Un manifesto diffidente verso il popolo
Probabilmente sotto il profilo storico l’Europa, ovvero quello che poteva essere un modello per il futuro, è morta nel 1918 con il tracollo della duplice monarchia austro-ungarica, la quale era una compagine plurinazionale in via di confederalizzazione attraverso il graduale riconoscimento dell’uguaglianza di diritti tra tutte le sue componenti nazionali ma senza una ingessatura accentratrice come è una federazione.
Dopo il 1918 il tema dell’Europa ha assunto sempre più graduale importanza, persino tra chi in apparenza dall’idea di una Europa unita avrebbe dovuto essere lontano se è vero che il 1° gennaio 1921 Mussolini su Il Popolo d’Italia scrisse un editoriale nel quale auspicava un concerto europeo nella convinzione che il mondo si stesse avviando verso una organizzazione che, più tardi, Carl Schmitt avrebbe chiamato dei “grandi spazi” (Großraum) (1). Nella storia del secolo scorso molti sono stati i progetti, variamente ispirati, di “Europa” con stesure di manifesti o pubblicazioni di libri in proposito. Non c’è stato solo il “Manifesto di Ventotene” del 1941 che è tornato in auge nel dibattito politico a seguito della critica di Giorgia Meloni al modello sotteso all’ideologia degli estensori di quel manifesto ossia Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, tutti confinati, per l’appunto, nell’isola di Ventotene dal regime fascista quando si diedero alla stesura del documento (il che dovrebbe farci riflettere su quale occhiuto, asfissiante e tremendo controllo venisse esercitato su di loro se si permettevano di scrivere al confino un documento del genere che, poi sarebbe circolato sebbene clandestinamente).
Un manifesto più celebrato che effettivamente letto. Perché i suoi celebratori se lo avessero letto vi avrebbero scoperto un sentimento di sfiducia verso il popolo:
«Nelle epoche rivoluzionarie – è scritto –, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente. La pietosa impotenza dei democratici nelle rivoluzioni russa, tedesca, spagnola, sono tre dei più recenti esempi. In tali situazioni, caduto il vecchio apparato statale, con le sue leggi e la sua amministrazione, pullulano immediatamente, con sembianza di vecchia legalità o sprezzandola, una quantità di assemblee e rappresentanze popolari in cui convergono e si agitano tutte le forze sociali progressiste. Il popolo ha sì alcuni bisogni fondamentali da soddisfare, ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare. Mille campane suonano alle sue orecchie, con i suoi milioni di teste non riesce a raccapezzarsi, e si disgrega in una quantità di tendenze in lotta tra loro. Nel momento in cui occorre la massima decisione e audacia, i democratici si sentono smarriti non avendo dietro uno spontaneo consenso popolare, ma solo un torbido tumultuare di passioni; pensano che loro dovere sia di formare quel consenso, e si presentano come predicatori esortanti, laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare; perdono le occasioni favorevoli al consolidamento del nuovo regime, cercando di far funzionare subito organi che presuppongono una lunga preparazione e sono adatti ai periodi di relativa tranquillità; danno ai loro avversari armi di cui quelli poi si valgono per rovesciarli; rappresentano insomma, nelle loro mille tendenze, non già la volontà di rinnovamento, ma le confuse volontà regnanti in tutte le menti, che, paralizzandosi a vicenda, preparano il terreno propizio allo sviluppo della reazione. La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria».
Siamo qui di fronte alla visione tipicamente elitaria del giacobinismo per il quale la “volontà generale” deve essere incarnata da colui o coloro che sanno porsi alla guida delle assemblee popolari giacché il popolo di per sé non è cosciente della sua forza o se ne è cosciente non sa incanalarla nella giusta direzione rivoluzionaria. È, questa, la “democrazia totalitaria” messa in atto da Robespierre.
La sfiducia di Spinelli e amici nel popolo si spiega in due modi. Da un lato con la loro formazione culturale e politica che era di matrice elitaria, giacobina, fabiana e lib-lab, tale quindi da guardare – senza avvertire che il “volontarismo” rivoluzionario era stato il carattere proprio di Lenin e Mussolini (non a caso il leader sovietico rimproverò i comunisti esuli di essersi fatto scappare l’unico uomo che avrebbe potuto fare la rivoluzione in Italia) – più all’azione “sapiente” di avanguardie politiche rivoluzionarie che sanno ciò che devono fare, sicché bisogna lasciarle fare senza troppo impicci “popolari”. Dall’altro lato con il fatto che gli estensori del Manifesto di Ventotene erano stati testimoni dell’immenso consenso di massa che il popolo italiano aveva tributato, in particolare negli anni trenta, al regime fascista, desumendone pertanto una diffidenza verso il plebiscitarismo che finiva per portarsi dietro una diffidenza verso la democrazia tout court. Una diffidenza la quale facilmente, in un altro contesto, quello che poi avrebbe alimentato la costruzione eurocratica, spiana la via all’azione impolitica delle tecnocrazie finanziarie.
