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IL MONDO DIETRO DI TE. SU NETFLIX IL MANIFESTO APOCALITTICO SECONDO I CONIUGI OBAMA. Di Valerio Savioli

Il mondo dietro di te è il film del momento, la pellicola, disponibile su Netflix, vanta un cast d’eccezione tra cui si annoverano la rediviva Julia Roberts e gli inossidabili Ethan Hawke, Kevin Bacon e Mahershala Ali.

Spuntano come funghi le recensioni accattivanti e, al pari dei miceti, queste compaiono puntualmente presso i soliti rotocalchi patinati, già assoldati propagatori di quelle visioni del mondo totalmente allineate ai precetti politicamente corretti. Si tratta però di funghi notoriamente avvelenati, la cui tossina è intenzionalmente letale nel lungo periodo, imparare a riconoscerli è quindi fondamentale, sebbene, la capacità mimetica, o ingannatoria, risulta essere abilmente raffinata da decenni di spregiudicato utilizzo nei confronti di un pubblico (target) che, alla stregua di un recettore passivo, ha sempre meno capacità di discernimento.

Le righe che seguono contengono possibili interpretazioni e dettagli rilevanti della pellicola che svelano il corso dell’intero film.

I tasselli di un puzzle a stelle e strisce

Per cominciare, risulta interessante esporre brevemente alcuni fattori determinanti presenti alla radice di un film drammatico che può prestare il fianco all’accusa, spesso proveniente dai cosiddetti ambienti complottisti, di programmazione predittiva, al pari di altre note produzioni cinematografiche come Contagion, ad esempio, ed è sempre più lecito domandarsi quanto sia sottile la linea tra predittività e distopia.

Il titolo italiano, Il mondo dietro di te, è diverso dall’originale Leave the World Behind, quest’ultimo suona quasi come un invito a lasciarci alle spalle il mondo che conosciamo. Ad aver prodotto il thriller apocalittico è la High Ground Production, casa di produzione di proprietà dell’ex presidente e premio Nobel per-la-pace-a-prescindere Barak Obama e consorte Michelle. Alla regia troviamo Sam Esmail, già noto per la serie televisiva Homecoming. Il Mondo dietro di te è basato sul romanzo omonimo del 2020 di Rumaan Alam, romanziere gay originario del Bangladesh, il quale, col suo compagno, ha adottato due bambini di colore.

La presenza della prospettiva di Barak Obama

Il regista è stato intervistato da Vanity Fair[1] dove, per l’occasione, in un pezzo vergato dal giornalista Anthony Breznican, ha concesso interessanti dichiarazioni relative al ruolo dell’ex presidente americano, che già aveva segnalato il romanzo nella lista delle sue letture preferite del 2021, nella produzione del film: “Nelle bozze originali della sceneggiatura, avevo decisamente spinto le cose molto più in là di quanto non fossero nel film, e il presidente Obama, con la sua esperienza, è stato in grado di guidarmi un po’ su come le cose potrebbero svolgersi nella realtà. Sto scrivendo quello che penso sia finzione, per la maggior parte, sto cercando di mantenerlo il più fedele possibile alla vita, ma sto esagerando e drammatizzando. E sentire un ex presidente dire che sarei fuori strada solo per alcuni dettagli… pensavo di sbagliare di molto! Il fatto che lo abbia detto mi ha spaventato a morte. […] Aveva molti appunti sui personaggi e sull’empatia che avremmo avuto per loro. Devo dire che è un grande amante del cinema e non si limitava a dare appunti su cose che provenivano dal suo retroterra personale. Stava dando appunti come fan del libro e voleva vedere un film davvero bello.”

Allora è impossibile non domandarsi quale tipo di messaggio voglia lasciare questo film e la risposta arriva direttamente da Esmail: “Non è davvero un film con un messaggio, è più una riflessione su dove siamo come società. Ma se c’è un messaggio, è un avvertimento”.

D’altronde è lo stesso Breznican, firma esperta di cinematografia hollywoodiana, che nel suo articolo si autocompiace della cosa: “Il regista ha avuto essenzialmente accesso a uno degli esperti più esperti al mondo nella gestione di una crisi.”

Ed è attraverso questa specifica lente che cercheremo di analizzare Il mondo dietro di te.

Trama e significato

Il film appartiene a quelle categorie apocalittiche o post-apocalittiche, tipologia sempre molto in voga in quel di Hollywood e quindi in tutto l’occidente, il cui riscontro di pubblico è sempre garantito; tutto ruota intorno al graduale collasso della società statunitense visto dalla prospettiva di due famiglie che si ritroveranno, per causa di forza maggiore, ad affrontare una minaccia tanto inquietante quanto, intenzionalmente, mai del tutto chiara nelle dinamiche che la causano. La visione del film pone quindi intenzionalmente lo spettatore, in un costante crescendo di una paura che si alimenta dell’ignoto e dell’incerto, in una posizione di desolante angoscia, offrendo al tempo stesso una serie di messaggi dal contenuto prettamente politico. Gli elementi da cogliere sono presenti sin dall’inizio: la stessa sigla del film mostra una successione di bandiere statunitensi e statue della libertà capovolte, come a segnalare la caduta stessa della nazione americana.

Il cast

Julia Roberts ed Ethan Hawke recitano nel ruolo di una coppia (Amanda e Clay Sanford) della middle class di Brooklyn, lui professore e lei impiegata nel mondo della pubblicità, in procinto di passare un fine settimana fuori porta con i giovani figli al seguito (l’adolescente Archie e la tredicenne Rose).

