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ANCORA SULL’IPOCRISIA NEOCONS DEI CATTOLICI A STELLE E STRISCE. Pietro Puliti

La religione cristiana affonda le proprie autentiche radici nell’evento centrale dell’Incarnazione. Il fatto che in un preciso momento della nostra storia, e in uno specifico luogo, il Verbo di Dio si sia fatto carne, prendendo su di sé la nostra misera umanità per riscattarla dal peccato adamitico e riconciliarla nel seno Paterno, costituisce il nucleo imprescindibile di un asse confessionale che trova il suo compimento apicale nel sommo riscatto eucaristico operato sul Calvario e perpetuato sugli altari fino al termine dei giorni terreni. Ma l’evento straordinario dell’Incarnazione, porta con sé una pretesa altrettanto unica per tutti coloro che se ne professano seguaci. Dal momento che Cristo è entrato nella storia del mondo facendosi uomo, tutto ciò che del mondo lambisce le realtà, buono o cattivo che sia, trova in Cristo vero Dio e vero Uomo il punto di riferimento irrinunciabile, nella misura di un allontanamento o di un avvicinamento alla sua eterna Verità. Dopo l’Incarnazione, tutto ha a che fare con la presenza divina del Verbo fatto carne, e quindi richiama l’autentico cristiano a un doveroso giudizio sui fatti, a una presa di posizione lucidamente guidata dal messaggio evangelico e dalla sua declinazione ecclesiale.

Questa sintetica premessa si rende necessaria per rispondere a un singolare atteggiamento di sospensione del giudizio, apparentemente contraddittorio, che una seppur esigua parte del mondo cattolico si è prontamente avanzata a sostenere nei riguardi dell’attuale conflitto medio orientale. Conflitto caratterizzato da una conformazione caotica e dalla volontà di portare caos prima ancora che interessi ad una delle parti belligeranti. Ordo ab chao, insomma, e fin qui l’analisi sarebbe più che condivisibile, alla luce di decenni di destabilizzazioni promosse dalle ignominiose politiche di uno sclerotico Zio Sam a conduzione WASP, e quindi sionista. Il problema sorge alla luce di quelle che i suddetti cattolici giudicano essere le conseguenze di questa universalizzazione del disordine: l’impossibilità di sostenere una posizione definita e definitiva. Impossibile prendere posizione perché saremmo dinanzi a un conflitto in cui gli schieramenti in causa sono entrambi parti che hanno scelto l’errore. Entrambi, sionisti ed “islamisti” – termine per nulla applicabile alla realtà iraniana e di cui occorrerebbe una ridefinizione intellettualmente onesta – non sarebbero suscettibili di alcun giudizio positivo. Il pericolo sarebbe quello di appoggiare idealmente un certo multipolarismo – evidentemente scomodo ai cattolici teocon che vedono in fin dei conti nel leviatano a stelle e strisce l’ultimo baluardo alla pretesa liberale e liberista di proteggere la “sacralità” della (loro) proprietà privata – giustificandone l’avversione con la minaccia di un conseguente relativismo culturale a livello di giudizio delle civiltà. Sostenere un ordine economico e geopolitico multipolare equivarrebbe per costoro ad equiparare tra loro tutte le civiltà, che si ritroverebbero evidentemente messe sullo stesso piano dell’unica autentica civiltà, quella cattolica occidentale.

Allo stesso tempo però, i medesimi “paladini” dell’ordine tradizionale, si lanciano ipocritamente in condanne unilaterali a quello sfrenato spirito occidentalista che innegabilmente si accompagna alla disgregazione dei valori naturali inscritti nel cuore dell’uomo. Se la posizione antioccidentalista, e aggiungerei antimperialista, è tutt’altro che censurabile, lo stesso non si può affermare della pretesa superiorità di un cristianesimo etnocentrico che di cattolico ha ben poco, mutuando i propri monoliti ideologici dalla tipica mentalità evangelica protestante statunitense. E che in molti casi giunge alle sue estreme conseguenze gettando la maschera dell’iniziale arrogata imparzialità in un profluvio di aberrazioni belliciste di stampo filosionista e islamofobico. Insomma, una presunta sospensione del giudizio che si traduce in realtà in una presa di posizione tanto chiara quanto vergognosa. Non si intende certo generalizzare posizioni estremamente complesse ed eterogenee, lasciando a Dio il giudizio sulle singole coscienze, ma non si può negare che per molti cattolici, spesso peraltro in buona fede e senza occulti interessi di potere, il nodo cruciale risulta quello dell’“impossibile” sostegno alla Repubblica iraniana in quanto Islamica, frutto di una chiusura ideologico – dogmatica sapientemente propagandata per decenni dai padroni indiscussi dell’informazione.

