In questi tempi risulta di giovamento una revisione della storia del Post- Seconda guerra mondiale utile a un approccio meno schematico rispetto a quello tramandatoci dalla manualistica.
La storia, non solo quella di Procopio, è anche storia “segreta” vale a dire che le sovrastrutture, quando non si vedono, non è perché siano puramente culturali e poggianti su base materialistica. Al contrario. Le strutture sono sempre intangibili, finemente intessute.
Sono tutti bravi a scrivere libri pro o contro la NATO dopo il 2015, sull’Ucraina dopo il 2022. Ma qual è la storia italiana in rapporto alla NATO, quale di conseguenza in relazione all’Ucraina?
Prendiamo una manciata di libri storici per incominciare a diradare il campo da una serie di equivoci.
Intanto, la semplice ma avvincente sintesi scritta da Michela Sapio per Mursia pochi anni fa ci ha fatto capire bene come lavoravano gli Stati Uniti a fine conflitto per predisporre una fitta rete di collegamenti istituzionali con l’Italia sconfitta. Nell’appendice alla sua ricerca d’archivio Sapio riporta un notevole documento dagli archivi USA che vale la pena citare estesamente.
È il telegramma di un alto funzionario, Scamporino, al direttore dell’OSS, 21 giugno 1945. OSS sta per Office Strategic Services e in pochi anni avrebbe cambiato nome restando l’Agenzia d’intelligence forse più celebre a livello massmediatico, ma non per questo nota tout court.
Scriveva quindi Scamporino:
“Il fallimento britannico in Europa potrebbe costringere noi, gli Stati Uniti, ad assumere la leadership. Dobbiamo essere pronti a soddisfare i requisiti di quella leadership quando ciò accadrà. È importante riconsiderare che in caso di interruzione del rapporto o per qualsiasi altra risoluzione si potrà decidere di proseguirlo in modo modificato, che alle persone che hanno portato avanti la situazione sia consentito il rientro in Italia sia per un breve periodo di tempo o per un periodo esteso, quale che sia il caso, per far ciò che è appropriato date le circostanze. Le nostre relazioni e attività in Italia sono state in molti casi a livello semidiplomatico. Il nostro lavoro non è stato meramente operativo. Fummo i primi a sottolineare, e di fatto a svolgere, la funzione di raccolta di informazioni politiche ed economiche. Abbiamo sviluppato questo aspetto fino al punto di essere autosufficienti come unità, portando avanti operazioni di intelligence militare nei territori occupati dal nemico, di intelligence politica ed economica nelle aree liberate, con il nostro Reporting Board e per più di un anno con le nostre comunicazioni. Comprendiamo, quindi, appieno la responsabilità che il lavoro di intelligence comporta. Inoltre, il lavoro è stato fatto senza assistenza o coinvolgimenti di branche connesse all’OSS come R&A, R&D etc. Anche se poi coordinavamo le attività e collaboravamo con esse. Per questa fase intermedia, se deve continuare ad esservi un flusso di intelligence, sarà necessario impiegare delle persone che conoscono il terreno e vi hanno i necessari contatti, specialmente ai più alti livelli di governo, partiti politici, cerchie industriali e finanziarie, oltre alla Chiesa. Molta intelligence di valore può essere ottenuta con un approccio diretto a relazioni già stabilite. Il personale sotto copertura non sarà in grado di ottenere intelligence per molti mesi a partire dalla sua infiltrazione.”
Scamporino era lo stesso che poco prima ad Algeri aveva partecipato ad una riunione per preparare lo sbarco in Sicilia e, una volta che questo fu compiuto, a stabilire insieme al sottotenente Max Corvo alcuni contatti con siculo-americani, per usare un eufemismo.
Una volta a Brindisi, nel ’43, erano stati loro a prendere contatti col Servizio italiano, il SIM. Un agente USA del tempo mai abbastanza ricordato benché da noi lo abbia stampato Mondadori, Tompkins, ha lasciato scritto che per Max Corvo: «OSS e SIM concorderanno un certo numero di missioni da fare assieme; il SIM fornirà un certo numero di radiotelegrafisti da addestrare nella base OSS; il SIM fornirà agenti chiave da inviare al Nord scelti dall’Esercito italiano; il SIM renderà disponibili i suoi documenti; l’OSS controllerà tutte le comunicazioni con il Nord Italia; l’OSS finanzierà, equipaggerà e invierà missioni per l’aria, e provvederà al trasporto via terra o con sottomarino; l’OSS finanzierà tutte le missioni in campo e si occuperà di inviare i rifornimenti».
