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LIMITAZIONI DI SOVRANITA’ E DEMOCRAZIA. Di Francesco Mario Agnoli

Il 2 giugno, nella parte finale del suo discorso in occasione della Festa della Repubblica il presidente Sergio Mattarella ha invitato gli italiani a dare il loro voto in occasione delle (allora) imminenti elezioni del Parlamento europeo, affermando che in questo modo ”consacreremo la sovranità dell’Unione Europea”. Un invito che non è piaciuto a tutti. In particolare Roberto Pecchioli nel suo articolo del 4 giugno “Stavolta sono d’accordo con Mattarella” (riportato da vari siti web), pur dandogli ragione su uno stato di fatto che tuttavia deplora, gli rammenta che a norma di Costituzione la sovranità dovrebbe appartenere al popolo italiano.

Una dozzina di giorni prima Giorgio Agamben nello scritto “Europa o l’impostura” (pubblicato il 20 maggio nel suo sito web “Una voce”) aveva esaminato la situazione dell’Unione Europea per declassarla al rango di un accordo (o, più esattamente, di un complesso di accordi) fra Stati, giuridicamente rilevante per il diritto internazionale, ma non per quello costituzionale. Tali, difatti erano sia l’originario Trattato di Roma (Agamben non ne fa menzione, ma sulla natura di questo non possono esistere dubbi) e tali anche il Trattato di Maastricht, entrato in vigore nel 1993, che ha dato alla UE la sua forma attuale e il Trattato di Lisbona del 2007, col quale si è cercato (malamente) di sostituire la Costituzione elaborata, più o meno alla chetichella, dai burocrati di Bruxelles e bocciata nel 2005 dai voti popolari di Francia e Olanda.

Evidente il contrasto con l’invito di Mattarella a consacrare col voto la sovranità europea dal momento che viene esclusa la possibilità di considerare l’Unione Europea, quale oggi è, come uno Stato o anche solo come un abbozzo di Stato, comunque come un ente titolare di una propria sovranità. Di qui la conclusione che, in assenza di una Costituzione e addirittura di un potere costituente, il cosiddetto Parlamento europeo non è un vero parlamento e non rappresenta il popolo europeo, per altro, in quanto tale, a sua volta inesistente.

Tanto nel discorso di Mattarella quanto nello scritto di Agamben è sotteso il problema del rapporto fra sovranità e democrazia. Certamente il presidente della Repubblica è perfettamente consapevole che, come c’insegna la Storia attraverso le vicende delle varie forme di Stato che si sono susseguite nel corso dei secoli, può esservi sovranità senza democrazia, tuttavia ritiene che almeno nel caso dell’Unione Europea (ma perché solo in quello?) l’esercizio della democrazia “consacri” la sovranità. L’opinione del filosofo è che senza sovranità sia impossibile la democrazia, sicché le elezioni europee, nonostante la loro forma democratica, non solo non possono consacrare nulla (difatti non vi è nulla da consacrare), ma nemmeno dare vita a un vero parlamento, cioè all’organo tipico della democrazia o, quanto meno, della democrazia rappresentativa. Opinioni certamente non coincidenti e che tuttavia riconoscono entrambe l’esistenza di un rapporto (sia pur con l’attribuzione di effetti diversi) fra sovranità e democrazia e comunque che la sovranità si trova a monte della democrazia sia che ne costituisca un indefettibile presupposto (Agamben) sia che, in aggiunta, trovi nella democrazia la sua definitiva consacrazione (Mattarella), forse addirittura, in altri termini la sua giustificazione, come se una sovranità non accompagnata dalla democrazia fosse un po’ (o anche molto) meno sacra.

La nostra Costituzione non si occupa del problema in questi termini, ma lo risolve molto semplicemente col fare del popolo l’unico legittimo titolare della sovranità, essenziale prerogativa o, meglio, elemento costitutivo di ogni Stato, così facendo della sovranità il fondamento della democrazia, perché non vi è democrazia possibile senza un popolo sovrano e non può esservi popolo sovrano se non esiste una sovranità di cui costituirlo titolare. Posto questo principio basilare, all’art. 11 “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Quindi “limitazioni”, non “trasferimenti” di sovranità, che continua ad appartenere al popolo nella sua totalità e integrità, ma, sul presupposto della reciprocità da parte degli altri Stati contraenti e alla inderogabile condizione che ciò avvenga all’esclusivo scopo di assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni, la rinuncia non alla sovranità, ma al suo concreto esercizio in alcuni settori di determinati campi, nei quali viene pattuito che debba liberamente (nei limiti e secondo le modalità previste) operare l’attività di enti e organismi internazionali (in quanto inevitabilmente coinvolgenti più Stati) o pre-esistenti o creati ad hoc, non necessariamente sovrani, anzi quasi mai sovrani.

Non è invece prevista in modo espresso nessuna limitazione all’esercizio della democrazia, che tuttavia è inevitabilmente messo rischio dalle ripercussioni comportate da ogni “intervento” (diciamo così) sulla sovranità. Anzi, mentre per quest’ultima è concepibile, soprattutto se le limitazioni sono limitate nel tempo e nello spazio, una potenziale sopravvivenza pur in mancanza del concreto esercizio, altrettanto non avviene per la democrazia, che, anche per chi non crede nella cosiddetta “democrazia procedurale” (per la quale il metodo fa il contenuto e la forma diventa sostanza), o viene esercitata con la produzione di un risultato quale che sia (indipendentemente cioè dalla sua corrispondenza a determinati valori), ma comunque giuridicamente, o quanto meno socialmente, rilevante, oppure non è.

Scendendo, quindi, dalla teoria al concreto è inevitabile rilevare che, all’attualità, tali e tante sono le limitazioni all’esercizio della sovranità accettate dagli Stati, in particolare da quelli europei e, forse ancor più, dall’Italia, da legittimare la domanda quanto (in apparenza poco) rimanga allo Stato in tema di esercizio della sovranità. Basti pensare ai limiti derivanti dall’adesione all’Unione Europea e alla Banca Centrale Europea, alla Nato – che conta ben 140 basi nel nostro paese – all’organizzazione Mondiale del Commercio e a quella della Sanità. Una situazione che legittima l’ulteriore domanda se, al di là della sua teorica sopravvivenza, non ne sia concretamente minacciata l’effettiva appartenenza allo Stato di una sovranità che vede sempre più ridursi i campi nei quali può esplicarsi liberamente cioè senza essere condizionata, in totale contraddizione con la propria natura, da decisioni o comportamenti altrui.

In base a quanto si è detto, tale dubbio si ripropone ingigantito, addirittura a risposta negativa scontata, per la democrazia. Si è prima accennato alla democrazia procedurale, ma anche per questa controversa creatura la forma democratica utilizzata nell’elezione del Parlamento europeo (per attenersi ad un esempio già proposto) non salva la sostanza, se non trasmette (come non trasmette dal momento che l’Europa non ne è titolare) ai parlamentari europei l’esercizio della sovranità in rappresentanza dei propri elettori.

I cittadini italiani (ed europei) non hanno forse piena consapevolezza del fatto che le crescenti limitazioni alla sovranità statale a favore di enti internazionali comportano l’esproprio della democrazia, ma hanno comunque la percezione che qualcosa non funziona a proposito della sovranità di cui sarebbero titolari e della espressione del voto nelle consultazioni elettorali, che di conseguenza sempre più privano della loro partecipazione.

Francesco Mario Agnoli

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