia in particolare, supporto, sostegno e difesa, perché sono sì un popolo o una popolazione o, se si preferisce, un gruppo etnico, ma non una “nazione” (questo il termine usato dal Ministro).
Da un altro punto di vista ancora, Israele riceve il premio per essersi ostinatamente opposto alla nascita di uno Stato palestinese come invece previsto e ordinato fin dal remoto 1947 dal piano di spartizione della Palestina varato dall’ONU. Se nel corso di questi ottant’anni uno Stato palestinese fosse stato realizzato anche soltanto nel ristretto territorio di Gaza perfino il ministro Abodi sarebbe costretto a ritenere che oggi gli atleti israeliani potrebbero partecipare alle Olimpiadi solo condizionatamente e in qualità non di rappresentante di Israele, ma di AIN (acronimo di “Athléte Individuel Neutre”).
A questo punto la domanda è se davvero, in buona fede, si possa credere che il superamento in armi dei confini di una nazione, per altro munita di un forte esercito, potentemente armata da Potenze estere e con molti alleati, sia più grave del genocidio, con l’impiego anche di strumenti di morte quali la fame e la sete, di un popolo pressoché disarmato e carente perfino di mezzi di sussistenza.
Con ogni probabilità, dal momento che argomenta in diritto, Andrea Abodi replicherebbe che la definizione di “genocidio” a carico di Israele non è stata ancora ufficializzata dalla definitiva pronuncia di un organismo internazionale munito della necessaria competenza e che fra i giuristi addetti alla materia è tuttora in corso il dibattito. Difatti non tutti gli esperti concordano nel ritenere che la condotta del governo Netanyau integri la previsione del “Trattato per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio” approvato nel 1948 dall’Assemblea generale dell’ONU.
Secondo la definizione recepita dal Trattato si ha genocidio quando, con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale, si tiene anche una delle seguenti condotte: “a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) imposizione intenzionale di condizioni di vita che determinino la distruzione fisica, totale o parziale, del gruppo; d) imposizione di misure destinate a impedire le nascite all’interno del gruppo; e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro”.
È vero che non vi è ancora consenso unanime dei giuristi (conoscendoli, qualche renitente vi sarà sempre), ma è altrettanto vero che non mancano quelli, come il canadese William Schabas, considerato fra i massimi conoscitori della materia, secondo i quali Israele avrebbe tenuto e starebbe tuttora tenendo non una, ma ben quattro delle condotte criminali previste dal Trattato, esclusa soltanto quella riguardante i trasferimenti di bambini da un gruppo a un altro.
Il problema per i giuristi sta nella dimostrazione dell’esistenza, a monte e causa delle condotte, di quello che viene definito “l’intento genocidiario”, con le ulteriori speculazioni se per realizzare il genocidio debba trattarsi di un’intenzione esclusiva (l’aggressore non ha altro scopo che la distruzione del gruppo preso di mira) o se – come ritengono i più – sia compatibile la presenza di altri fini (ad esempio conquiste territoriale o la trasformazione di un territorio povero in una riviera per il turismo esclusivo delle élites).
In ogni caso, non ci stiamo proponendo di risolvere, in un senso o nell’altro, il problema della condanna o no di Israele per genocidio. E nemmeno il ministro dello Sport è chiamato ad occuparsene (oltre tutto il suo collega Tajani (molto geloso delle proprie prerogative) non glielo consentirebbe, ma soltanto di decidere se riservare agli atleti di Russia e di Israele lo stesso trattamento ai fini della partecipazione olimpica.
A questi limitati fini penso più che sufficiente a definire la condotta di Israele nei confronti dei palestinesi non solo pari, ma più cruenta ed aggressiva di quella russa verso l’Ucraina la decisione con la quale nel gennaio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia (CIG), ha stabilito l’esistenza nella Striscia di Gaza di un “rischio reale e imminente di genocidio” ad opera di Israele, al quale venne ordinato di fermare tutti gli atti compiuti dal suo esercito nella criminale operazione intrapresa. Non solo Israele non ha obbedito, ma è davanti agli occhi di tutti che quasi a fine 2025 la situazione nella Striscia è molto peggiorata rispetto a quella di inizio 2024.
Se non bastasse, vi è la sentenza della Corte Penale Internazionale (CPI), che il 21 novembre 2024 ha emesso mandato di cattura nei confronti di Benjamin Netanyau e del suo ex ministro Yoav Gallant, responsabili di gravi crimini contro l’umanità. Esattamente come aveva fatto, un anno prima, nei confronti del presidente russo Putin.
Non crede, Signor Ministro, che dovrebbe essere sufficiente anche per Lei ai fini di un identico trattamento per gli atleti dei due paesi interessati? Sufficiente e certamente più serio, corretto e dignitoso.
Francesco Mario Agnoli