Un manifesto incapace di capire fino in fondo la sua epoca
Gli estensori del Manifesto di Ventotene applicavano una critica ai totalitarismi fascisti – Spinelli e soci non avevano gli strumenti concettuali per distinguere tra autoritarismo, magari di massa, e
totalitarismo – del tutto infondata, come la storiografia ha poi dimostrato, giacché quei totalitarismi non erano affatto una scudo dei privilegi di classe, come essi scrivevano, ma al contrario un tentativo di superare quei privilegi integrando organicamente le classi nella nazione e socializzando l’economia attraverso strumenti di pianificazione e programmazione molto simili a quelli adottati, dopo la crisi del 1929, anche dalle democrazie liberali. Strumenti di pianificazione – che ne fossero o meno essi stessi consapevoli e che ne siano o meno oggi consapevoli i manifestanti di Piazza del Popolo del 15 marzo – molto simili a quelli proposti nello stesso Manifesto di Ventotene.
Spinelli, Rossi e Contorni dovevano ricorrere a una lettura mistificata della realtà effettiva delle politiche sociali e economiche del regime fascista, le quali per quanto condizionate avevano tuttavia modernizzato il Paese, perché era per loro difficile ammettere che proprio in quegli anni, in Italia, era nato – con l’Iri, con L’Agip, con l’Inail, con l’Inps, con il contratto collettivo ad efficacia erga omnes e altri istituti di intervento e regolazione pubblica – lo Stato imprenditore, lo Stato sociale, che poi la Repubblica postfascista avrebbe ereditato e che è venuto meno soltanto con la svolta globalista, alla fine della prima Repubblica, allorché Mario Draghi, sul Britannia di Sua Maestà regina d’Inghilterra, si accordò con le banche d’affari anglo-americane per le privatizzazioni, ossia la svendita, del nostro patrimonio industriale pubblico.
Certamente quella modernizzazione era stata avviata in un clima autoritario che aveva ridotto le libertà. Ma gli estensori del Manifesto di Ventotene non tenevano conto della forte critica interna ai limiti e ai compromessi del regime con la destra fiancheggiatrice portata avanti, in quegli anni, dalla sinistra fascista, quella dei sindacati e degli intellettuali, degli accademici come dei giovani universitari (molti dei quali, nel dopoguerra, sarebbero passati al comunismo ma non “tradendo” bensì per continuare la stessa battaglia antiborghese iniziata con il fascismo che si era mostrato troppo debole nel condurla in porto). Critica che non sfuggì, invece, a Palmiro Togliatti allorché, nel 1936, con intenti certamente “entristi”, dalla rivista “Lo Stato Operaio”, pubblicata a Parigi, si appellava “ai fratelli in camicia nera per combattere insieme la santa e buona battaglia del lavoro”. E che non sfuggì a Nicolino Bombacci, cofondatore del partito Comunista, finito nella Repubblica Sociale per costruire, finalmente, il socialismo italiano.
La rivendicazione di Spinelli, Rossi e Colorni della libertà sindacale, contro il sindacalismo di Stato del regime con le sue nomine dall’alto, era una delle argomentazioni critiche della sinistra fascista e degli stessi sindacalisti fascisti sempre insofferenti dell’irrigidimento nelle strutture corporative. Questa critica, che era anche quella del cattolicesimo sociale all’esperimento del regime per altri versi apprezzato, avrebbe trovato il suo coronamento – a dispetto dei “ventotenesi” – nell’articolo 39 della Costituzione del 1948, il quale compone unità e pluralismo sindacale su base democratica, ossia con elezioni dal basso dei rappresentanti dei lavoratori, che è unanimemente riconosciuto come l’articolo che, secondo l’auspicio, all’epoca, dei Fanfani, dei Buozzi, dei Di Vittorio, ha inteso democratizzare il corporativismo fascista preservando, dal ritorno al liberismo contrattuale su base individuale dell’epoca prefascista, la conquista del contratto di lavoro universalmente valido,. L’articolo 39 non è poi mai stato applicato per la convergente opposizione sia sindacale che datoriale ma con maggior danno proprio per i lavoratori che oggi non hanno uno strumento per costringere i datori di lavoro a sedersi al tavolo delle trattative, sicché la contrattazione o il rinnovo dipende dal placet padronale.
I “ventotenesi” nel loro documento facevano facile leva sulla critica al razzismo nazista considerandolo l’esito inevitabile di qualsiasi visione che pone la nazione quale soggetto politico nelle relazioni internazionali. Una mistificazione filosofica bella e buona! Che si deve alla loro chiara opzione, per dirla nella terminologia corrente, in favore del globalismo. Una scelta di fondo che partiva dalla loro idea contrattualista, pertanto non organicista né comunitaria, della nazione, come espressa nell’incipit del Manifesto. A Spinelli e soci va rimproverato che non sta scritto da nessuna parte che la nazione, anziché come identità storico-culturale, debba essere per forza assunta quale etnia o, peggio, razza. Questa equazione nazione = razzismo è storicamente e filosoficamente falsa sicché falso, in questo, è il Manifesto. O, meglio, esso va storicizzato nel contesto del tempo della sua estensione, che era quello del nazismo al potere, e non assolutizzato.
I “ventotenesi”, inoltre, non si rendevano affatto conto – al di là di quanto può esserci di giustificato laddove la pretesa fosse la chiusura totale come oggi quella della Corea del Nord (ma non fu mai questa la pretesa delle scelte autarchiche sia dei regimi nazionali che delle stesse democrazie alle prese con la crisi del 1929) – che la loro critica alla “autarchia” coinvolgeva direttamente anche il keynesismo. Keynes, infatti, figlio del suo tempo, pensava ad un sistema di economia sociale fondato sulla “autosufficienza nazionale” in un mondo organizzato, oggi diremmo in modo multipolare, sul primato della domanda interna e quindi su nazioni libere e sovrane capaci di regolare, senza vincoli esterni o diktat transnazionali, i propri rapporti commerciali attraverso accordi bilaterali o plurilaterali e camere di compensazione dei deficit e dei surplus.