Coerentemente a quanto già affermato nella precedente riflessione, il punto debole di un certo Cattolicesimo, specialmente tradizionale, è l’asserragliamento tridentino nel quale la Chiesa ha trovato conforto in reazione alla rivoluzione luterana. Rifugio senza dubbio necessario in un XVI secolo caratterizzato dall’assedio spietato alle verità di fede custodite da Santa Romana Chiesa, ma che oggi andrebbe forse superato soprattutto nell’istanza filosofica, con un recupero vigoroso del Platonismo patristico in luogo di una Scolastica avvilita e impotente nella sua attuale solitudine. Inevitabilmente, quel Neoplatonismo cristiano che era stato l’arma indiscussa del Dottore della Grazia, è stato lasciato inerme in balia delle più abiette ideologie illuministiche ed esoteriche. E ancora una volta, a decidere le sorti di questa storia scalcagnata è stata la logica profittevole del divide et impera, la stessa perseguita a livello geopolitico da coloro che irrimediabilmente si ergono da sempre a portavoce della democrazia del bombardamento, intesa alla radicale destabilizzazione di quelle macroregioni pretestuosamente bollate col marchio dell’inferiorità etnoculturale, e trasformate in desolazioni immense insanguinate da lotte intestine. Ed ecco piantato l’ennesimo seme del loro giardino fiorito in mezzo al caos, presuntuosamente giustificato come ultimo presidio dall’oscura minaccia di un terrorismo tanto temuto quanto inesistente prima del 1948 (data puramente casuale, giusto per intenderci).

In una situazione come quella attuale, laddove le radici soprannaturali di un male che intende prosperare nella divisione affiorano sempre più loquacemente, noi cristiani non possiamo permetterci non solo di sostenere suprematismi messianici (e massonici) che si macchiano spudoratamente di crimini e atrocità, ma nemmeno di sospendere giudizi e posizioni in merito a conflitti come quello attuale, giustificandone l’ignavia con il timore di cadere in errori dottrinali e pericoli sincretistici per di più inesistenti. In questo contesto di confusa disinformazione, un positivo stimolo alla presa di posizione ci può venire dalla recente e unilaterale condanna dell’attacco sionista alla Repubblica Islamica da parte di tutte le minoranze religiose presenti sul territorio dell’Iran, cristiana compresa. Le quali, ed è bene ribadirlo, nelle pur piccole realtà che costituiscono, godono in terra iraniana di libertà di culto e dispongono di propri rappresentanti presso il Parlamento nazionale. Quello delle minoranze confessionali è un gesto che ribadisce, contro ogni pregiudizio, la forte identità storica della Repubblica Iraniana, nella quale una rigorosa morale religiosa pubblica si relaziona senza difficoltà e contraddizioni con la fecondità di una cultura profondamente radicata, dalla quale non vengono operate esclusioni di genere. Se ne facciano una buona ragione femministe di regime, prefiche ben retribuite, leoni da tastiera ed eloquenti analisti da aperitivo serale, per i quali il diritto a una promettente carriera da cubista resterebbe l’unico ideale spendibile della popolazione femminile iraniana. Ma il dato di fatto che maggiormente avvilisce chi scrive, resta sempre e comunque l’ottusità di una certa destra traditrice dei suoi originari valori sociali, e la rigidità di alcuni cattolici fossilizzati nella prassi speculativa, che malauguratamente hanno ottenebrato ogni richiamo alla coscienza critica e all’onestà intellettuale, sempre che di tali qualità siano mai stati possessori.

Ancora una volta però i fatti restano gli unici a parlare, al di là di ogni fumosa speculazione di merito, e una conoscenza ponderata delle situazioni, per quanto impegnativa ed aleatoria da conseguire, si rende necessaria al pari di un altrettanto doveroso esame di coscienza collettivo. Un esame di coscienza dal quale la fiacchezza del molle benessere acquistato non può e non deve esimere il popolo europeo, erede nella sua ormai perduta identità di quegli universali valori cavallereschi che, per quanto concerne i nostri confini geografici e culturali, hanno trovato la più autentica possibilità di espressione nell’Europa medievale del trono e dell’altare. Eredità tuttavia indelebile e della quale ancora oggi riecheggiano perenni gli imperativi categorici, a costituire l’inviolabile codice d’onore dei nuovi cavalieri erranti nel mondo postmoderno: rifuggire ogni egoistico interesse, combattere l’utilitarismo sbrigliato che piega i popoli alla macabra volontà della logica mercantile, dare la propria vita per gli ultimi e gli oppressi. In ultima istanza, sacrificare sé stessi per l’opera di Dio, a Lui la Vittoria e la Gloria nei secoli eterni!

Pietro Puliti

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