La storiografia ha evidenziato che gli inglesi optavano per la diplomazia non ufficiale e il sabotaggio, mentre gli USA distinguevano con più precisione gli aspetti militari da quelli politici – effettivamente gli inglesi risultavano meno assimilati dalla psicologia italiana rispetto ai cittadini e soldati USA.
Una delle analisi più precise anche se risalenti a qualche decennio fa è in propostito Stafford (The detonator concept: British strategy, SOE and European Resistance after the fall of France, “Journal of contemporary history”, 10, 2, 1975, p.. 185-217).
Per Stafford secondo cui uno dei Servizi inglesi, il SOE specificamente per la Resistenza antifascista e antinazista, dal ’40 al ’42 fece intelligence con ridottissimo impiego di bombe e attacchi, diversamente dal SIS: per Stafford fu Churchill, sottostimando la capacità tedesca di mantenere le conquiste territoriali, a dare impulso nel ’40 alla riconquista inglese basata, dice lui «su una fede irrazionale» (p. 214 nota 34 e p. 215 nota 44).
Chi invece combatté nel SOE, come il giornalista angloaustriaco che scriveva con la pseudonimo Cookridge e da noi fu tradotto da Garzanti, la pensava in modo forse più idealistico, ma anche più concreto. Sono di Cookridge, non degli storici, le pagine e pagine di nomi e aneddoti. Non sono gli storici che le hanno scritte, ma i testimoni e protagonisti del tempo.
Questo può parere scollegato rispetto alle premesse iniziali. Ci arriviamo per trarre le conclusioni.
Lo storico Mireno Berrettini ha spiegato bene nella sua ricerca La Gran Bretagna e l’antifascismo italiano (Le Lettere, Firenze, pp. 18 sgg.) l’impostazione inglese nel contesto politico ante ’43 / ’45:
“Con il documento degli Stati Maggiori del 25 novembre 1940 il teatro delle azioni si spostava: alla centralità dell’Europa orientale, che faceva perno sui Balcani, veniva affiancata una maggiore attenzione a quella del sud incentrata sul Mediterraneo. In questo nuovo quadro l’Italia assumeva un ruolo più importante, soprattutto per la sua posizione geopolitica. Se la sua eliminazione era considerata una priorità, il SOE doveva concentrare i propri sforzi anche nei Paesi occupati. Gli Stati Maggiori chiedevano un «attacco al morale italiano» per ottenere «disunione politica, scontento, disorganizzazione economica e distorsione delle comunicazioni». Molto presto, però, si produsse una dicotomia tra i teatri d’operazione dello Soe e delle Forze Armate regolari. Mentre Baker Street centrò le sue azioni sull’Europa dell’est prima, e del nord poi, le seconde si concentrarono sul Mediterraneo: una conferma che la penisola era un’area “residuale” per le operazioni speciali. Lo prova il fatto che nella strategia generale del SOE i cenni sull’Italia sono praticamente inesistenti almeno fino al marzo 1943, quando, entro il quadro della sempre più vicina vittoria nel nord Africa, l’attacco alle isole italiane venne considerato una priorità che avrebbe facilitato la capitolazione di Roma.”
In questo frangente di latenza direzionale strategica, il SOE elaborò una serie di iniziative e di approcci: varie soluzioni che oscillarono tra sovversione e diplomazia clandestina. Ciò contribuì a muovere Baker Street verso posizioni para-diplomatiche: da organismo sovversivo a gestore di comunicazioni. All’inizio del conflitto, in mancanza di contatti interni alla penisola il SOE si rivolse agli antifascisti fuorusciti per avviare una collaborazione: gli inglesi ricercavano agenti per operare in Italia mentre l’emigrazione si orientava verso alla creazione di comitati o di un fronte antifascista trans-atlantico.
Più recentemente la storiografia ha rivalutato più positivamente il contributo inglese alla Resistenza italiana, in particolare Roderick Bailey con Target: Italy (UTET, Torino 2014).