Ottica globalista
Impregnati di “internazionalismo” Spinelli e soci credevano che il mondo unificato sarebbe stato marxianamente realizzato dal proletariato mondiale. I fatti hanno invece dimostrato che la globalizzazione è stata realizzata dal capitale che, liberandosi dai vincoli nazionali, ha costretto il ceto medio e la classe lavoratrice a retrocedere dalle conquiste sociali raggiunte nel quadro dello Stato nazione.
I “ventotenesi” scrivono che per costruire l’Europa è necessario abbattere gli Stati nazionali. Ma, che ne fossero o meno coscienti, in tal modo essi, nonostante il loro conclamato socialismo liberale, hanno favorito l’affermazione di quell’état d’esprit utile al capitalismo cosmopolita il quale, soprattutto nella sua attuale fase finanziaria, ha bisogno di emanciparsi dal legame non solo con la nazione ma anche con la terra, ossia con l’economia reale, per trasformarsi in “capitalismo virtuale”, “volatile”, de-territorializzato, de-socializzato perché de-nazionalizzato. Essi hanno agevolato il sopraggiungere del mondo globale come si è poi realizzato ma che, smentendo ogni loro illusione, non ha portato né pace, né sicurezza, né prosperità (almeno non per i più ma solo per le élite).
Nella loro ottica globalista, Spinelli e soci peroravano il principio di intervento internazionale nella politica interna degli Stati. Ora noi sappiamo molto bene cosa significa questo diritto internazionale all’intervento, perché è esso che ha di recente giustificato l’abolizione delle libere elezioni in Romania o l’esclusione dalla competizione elettorale di candidati sgraditi all’establishment globalista. Esso è quello che, nei decenni recenti, ha giustificato le “operazioni di polizia internazionale” in Irak, Siria, Afghanistan, Serbia, Libia – e anche l’“operazione militare speciale” russa in Ucraina, benché in questo caso ampiamente provocata dalla espansione illegale della Nato verso est – con tutte le catastrofi conseguenti in termini di sterminio gratuito delle popolazioni soggette alla “repressione penale internazionale”.
Gli estensori del Manifesto di Ventotene hanno perorato ciò che oggi chiamiamo governance globale senza rendersi conto che in tal modo si sarebbe ottenuta la trasposizione al livello sovranazionale dello stesso “dispotismo” che essi criticavano negli Stati nazionali tout court, e non solo in quelli a regime autoritario. Spinelli, Rossi e Colorni, per formazione culturale, non avevano gli strumenti per comprendere ciò che invece comprese il più grande filosofo del diritto del Novecento, Carl Schmitt, ossia che l’“unità del mondo” – ovvero “l’organizzazione unitaria del potere umano con l’obiettivo di pianificare, dirigere e dominare la terra e tutta l’umanità” – altro non è che l’espansione globale del Leviatano, del potere assoluto, benché non più in forma politica ma in quella tecno-finanziaria. L’“unità del mondo” è pericolosa e ad essa è mille volte preferibile un sano e legittimo pluralismo delle culture e dei popoli. Spinelli e soci miravano, invece, a questa unità mondiale e lo hanno scritto a chiare lettere. Essi auspicavano la Federazione Europea in vista dell’unificazione in una “visione d’insieme di tutti i popoli che costituiscono l’umanità” per il “compito centrale [della] creazione di un solido Stato internazionale”. In questo erano “mazziniani” – la nazione come gradino verso l’Umanità – e puntavano alla realizzazione dell’antico sogno illuminista e massonico della “République Universelle”.
Un confronto necessario a disincanto del “mito antifascista”
Il richiamo critico di Giorgia Meloni al Manifesto di Ventotene non ha tuttavia colto nel segno di una critica più profonda perché si è limitato al riferimento alla prospettiva socialista, o meglio “liberal-socialista”, dei suoi estensori. La Meloni infatti ha fatto cenno al passaggio del Manifesto nel quale si auspicano il controllo della proprietà, la sua limitazione, la sua funzionalizzazione ad utilità sociale, che presuppongono pertanto un forte potere politico di coordinazione e direzione dell’economia. La sua è stata una critica di stampo liberal-conservatrice, retrò, tutta intesa a difendere, oltretutto in un mondo nel quale essa è già stata praticamente abolita dalle pratiche “espropriatrici” del “capitalismo della sorveglianza”, studiato da Shoshana Zuboff, e dalle teorizzazioni del WEF, la concezione individualista della proprietà. Meglio avrebbe fatto la Meloni a puntare sul discrimine, questo sì cogente, unipolarismo/multipolarismo o, se si vuole, patriottismo/globalismo.
