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UN GENOCIDIO DI INDIANI PER CONQUISTARE IL FAR WEST. Di Manlio Triggiani

Terminata da poco la guerra di secessione Usa (1861 – 1865), guerra civile senza quartiere fra  confederati e unionisti, gli Stati Uniti avviarono una politica di conquista dei territori ad ovest, definiti Far West. L’esercito, con al seguito mercanti, avventurieri, fuorilegge e sacerdoti invase le grandi pianure anche con la prima ferrovia transcontinentale. Le tribù dei pellirosse si opposero a questa occupazione dei propri territori.

La corsa alla frontiera dell’Ovest, in quelli che oggi sono gli Stati Uniti d’America, cominciò nel 1750 circa e si concluse verso il 1870. Fu una guerra di colonizzazione vera e propria, senza risparmio di colpi, fra coloni bianchi provenienti dall’Europa sostenuti dall’esercito Usa, contro le varie tribù di amerindi. La lotta era fra chi intendeva procacciarsi terre da sfruttare per arricchirsi e chi difendeva le terre che appartenevano da generazioni alla propria tribù. “Guerre indiane” furono definite queste campagne di sterminio di interi popoli pellirosse che il nascente capitalismo Usa portava avanti e che erano di fatto finanziate da società, proprietari terrieri, mercanti, avventurieri. I dati statistici sono eloquenti: se non è possibile fare un calcolo attendibile su quanti bianchi furono uccisi dagli indiani, è possibile farlo per questi ultimi. Gli indiani che vivevano a nord del Messico fino ai lembi estremi del Canada erano all’incirca 900mila: al termine delle guerre di conquista dei territori a Ovest ne rimasero solo 300mila. Uno sterminio di vaste proporzioni che mirò anche alla cancellazione della cultura delle tribù amerinde e al confinamento dei superstiti in riserve che somigliavano ai lager. Solo una piccola minoranza di indiani venne inglobata nella società Usa.

Due giornalisti, Gianfranco Peroncini e Marcella Colombo, hanno scritto un libro, Al Dio degli inglesi non credere mai. Storia del genocidio degli Indiani d’America 1492-1972, (Oaks ed., pagg. 429, euro 28,00; per ordini: info@oakseditrice.it), che traccia la storia dei vari popoli pellirosse da quando arrivarono dallo Stretto di Bering nel continente americano fino allo sterminio etnico e spirituale. E’ una ricostruzione storica documentata e precisa su questa civiltà tradizionale e guerriera che aveva nella propria visione del mondo il Centro e l’Origine. Per appartenere alla Tradizione bisogna essere fedeli all’Origine.

Di fronte alle stragi e alla lotta senza quartiere che gli uomini bianchi conducevano contro le tribù dei pellirosse, questi decisero di lottare fino alla fine. A Little Bighorn, nel 1876, sopraffecero l’esercito statunitense lanciato alla conquista della nuova frontiera. Il generale Custer e i suoi circa seicento soldati furono sconfitti e in gran parte uccisi. Nel dicembre del 1890, a Wounded Knee, il Settimo Cavalleggeri fu pesantemente sconfitto da più tribù pellirosse coalizzate. In seguito gli amerindi furono combattuti senza tregua e, una volta sconfitti e decimati, furono chiusi nelle “riserve” e fu avviato un processo di colonizzazione dell’immaginario degli indiani a dir poco devastante sul piano dell’identità: un genocidio spirituale oltre che militare. I modelli di civiltà, tradizionale quello amerindo e moderno e materialista quello anglosassone, erano agli antipodi. Il Centro e l’Origine erano il punto di riferimento della visione religiosa del mondo amerindo. Per vivere questo credo interiore gli indiani praticavano riti specifici. Nel libro La sacra pipa, Alce Nero, (La sacra pipa. I sette riti dei Sioux Oglala, a cura di Joseph Epes Brown, trad. Donatella Tippett Andalò e Alessio Rosaldi; Mediterranee ed., pagg. 150, euro15.00; per ordini: ordinipv@edizionimediterranee.net) illustra i sette riti in uso fra i Sioux. Quando Alce Nero scrisse il libro, dettando il testo a Joseph Epes Brown, antropologo e storico delle religioni nella riserva di Pine Ridge nel South Dakota, era l’ultimo sacerdote della tribù dei Sioux Oglala.

Fra i riti, che furono rivelati attraverso magiche visioni ai sacerdoti Sioux, c’era la Danza del Sole, uno fra i più importanti. Danza sacrificale, dedicata al potente astro, era una  preghiera che aveva come scopo di “tracciare un raggio tra il Sole e il cuore dell’uomo”, raggiungendo la sintonia fra il Cielo e la Terra. La Tradizione pellerossa rientra nell’ambito dello sciamanesimo, corrente relativa ai popoli mongolici, al cui centro è la complementarietà del Cielo con la Terra e il culto della natura accompagnato dalla presenza di Spiriti Guardiani, subordinati all’Essere supremo,Wakan Tanka. Il rito della Danza del Sole si svolge intorno a un albero, simbolo dell’asse del mondo. I danzatori sono collegati all’albero da strisce di cuoio, fissate al petto da ganci. E’ un rito che serve per attingere la forza dall’albero, secondo gli insegnamenti di Alce Nero.

Altrettanto importante è il rito della Sacra Pipa. Nell’offerta del calumet al Grande Spirito è il cosmo intero riunito in preghiera. L’offerta è dedicata ai quattro punti cardinali. Fra i riti, particolarmente rilevante è la pratica della capanna sudatoria. In essa l’uomo, liberandosi dall’attaccamento alle cose terrene, relative alla propria natura, si rigenera e diviene un “uomo nuovo”. E’ una forma di iniziazione. La parola, il racconto, in genere la tradizione orale, hanno ruolo fondativo per i pellirosse. Lo descrive lo splendido mito di Grande Roccia: pietra magica che narrò, nella notte dei tempi, a un giovane guerriero il racconto dell’origine del cosmo e della vita, chiedendo di trasmetterlo al popolo e di tramandarlo nel tempo. Se non avesse preservato la Tradizione, Grande Spirito avrebbe lasciato al suo alter ego, Cattivo Spirito, i pellirosse. Il legame fra Cielo e Terra è alla base della religione degli amerindi: “La Terra non appartiene all’uomo. E’ l’uomo che appartiene alla Terra”.

Altro rito importante quello del pianto rituale, che serviva per ottenere una visione. Pianto rituale basato soprattutto sulla preghiera, potente arma per invocare Wakan Tanka. Il rito della purificazione, attraverso la capanna del sudore, mette in connessione le potenze dell’universo: terra, acqua, fuoco, aria. Insomma, è un libro di particolare interesse e spiega bene la grandezza di Alce Nero e, nel dettaglio, il significato dei sette riti, come la tribù è arrivata a patti con Dio, con la natura e con i propri simili.  Quest’ultimo fu educato fin da piccolo ai valori tradizionali del suo popolo. Combattè a Little Bighorn e a Wounded Knee. Era cugino di Cavallo Pazzo e aveva conosciuto grandi capi indiani come Toro Seduto e Nuvola Rossa. Apprese l’eredità spirituale della religione del proprio popolo. Seguì le pratiche rituali esoteriche ed ebbe varie visioni; sviluppò poteri particolari da sciamano. Questo libro, resta il più importante per comprendere il signficato profondo dei riti e della cosmologia delle tribù dei Sioux data l’autorevolezza del pensiero di Alce Nero.

Manlio Triggiani

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