In sintesi sul territorio italiano si sono incrociati OSS, SOE e inoltre l’ORI che come SI fu aggregato all’OSS, oltre ai vari gruppi prestigiosi e filoinglesi come quello di Edgardo Sogno.
Per l’ORI valgono le parole di Robert P. Joyce, Senior Staff Officer del Rear Zone Intelligence, al Brigadier General Johnn Magruder del’OSS a Washington il 28 aprile 1945 (testo raccolto da D. Angeli e M. Minardi):
“Non credo che l’attuale personale del SI/Italia sia preparato, per motivi di background, educazione e addestramento, a tutti i problemi nuovi che deve affrontare un servizio segreto in tempo di pace. In altre parole sento che sia giunto il momento, rispetto alle operazioni del SI/Italia, in cui noi dobbiamo considerare la necessità di preparare una nuova politica generale adatta al periodo del dopo guerra. Gli ufficiali e i civili del SI/Italia si sono senza dubbio comportati benissimo nel campo in cui si sono trovati ad operare, ma quel campo si sta rapidamente estinguendo e presto cesserà di esistere […] É quindi raccomandabile che sia posta immediata attenzione alla riorganizzazione del SI/Italia e che siano predisposti piani in sintonia con la situazione che verrà delineandosi dopo che l’Italia sarà completamente liberata. Scamporino è pienamente consapevole del fatto che il lavoro sotto il suo comando si trova in fase di transizione e che sia ormai giunto il momento per la riorganizzazione della struttura in sintonia con la nuova condizione dell’Italia in tempo di pace.”
E siamo così tornati a incontrare il nome di Scamporino. Ma hna volta uscita dalla guerra l’Italia avrebbe avuto bisogno di altre strutture per gestire situazioni differenti. Lo ha scritto da par suo molto bene lo storico Piero Craveri:
“Tra il ’48 e il ’54 l’azione politica di Togliatti e del PCI si conforma alle posizioni più aggressive del campo socialista, ricalcando in tutto la linea del Cominform. In quella seconda metà degli anni ’40 e primi anni ’50, l’URSS era in così assoluto vantaggio da rendere, nella concezione strategica anglo-americana, impraticabile qualsiasi difesa della Germania e della Francia. E tantomeno dell’Italia, di cui era prevista la difesa della sola Sicilia. Bisognerà aspettare il progressivo rafforzamento della forza aerea americana a partire dal 1952 per la messa a punto della strategia di massive retaliation e arrivare alla metà degli anni ’60 perché, con la risposta flessibile, l’alleanza occidentale si orienti verso il tentativo di fronteggiare un’eventuale invasione sovietica della Germania, esclusivamente sul territorio tedesco. Una situazione in cui le eventuali prove di forza dell’URSS costituivano una prospettiva realistica, si collocavano cioè sul terreno possibile della Realpolitick ben più delle analisi di stampo ideologico sulla crisi del capitalismo. Sono questi del resto gli anni in cui Togliatti più insistentemente torna sul tema della guerra come di un pericolo effettivo e quindi anche come ipotesi politica reale, in nulla con ciò distinguendosi da quella che era la linea del Cominform, neppure nel ricalcare le tesi zdanoviane, che mostra di far del tutto proprie.”
E arriviamo al punto: cosa impariamo dalla storia per l’oggi? Come permangono e mutano strutture di relativamente lungo corso quali la NATO davanti al mutare del nemico, alla sua cangiante percezione?
La domanda è impossibile ma la storia ci racconta un’infinità di risposte.
Andrea Bianchi – MCC Brussels, analista politico


























































































































































































































































































