Ai suoi indignati oppositori parlamentari, la Meloni avrebbe dovuto far notare che i “ventotenesi”, quando auspicavano un coordinato equilibrio tra spirito di iniziativa privata e solidarietà sociale – allo stesso modo nel quale lo auspicavano, in termini di autosufficienza nazionale, John Maynard Keynes o la Carta del Lavoro scritta da Alfredo Rocco –, altro non proponevano ad un livello sovranazionale, prima europeo e poi mondiale, che le stesse politiche portate avanti, almeno a partire dalla metà del XIX secolo, al proprio interno dagli Stati nazionali, onde evitare di implodere a causa del conflitto distributivo, e che i regimi “totalitari”, da Spinelli e soci disprezzati, avevano semplicemente esteso nella loro dinamica, portata ed efficacia non meno di quanto avessero fatto le democrazie liberali. Ad esempio gli Stati Uniti di Roosevelt con il “New Deal” per molti versi debitore del dirigismo corporativista fascista.
La sinistra arcobaleno del nostro parlamento non ha alcun motivo di lamentarsi e tirare fuori il suo “antifascist pride” giacché il pianismo sotteso al Manifesto di Ventotene è lo stesso elaborato negli anni trenta del XX secolo da Henry De Man (2), il socialista belga, simpatizzante per il dirigismo dei regimi nazionali, che lo storico Zeev Sternhell ha individuato come uno dei pensatori più avanzati di quello che, in anni coevi, Pierre Drieu La Rochelle chiamava “Socialismo Fascista”. Per convincersene basta mettere a confronto alcune cruciali dichiarazioni del Manifesto di Ventotene con quelle della fascista “Carta del Lavoro” (1927) e del “Manifesto di Verona” del 1943 documento costituzionale della Repubblica Sociale italiana. Tenendo conto che il primo termine di paragone, la Carta del Lavoro, pur già introducendo novità assolute per l’epoca, in quanto elaborata da due nazional-conservatori come Carlo Costamagna e Alfredo Rocco, risente del compromesso fascista con la destra nazionalista, mentre il Manifesto di Verona è espressione della sinistra fascista, in posizione di sofferenza critica durante il ventennio e riemersa nel momento del canto del cigno.
MANIFESTO DI VENTOTENE
«A – non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività
necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori (ad esempio le industrie elettriche); le imprese che si vogliono mantenere in vita per ragioni di interesse collettivo, ma che per reggersi hanno bisogno di dazi protettivi, sussidi, ordinazioni di favore, ecc. (l’esempio più notevole di questo tipo di industrie sono in Italia ora le industrie siderurgiche); e le imprese che per la grandezza dei capitali investiti e il numero degli operai occupati, o per l’importanza del settore che dominano, possono ricattare gli organi dello stato imponendo la politica per loro più vantaggiosa (es. industrie minerarie, grandi istituti bancari, industrie degli armamenti). É questo il campo in cui si dovrà procedere senz’altro a nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti» (3)
«B – Le caratteristiche che hanno avuto in passato il diritto di proprietà e il diritto di successione hanno permesso di accumulare nelle mani di pochi privilegiati ricchezze che converrà distribuire, durante una crisi rivoluzionaria in senso egualitario, per eliminare i ceti parassitari e per dare ai lavoratori gl’istrumenti di produzione di cui abbisognano, onde migliorare le condizioni economiche e far loro raggiungere una maggiore indipendenza di vita. Pensiamo cioè ad una riforma agraria che, passando la terra a chi la coltiva, aumenti enormemente il numero dei proprietari, e ad una riforma industriale che estenda la proprietà dei lavoratori, nei settori non statizzati, con le gestioni cooperative, l’azionariato operaio, ecc.»
«D – la potenzialità quasi senza limiti della produzione in massa dei generi di prima necessità con la tecnica moderna, permette ormai di assicurare a tutti, con un costo sociale relativamente piccolo, il vitto, l’alloggio e il vestiario col minimo di conforto necessario per conservare la dignità umana. La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi … con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori»
CARTA DEL LAVORO
«VII. Lo Stato corporativo considera l’iniziativa privata nel campo della produzione come lo strumento più efficace e più utile nell’interesse della Nazione. L’organizzazione privata della produzione essendo una funzione di interesse nazionale, l’organizzatore dell’impresa è responsabile dell’indirizzo della produzione di fronte allo Stato. Dalla collaborazione delle forze produttive deriva fra esse reciprocità di diritti e di doveri.
- L’intervento dello Stato nella produzione economica ha luogo soltanto quando manchi o sia insufficiente l’iniziativa privata o quando siano in gioco interessi politici dello Stato. Tale intervento può assumere la forma del controllo, dell’incoraggiamento e della gestione diretta»
MANIFESTO DI VERONA
«9. – Base della Repubblica Sociale e suo oggetto primario è il lavoro manuale, tecnico, intellettuale in ogni sua manifestazione.
- – La proprietà privata, frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo Stato. Essa non deve però diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro.
- – Nell’economia nazionale tutto ciò che, per dimensione o funzione, esce dall’interesse singolo per entrare nell’interesse collettivo, appartiene alla sfera d’azione che è propria dello Stato. I pubblici servizi e, di regola, le fabbricazioni belliche, debbono venir gestiti dallo Stato per mezzo di enti parastatali.
- – In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai cooperano intimamente (attraverso una conoscenza diretta della gestione) all’equa fissazione dei salari, nonché all’equa ripartizione degli utili, tra il fondo di riserva, il frutto di capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte dei lavoratori. In alcune imprese ciò potrà avvenire con una estensione delle prerogative delle attuali commissioni di fabbrica. In altre, sostituendo i consigli d’amministrazione con consigli di gestione, composti di tecnici e di operai, con un rappresentante dello Stato; in altre, ancora, in forma di cooperativa parasindacale.
