Note amare sul sulla Corte Penale Internazionale e il paese più democratico del Medio Oriente
Il giornalista Mario Sechi nell’incredibile (per le cose che si azzarda a dire) editoriale pubblicato da Libero dell’11 febbraio si erge a storico per collocare l’Italia dalla “parte giusta della Storia” e l’Onu e la Corte penale internazionale da quella sbagliata. Le Nazioni Unite per avere osato equiparare “il trattamento disumano subito dagli ostaggi ebrei nelle mani di Hamas con quella dei palestinesi detenuti da Israele”, così mettendo sullo stesso piano “una gang di criminali e uno Stato democratico”. La CPI per avere toccato, a poco più di vent’anni dalla fondazione (Roma 2002), “il punto di non ritorno quando ha usato il termine genocidio e ordinato l’arresto del premier israeliano Netanyahu e del ministro della difesa Gallant per crimini di guerra”. Conseguentemente l’Italia sarebbe invece dalla parte giusta della Storia per avere negato “all’Onu l’appoggio di un documento contro Donald Trump che ha sanzionato il tribunale dell’Aia”.
Fin troppo facile replicare al presunto storico Mario Sechi che, abbia o no visto, attraverso la foto scattata in occasione dello scambio con gli ostaggi israeliani, come, per limitarci ad un unico, documentatissimo caso fra i tanti, 14 mesi di detenzione (per altro senza accuse specifiche e senza processo) abbiano trasformato in un rudere umano l’insegnante palestinese Mohammad Khaleel al-Shaweehsh, avrebbe dovuto capire da sé che per quanto riguarda il rispetto della libertà e il trattamento dei prigionieri uno Stato che pretende di definirsi democratico ha obblighi molto maggiori di ”una gang di criminali”, sicché è tanto più colpevole se non li rispetta. Quanto alla CPI gli addebiti effettivamente meritati riguarderebbero caso mai, oltre certe sospette tempistiche nell’emissione dei mandati d’arresto (caso Almasri-Governo Meloni e successive indagini a carico di quest’ultimo), le diversità di trattamento degli accusati e, come accaduto proprio per il premier israeliano, i tempi troppo lunghi (brevissimi invece in altri casi, come accade per gli ex-potenti o per i nemici dell’Occidente) e le esitazioni, anche davanti a pressioni indebite, prima di pronunciare condanne pur meritatissime e inevitabili (oltre che per il diritto umanitario internazionale, per il comune senso di giustizia).
Certamente sarebbe augurabile che il problema della “parte giusta della Storia” (suppostane l’improbabile esistenza) venisse posto su basi e argomenti ben diversi da quelli usati da Mario Sechi. Tuttavia è vero che anche critiche così mal fondate e motivate acquistano un’ombra di plausibilità alla luce della crescente insofferenza a livello mondiale per il troppo spazio occupato, soprattutto dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, nel quadro dei rapporti internazionali da organizzazioni ed enti espressione, come appunto la CPI, del cosiddetto “multilateralismo sovranazionale”, ai quali si sono attribuiti compiti e funzioni un tempo riservati agli Stati. Nel mio precedente scritto “Tornare a Westfalia” ho già parlato, da un punto di vista in parte diverso, sia del multilateralismo sia di inattesi, fino a pochi anni fa, fenomeni di reazione, che, comunque già presenti sottotraccia e in espansione, sono divenuti più appariscenti con la nuova presidenza degli Stati Uniti. Gli ordini esecutivi di Donald Trump, che ha deliberato l’uscita degli States dall’OMS e, come ricordato da Sechi, addirittura sanzionato, colpendone membri, collaboratori e funzionari, la Corte Penale Internazionale, hanno suscitato indignati stupori, proteste e opposizioni, ma anche dato voce a una schiera di aspiranti imitatori.
Difficile fare previsioni e prendere posizioni decise in questa fase, che potrebbe essere, ma non ancora inevitabilmente e tanto meno irrevocabilmente, di transizione fra un vecchio ordine, se non per tutto l’orbe terraqueo, per l’intero Occidente. Resta il fatto, indubitabile, che sotto le ultime presidenze statunitensi (tanto democratiche che repubblicane, inclusa la prima “trumpiana”), che ne erano, pro domo sua, grandi sostenitrici, il multilateralismo non ha dato buona prova di sé. Altrettanto certo però che, a dispetto di chi, come l’autore di queste righe, auspica il ritorno a Westfalia, gli argomenti usati da Mario Sechi potrebbero riabilitarlo e farlo rimpiangere.
Francesco Mario Agnoli


























































































































































































































































































































