La classificazione, ad opera dell’ “Ufficio federale per la Protezione della Costituzione” della Germania, del partito Alternative für Deutschland quale organizzazione di estrema destra, non compatibile con i principi della Carta costituzionale tedesca è stata da molti intesa, apprezzata e addirittura auspicata) come prodromica al suo scioglimento.
Il dibattito che ne è seguito mi ha riportato alla mia giovinezza, quando, 70 anni fa (in pratica l’epoca dei dinosauri), mi laureai in diritto costituzionale all’Alma Mater Studiorum bolognese. Anche allora, nell’opinione pubblica e in facoltà, col professore e fra noi studenti, ci si poneva il problema se i partiti non in linea (diciamo così) con la democrazia avessero diritto di cittadinanza nel sistema democratico o se questo dovesse esserne difeso attraverso il divieto della loro attività e la loro espulsione. La risposta dei dinosauri era, tutto sommato concorde, quanto meno sui principi, e abbastanza semplice. Si potevano, anzi si dovevano, mettere al bando i partiti che prevedessero nel loro programma il ricorso alla violenza per rovesciare la democrazia o comunque considerassero la violenza legittimo strumento di lotta politica. Al contrario, nessun intervento repressivo finché si restava sul piano del confronto ideologico e della proposta di idee, incluse le più estreme, anche per la certezza che la democrazia avrebbe comunque prevalso. In effetti eravamo tutti (o quasi) convinti che indefettibile presupposto della democrazia sia l’assoluta fiducia nell’arbitrio del popolo e nella sua capacità di autodeterminazione. Se questa fiducia viene meno o anche solo messa in dubbio la democrazia diventa un sistema politico alla pari con tutti gli altri, anzi un po’ peggiore, perché più burocratico e farraginoso.
Può sembrare – e forse è così- che queste affermazioni siano in contrasto con il dibattito che in quegli anni riguardava la posizione del MSI e la sua legittimità democratica e con la sua esclusione dal cosiddetto “arco costituzionale”, che comprendeva tutti i partiti politici con radici, in un modo o nell’altro, nella Resistenza. Tuttavia chi, in buona fede o no, ne chiedeva lo scioglimento e la conseguente esclusione dalle competizioni elettorali (provvedimenti che comunque non vi furono) quasi sempre preferiva saltare o ridurre al minimo il dibattito sulla democrazia e la compatibilità democratica di interventi puniti o limitativi nei confronti di formazioni politiche non programmaticamente violente, per appellarsi invece all’art. XII delle “Disposizioni transitorie e finali della Costituzione”, che vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. Può sembrare ipocrisia, ma, appellandosi a una decisione già presa dai Padri costituenti, si evitava di mettere espressamente in gioco, col rischio di lederli, i principi fondanti della democrazia.
In definitiva, con un’unica, parziale eccezione (governo Tambroni) si tenne il MSI fuori dall’area di governo, ma non se n’impedì l’attività politica e si salvò la democrazia.
All’epoca e fino al 1976 in Italia la “conventio ad excludendum” dall’area di governo riguardava anche il PCI, ma con motivazioni che, al di là delle polemiche politiche, in realtà prescindevano, in concreto, da questioni connesse ai principi democratici e in realtà nemmeno escludevano (anche se al riguardo vi era più di un’ambiguità) il PCI dal cosiddetto “arco costituzionale” (sarebbe stato assurdo il contrario dal momento che il PCI aveva attivamente partecipato alla formazione e al varo della Costituzione, base della democrazia italiana) e attenevano piuttosto, nella loro reale sostanza e motivazione, alla politica internazionale per i legami di questo partito con l’Unione sovietica e l’appartenenza dell’Italia all’opposto fronte politico-militare a guida USA. Difatti, non solo nessuna proposta di scioglimento del PCI venne mai messa in campo ed anzi, quando per effetto dei risultati elettorali, il voto dei suoi rappresentanti in Parlamento divenne indispensabile per la formazione del governo la conventio ad excludendum finì molto rapidamente nel dimenticatoio.
Le “conventiones ad excludendum” sono strette parenti (in fondo la stessa cosa) delle dichiarazioni, oggi di moda, di quei partiti che pubblicamente si impegnano con gli elettori a non fare mai, a nessun patto, alleanze di governo con i partiti di estrema destra. Si può pensarne quello che si vuole (personalmente tutto il male possibile, per i riflessi comunque negativi sul dibattito politico e il libero confronto delle idee e per l’insopportabile arroganza di chi si presenta come detentore del Verbo Democratico), ma fortunatamente non distruggono (anche se lo ammaccano un po’) quello che abbiamo definito il principio fondante della democrazia, che non viene meno solo perché alcuni partiti ritengono opportuno sollecitare la capacità di autodeterminazione del popolo garantendogli che il loro programma non è e non sarà mai compatibile con quello dei partiti “brutti e cattivi”.
Francesco Mario Agnoli


























































































































































































































































































