- – Nell’agricoltura, l’iniziativa privata del proprietario trova il suo limite là dove l’iniziativa stessa viene a mancare. L’esproprio delle terre incolte e delle aziende mal gestite può portare alla lottizzazione tra braccianti, da trasformare in agricoltori diretti, alla cui applicazione il Partito e le organizzazioni sindacali stanno imprimendo l’impulso necessario.
- – É pienamente riconosciuto ai coltivatori diretti, agli artigiani, ai professionisti, agli artisti di dare e di esplicare la propria attività produttiva individuale per famiglie e per nuclei, salvo gli obblighi di consegnare agli ammassi le quantità di prodotti stabilite dalla legge e di sottoporre al controllo le tariffe delle prestazioni.
- – Quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà. Il Partito inscrive nel suo programma la creazione di un Ente nazionale per la casa del popolo, il quale, assorbendo l’Istituto esistente ed ampliandone al massimo l’azione, provvede a fornire in proprietà la casa alle famiglie di lavoratori di ogni categoria, mediante diretta costruzione di nuove abitazioni o graduale riscatto di quelle esistenti. In proposito è da affermare il principio generale che l’affitto – una volta rimborsato il capitale pagato nel giusto frutto – costituisce titolo di acquisto. Come primo compito l’Ente risolverà i problemi derivanti dalle distruzioni di guerra con la requisizione e la distribuzione di locali inutilizzati e con costruzioni provvisorie.».
Ora, tutto si può dire – innanzitutto che ci sono differenze in ordine alla misura di “liberalismo”, più pronunciata in quello di Ventotene – ma non che non si tratta di documenti elaborati nello stesso periodo e che non risentono tutti e tre, allo stesso modo, dei motivi guida della cultura politica ed economica di quel periodo esprimendoli secondo uno stesso ordine di idee che era quello dell’età “statuale” della modernità. Questo nostro rilievo è confermato persino dalla critica di Spinelli, Rossi e Colorni al “settarismo comunista” accusato di isolare il movimento operaio dagli altri ceti che compongono il complesso sociale nazionale
«Gli operai educati classisticamente – così nel Manifesto di Ventotene – non sanno allora vedere che le loro particolari rivendicazioni di classe, o di categoria, senza curarsi di come connetterle con gli interessi degli altri ceti, oppure aspirano alla unilaterale dittatura della loro classe, per realizzare l’utopistica collettivizzazione di tutti gli strumenti materiali di produzione, indicata da una propaganda secolare come il rimedio sovrano di tutti i loro mali. Questa politica non riesce a far presa su nessun altro strato fuorché sugli operai, i quali così privano le altre forze progressive del loro sostegno, e le lasciano cadere in balia della reazione, che abilmente le organizza per spezzare le reni allo stesso movimento proletario. Delle varie tendenze proletarie, seguaci della politica classista e dell’ideale collettivista, i comunisti hanno riconosciuto la difficoltà di ottenere un seguito di forze sufficienti per vincere, e per ciò si sono – a differenza degli altri partiti popolari – trasformati in un movimento rigidamente disciplinato, che sfrutta quel che residua del mito russo per organizzare gli
operai, ma non prende leggi da essi, e li utilizza nelle più disparate manovre».
Orbene, chi conosce, attraverso la grande lezione storiografica di Renzo De Felice e della sua scuola, l’itinerario politico effettuato da Mussolini nel passaggio dal socialismo ufficiale al socialismo nazionale – il futuro duce nel 1919, tre giorni prima della adunata di Piazza San Sepolcro per la fondazione dei “fasci di combattimento”, si recò in quel di Dalmine per solidarizzare con gli operai in sciopero che avevano innalzato il tricolore, e non la bandiera rossa, continuando nella produzione ma estromettendone gli industriali chiusi alle loro giuste e ragionevoli richieste – sa molto bene che l’ideologia del socialismo nazionale in quel momento si chiamava “produttivismo” (Il Popolo d’Italia da “quotidiano socialista” come si definiva inizialmente diventò “quotidiano dei produttori e dei combattenti”) ed era la piattaforma ufficiale del socialismo francese, con il quale Mussolini aveva stretti rapporti. Il produttivismo consisteva nella rivendicazione dell’unità tra i ceti produttori, quindi tra imprenditori reali, con esclusione del capitale finanziario, e lavoratori, per accrescere la produzione in vista della sua equa redistribuzione contrattualmente garantita e stabilita sotto la protezione legislativa dello Stato nazionale. È dunque evidentissimo che il Manifesto di Ventotene, nel punto sopra riportato, riprende, ne fossero o meno consapevoli Spinelli, Rossi e Contorni, la piattaforma “produttivista” della sinistra interventista di inizio secolo e dell’originario fascismo socialista.
L’europeismo di Ventotene e l’europeismo fascista
Alla luce di quanto finora esposto, è innegabile che la Meloni criticando il Manifesto di Ventotene ha preso anche le distanze dalla Carta del Lavoro e dal Manifesto di Verona, quindi implicitamente ha fatto una dichiarazione di antifascismo, o almeno di postfascismo. Cosa che dovrebbe finalmente accontentare la sinistra che tale dichiarazione da parte della Meloni ha sempre invocato. Se la sinistra non è contenta è perché, nella ignoranza della storia e della filosofia politica che ormai ne caratterizza la classe dirigente, essa non coglie la convergenza, non solo temporanea ma di contenuti, tra il Manifesto di Ventotene, la Carta del Lavoro e il Manifesto di Verona. Se cogliesse tale convergenza verrebbe meno il suo “antifascismo” posto che nel Manifesto di Verona si prospettava persino una Comunità Europea in termini non dissimili da quelli di Spinelli, Rossi e Contorni, e aperta, in un’ottica mediterranea, ai popoli mussulmani. Eccone il passaggio
«8. – Fine essenziale della politica estera della Repubblica [Sociale] dovrà essere l’unità, l’indipendenza, l’integrità territoriale della Patria nei termini marittimi e alpini segnati dalla natura, dal sacrificio di sangue e dalla Storia; termini minacciati dal nemico con l’invasione e con le promesse di Governo rifugiato a Londra. Altro fine essenziale consisterà nel far riconoscere la necessità dello spazio vitale, indispensabile a un popolo di 45 milioni di abitanti, sopra un’area insufficiente a nutrirlo. Tale politica si adoprerà inoltre per la realizzazione di una “comunità europea” con la federazione di tutte le Nazioni che accettino i seguenti princìpi:
- a) eliminazione dei secolari intrighi britannici dal nostro continente;
- b) abolizione del sistema capitalistico interno e lotta contro le plutocrazie mondiali;
- c) valorizzazione, a beneficio dei popoli europei e di quelli autoctoni, delle risorse naturali dell’Africa, nel rispetto assoluto di quei popoli, in ispecie musulmani, che, come l’Egitto, sono già civilmente organizzati.».
Piuttosto critiche sarebbero da fare al Manifesto di Ventotene laddove definisce la geopolitica “pseudo-scienza” perché al contrario oggi essa è universalmente riconosciuta quale branca scientifica nella quale convergono molte altre scienze, dalla storia, all’economia, dalla antropologia alla sociologia. Non crediamo che Lucio Caracciolo direttore di Limes, la più nota rivista di geopolitica italiana, possa essere d’accordo con Spinelli e soci, in proposito.
Le diverse proposte di Europa nel dopoguerra
Nel dopoguerra, oltre Ventotene, ci sono state altre proposte di Europa.
Quella, ad esempio, cattolico-liberale di Alcide De Gasperi, Robert Schuman e Konrad Adenauer, con la loro illusione sulla possibilità di conservare, al modo del crociano “perché non possiamo non dirci cristiani”, un carattere culturale cristiano all’Europa indipendentemente da ogni confessionalismo e accettandone la secolarizzazione politica e antropologica.
Oppure quella terzaforzista di Jean Thiriart, fondatore del movimento “Jeune Europe”, che ebbe un certo successo negli anni sessanta raggruppando movimenti politici, di diverse nazioni europee, al di là della destra e della sinistra. Si trattava di una proposta che riprendeva molto nei contenuti tanto del socialismo europeista fascista quanto del Manifesto di Ventotene. Non a caso Thiriart era un socialista belga che aveva fatto la stessa scelta di molti socialisti connazionali di simpatia verso le posizioni del socialismo nazionale europeo. La sua proposta, infatti, guardava ad una Europa terzaforzista – che Thiriart in un suo libro definiva “impero di 400 milioni di uomini” – al di là del capitalismo americano e del comunismo sovietico.
Vi è stata poi la proposta di Charles de Gaulle per una “Europa delle Patrie” da Lisbona fino agli Urali. Tale, dunque, da ricomprendere anche la Russia. Nella proposta di De Gaulle riemergeva l’ostilità antibritannica che abbiamo già incontrato nel Manifesto fascista di Verona il quale auspicava l’eliminazione dalla futura Comunità Europea dei “secolari intrighi britannici”. Infatti il generale francese si oppose strenuamente all’ingresso dell’Inghilterra nella allora CEE.
Un cenno, infine, alla proposta cosiddetta “paneuropea” elaborata, nel 1922, dal conte Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, fondatore appunto dell’Unione Paneuropea, figlio di un diplomatico austro-ungarico e di una nobile giapponese. Il suo progetto riprende, non a caso, aspetti della visione imperiale asburgica benché senza pretese dinastiche anche se è stato proprio Otto d’Asburgo, erede diretto dell’ultimo imperatore il beato Carlo d’Asburgo, a presiedere per anni l’associazione di Kalergi.
Ma la UE cosa ha da spartire con l’Europa dei vari “Manifesti”?
Dopo questa sintesi della storia dell’europeismo e dei suoi manifesti, sono d’obbligo alcune considerazioni finali circa l’effettiva realtà della Unione Europea di oggi.
Orbene – nonostante lo strepitare assordante delle molte oche della stampa e del nostro parlamento – i fatti ci dicono che la UE è soltanto un coacervo impolitico, né federale né confederale, né democratico né parlamentare. Un coacervo costruito dalle lobby finanziarie, bancarie e tecnocratiche per svuotare di incisività politica gli Stati nazionali e, soprattutto, i popoli o, meglio, le democrazie nazionali. Giacché finora la democrazia, come forma di governo, è stata possibile soltanto nel quadro politico dello Stato nazionale mentre tutte le organizzazioni transnazionali – dall’Onu all’Oms, dalla Ue alla Ocse e via dicendo – funzionano in modalità a-democratiche (benché sarebbe più esatto dire “anti-democratiche”), per il semplice fatto che non è possibile realizzare una “repubblica mondiale a suffragio universale”.
Anche se oggi la tecnologia digitale, in linea teorica, permette un suffragio mondiale resta l’insoluto problema di come far convergere tutte le altre aree del mondo, organizzate con criteri di ideologia politica differenti da quelli occidentali, nei due o pochi schieramenti conosciuti in Occidente, ossia conservatori, progressisti, popolari, socialisti. Dove metteremo, in una Repubblica Mondiale, i partiti islamici o quelli dell’ebraismo ultra-ortodosso o, ancora, i partiti sovranisti della Russia o il partito comunista-confuciano cinese? Dove starebbero tali partiti in una geografia parlamentare che prevede soltanto conservatori vs progressisti, socialisti vs popolari? Quindi l’unica modalità di funzionamento per le organizzazioni globali è sempre, nonostante il potenziale tecnologico, quella della delega da parte degli Stati nazionali, con la complicità di politici foraggiati e di una stampa capace di far ingoiare la pillola amara ma indorata al popolo, di sempre maggiori quote di sovranità a club elitari, transnazionali e tecno-finanziari, del tutto incontrollati ed incontrollabili dai popoli.
In altri termini, quando si esce dall’ambito nazionale nulla ci assicura che ci muoveremo ancora in un assetto di democrazia e di connesso Welfare State. Come i fatti dimostrano ogni giorno. Forse è il caso che qualcuno lo faccia presente tanto alla Meloni, figlia del quartiere popolare della Garbatella, quanto alla Schlein, la ricca figlia di banchieri e figlioccia dello speculatore George Soros, emblema oggi, quest’ultima, di quale misera fine ha fatto la sinistra un tempo luogo della giustizia sociale.
Che al di fuori di un accordo politico tra gli Stati, per una coordinazione paritetica ma flessibile, soprattutto nei riguardi del cambio monetario, e non strutturale, sarebbe nata una costruzione non democratica lo aveva compreso il già citato Charles De Gaulle quando, contro i progetti tecnocratici di Jean Monnet, ammoniva del “pericolo sinarchico” con allusione all’opacità dei circoli finanziari e delle tecnocrazie che operavano allo scopo di realizzare l’attuale UE bancocratica. De Gaulle è rimasto inascoltato.
Ora i nodi stanno venendo al pettine. Questa UE impolitica e tecno-finanziaria si mostra in tutta la sua fragilità nello scenario geopolitico mondiale laddove, per contare qualcosa, necessita avere una forte e chiara identità spirituale e storico-culturale, che nessuna unione monetaria e bancaria può assicurare. Nell’ambito della geopolitica mentre hanno un peso le identità storiche e la forza della decisione politica non ne hanno, se non come strumenti subalterni alla politica, come è giusto che sia, l’economia e la finanza. Per questo le decisioni, in Ucraina come in Medio Oriente, sono oggi appannaggio della Russia, degli Stati Uniti di Trump ed anche della Cina. Perché si tratta di Stati, talvolta in forma federale, con una propria identità, capaci di decisione e quindi anche di co-decisione. La UE, invece, come detto, è un agglomerato tecnocratico, funzionale alla finanza cosmopolita, che si nutre dell’utopia “arcobaleno”, transgender, trans-green. Una utopia portatrice di acqua al mulino dei creatori e manipolatori apolidi ed internazionali del denaro, il cui obiettivo primo è quello di non avere ostacoli nella frenetica circolazione dei flussi finanziari speculativi. E che per questo spingono all’abbattimento di ogni limite e barriera nazionale. Molti idioti, soprattutto a sinistra, abboccano, come ha dimostrato la piazza romana del 15 marzo scorso.
Le classi dirigenti della UE hanno creduto a questa utopia mondialista e ora che iniziano a rendersi conto del vicolo cieco imboccato, pur di non ammettere il loro fallimento e lasciare il potere ad altri, si inventano il “Nemico” alle porte, riesumando per l’occasione la dicotomia “amico-nemico” sulla quale si basa il Politico come ha spiegato Carl Schmitt, il quale però era un filosofo della politica e disdegnava l’impoliticità della tecnocrazia cui, egli diceva, il liberalismo cede troppo facilmente per il suo vuoto normativismo.
Ursula von der Leyen, Kaja Kallas, Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz sono stati costretti ad inventarsi una emergenza inesistente, l’invasione russa dell’Europa, come già qualche anno fa si erano inventati quella pandemica e quella climatica, per convincere noi allocchi europei ad indebitarci a favore dei loro padroni banchieri e, ora, dell’industria degli armamenti. Solo un decennio fa, ai tempi della crisi dei debiti sovrani, lo stesso ceto dirigente UE ci diceva che “debito pubblico” era una brutta parola, una bestemmia, uno spreco di risorse. E giù a tagliare sanità, pensioni, istruzione e ricerca, welfare. “Non ci sono soldi” ci dicevano. “Vivete al di sopra delle vostre possibilità” plebaglia populista, incalzavano giornali e tv finanziate dagli hedge fund. Ora, all’improvviso, ecco apparire, come in una visione mistica, il “debito buono”. Mario Draghi, quello del Britannia, dixit! Contraddicendo, con piglio farisaico, tutto quanto aveva detto finora in materia economica. Un personaggio mai eletto che viene venerato come un Pizia nonostante sia stato ripetutamente smentito dai fatti – ma nessuno glielo ha mai rinfacciato – tanto a proposito degli pseudo-vaccini (“non ti vaccini, ti ammali, muori o fai morire” ma a morire, di morte improvvisa, sono oggi soltanto molti vaccinati) quanto a proposito del crollo repentino della Russia a seguito delle sanzioni occidentali (ma la Russia sta ancora là ed è la stessa i cui soldati la nostra stampa ci assicurava combattevano con i badili mentre ora ce la presenta come armata fino ai denti e pronta all’invasione).
La morale della UE è questa e nient’altro che questa, alla faccia di Michele Serra e degli utili idioti di Piazza del Popolo: allorché serve per salvare banche, industrie di armi o farmaceutiche, fondi di investimento e multinazionali i soldi si trovano sempre o, meglio, si creano ex nihilo. Perché, sì, il denaro, cartaceo o elettronico, viene creato dal nulla dalle banche, sia quelle centrali che quelle commerciali. Ma, senza controllo democratico, chi ne ha il potere non lo usa certo per il welfare. Il piano proposto da Ursula per mobilitare i risparmi dei cittadini europei, che già di per sé suona come un prelievo forzoso dai nostri conti correnti, sarà attuato attraverso l’accensione di linee di credito bancario a favore delle industrie di armamenti impegnate nel programma europeo. Quindi non attraverso un debito comune, che non piace alla solita Germania, se non in parte molto ristretta. Ciò che renderà possibile realizzare il ReArm europeo è il funzionamento del moderno sistema monetario. Esso non funziona affatto, come i più pensano, attraverso la preventiva raccolta dei depositi, cui seguirebbero i prestiti, ma mediante la creazione di “quasi-moneta” bancaria costituita dall’attività creditrice. In tal modo prima vengono i prestiti e poi si formano i depositi. Solo che, poi, qualcuno dovrà restituire quei prestiti gravati da interesse e, statene certi, non saranno le industrie di armamenti ma la UE o, meglio, gli Stati membri mediante l’aggravamento del peso fiscale o dei tagli alla spesa sociale. In quel momento, non prima, si realizzerà il prelievo dai nostri risparmi, l’esproprio del nostro denaro.
La sinistra “europoide” – chiamarla europeista sarebbe farle un onore che non merita affatto – dimentica quale sia il genere di solidarietà della UE. É quella che i greci hanno provato sulla loro pelle. L’unificazione monetario del cambio, ossia la moneta unica, aveva reso possibile, con lo scopo molto “nazionalista” di sostenere l’export francese e germanico, alle banche franco-tedesche di prestare soldi a gogò, quindi di accendere indebitamento privato e non pubblico, agli europei mediterranei, spagnoli, italiani, ellenici. Allorché arrivò la crisi americana dei sub prime nel 2008, per salvare le banche franco-tedesche la Ue ha pubblicizzato, mediante il Mes, le esposizioni degli istituti bancari di Parigi e Berlino, coprendone immediatamente i buchi di bilancio provocati dalla inesigibilità del debito privato dei cittadini euro-mediterranei. Salvo poi recuperare, attraverso la Troika (Ue, Fmi, Bce), le somme utilizzate per il salvataggio delle banche franco-tedesche dagli Stati dell’Europa del sud, costringendoli a tagli e austerità che nel caso della Grecia fu una vera e propria dissanguante cura da cavallo.
Ecco, questo è l’esito triste della modernità illuminista che era partita nel 1789 per emancipare l’uomo dalla Tradizione. Come diceva Ezra Pound “Quando cessarono i re, ricominciarono i banchieri”.
Luigi Copertino
NOTE
- Ecco un passaggio dell’editoriale di Mussolini: «É venuto il momento di dire, anche su queste colonne, che o si riesce a dare un’unità alla politica e alla vita europea, o l’asse della storia mondiale si sposterà definitivamente oltre Atlantico, e l’Europa non avrà che una parte secondaria nella storia umana. Ma l’unità della politica europea presuppone una fondamentale unità degli spiriti, che deve realizzarsi attraverso l’accettazione di poche, semplici ed umane verità, prima fra tutte questa: che i popoli europei devono smobilitare non solo materialmente, ma anche spiritualmente, e tendere a ricostruire, superando gli angusti nazionalismi che trovano modo di fossilizzarsi su tutti gli scogli, l’unità economica e morale della vita europea. Bisogna astrarre dalle nazioni, per salvare le nazioni. Bisogna considerare il continente».
- Z. Sternhell “Né destra né sinistra – la nascita dell’ideologia fascista”, Akropolis, Napoli, 1984.
- Qui Spinelli, Rossi e Colorni scrivevano – per ignoranza dei dati o per faziosità ideologica? – come se il fascismo non avesse già realizzato, soprattutto nei settori strategici, compreso il siderurgico, vaste nazionalizzazioni attraverso l’Iri di Alberto Beneduce, l’economista socialista chiamato da Mussolini, che ne aveva grande stima sin dal 1920, a salvare l’economia nazionale sul punto del tracollo a causa delle ripercussioni della crisi del 1929 e dell’intreccio banca-industria risalente all’Italia liberale. L’Italia fascista, con il suo circa 44% del capitale azionario, esistente all’epoca nel Paese, entrato in possesso dell’Iri, era in termini di nazionalizzazioni seconda in Europa soltanto all’Urss comunista.