Le personalità dei protagonisti vengono immediatamente delineate così nitidamente che anche il più distratto degli spettatori potrebbe coglierlo: nella camera dalle pareti blu di Brooklyn, Amanda, ritta su due piedi, attende che il marito si svegli per comunicargli che, per sua decisione, tutta la famiglia si prenderà un bel fine settimana fuori porta in una casa di lusso affittata nei pressi della rinomata Long Island. Clay, ancora intontito dal risveglio, nonostante fuori il sole sia già alto, non può far altro che prendere atto della decisione della moglie che, soddisfatta nella sua misantropia, guardando fuori dalla finestra dice: “I fucking hate people” – “odio fottutamente le persone”.

Nel tragitto in auto verso Long Island cominciano a delinearsi i tratti salienti dei componenti della famiglia Sanford: alla guida di un SUV – e lo è alla stregua di un semplice orpello, come vedremo più avanti – troviamo Clay, la cui impalpabilità dal punto di vista genitoriale e un look forzatamente giovanilistico fatto di t-shirt e pantaloncini corti sono i tratti più marcati della sua personalità. Durante la prima parte del film Clay indossa una maglietta dei Bikini Kill, un gruppo punk rock femminista che pare abbia aperto la strada a Riot Grrrl, movimento anti-patriarcato, anarchismo ed emancipazione femminile: “Tutte le ragazze avanti! All girls to the front! I’m not kidding. All girls to the front! All boys be cool, for once in your life. Go back. Back. Back. Con queste parole Kathleen Hanna – leader del gruppo punk Bikini Kill, figura simbolo del femminismo anni Novanta all’inizio dei concerti della sua band invitava le giovani spettatrici a farsi coraggio e ad andare sotto il palco per partecipare più attivamente[2]”.

Al suo fianco, e solo per puro caso relegata al posto del passeggero, troviamo Amanda, capace di assumere a sé il ruolo di autorità isterica, seduti dietro il risultato del prodotto in carne ed ossa dell’unione di un uomo pressoché inutile e una donna misantropa e nevrotica: due figli assorti dai dispositivi elettronici, in particolare la piccola Rose la cui passione per la nota serie televisiva Friends risulta essere per lei essenziale.

I primi segnali di quello che sarà poi il crollo del sistema, emergono quando l’IPad di Rose smette di funzionare privando la tredicenne della puntata conclusiva della celebre serie televisiva, intitolata The Last One, generando una frustrazione, apparentemente spropositata e grottesca, nella tredicenne che accompagnerà lo spettatore fino alla fine.

Gran parte del film è ambientato nel contesto della lussuosa villa presa in affitto dalla famiglia Sanford, la quale, però, subito dopo l’arrivo a destinazione si dirige in spiaggia con l’intento di trascorrere una giornata spensierata al mare. Se i primi secondi delle riprese indugiano sui rifiuti lasciati sulla battigia, l’attenzione viene poi spostata su una grande imbarcazione, nello specifico una petroliera, con la prua diretta proprio verso la spiaggia. A notare l’inquietante incedere della nave è Rose, mentre il resto della famiglia, distratto, sembra non farci più di tanto caso fin quando la stessa petroliera non sarà letteralmente a pochi metri dalla riva, solo in quel momento e grazie a Rose e Amanda nello specifico che sveglieranno i maschi della famiglia dal torpore, si daranno alla fuga.

America, te lo meriti!

È interessante notare come questo episodio rimanga sullo sfondo dell’intera narrazione anche da parte della stessa famiglia Sanford, alla quale sarà sufficiente una generica affermazione strappata a un poliziotto “se ne sono arenate diverse, è colpa del sistema di navigazione”. Solo qualche istante più tardi, una volta giunti a casa, Amanda proverà a cercare di reperire informazioni sull’accaduto ma ormai tutti i dispositivi elettronici non funzionano, i ragazzini sembra se ne siano già dimenticati e Clay sarà impegnato a cucinare.

In questa occasione è possibile rintracciare uno dei tanti possibili messaggi subliminali del film celati in una serie di curiose coincidenze. Quello che a prima vista potrebbe essere letto come un rimando ecologico (la somma della petroliera alla deriva e del sistema di navigazione in tilt rimanda al tema degli idrocarburi e a quello della dipendenza dalla tecnologia) cela ben altro: il White Lion è infatti nota per essere stata una delle più celebri navi corsare inglesi la quale fu una delle prime imbarcazioni a portare nel Nuovo Mondo i primi africani della Virginia del 1619, ai tempi colonia inglese[3]. L’evento è considerato come l’inizio della schiavitù africana della storia americana. Proprio in merito all’episodio storico del 1619, va segnalato il 1619 Project[4], un’iniziativa che vorrebbe far risalire proprio a questa data la storia degli USA, legandola all’influsso determinante dei neri.

L’atteggiamento di apparente noncuranza della famiglia Sanford può essere letto come accusa nei confronti dei bianchi, i quali, per un certo tipo di narrazione molto in voga attualmente in USA, oltre a essere i portatori sani di una serie di ingiustizie storiche razziali, rimangono incuranti nonostante l’onta dal quale dovrebbero purificarsi attraverso un processo di pubblica autocolpevolizzazione.

Il meccanismo, in essere dagli anni Sessanta nelle accademie statunitensi e in tutto il circuito mainstream a stelle e strisce, è noto: una serie di controversi episodi storici vengono utilizzati come innesco per infiammare la miccia delle tensioni sociali e razziali in seno alla già frammentatissima America; l’utilizzo, in parte distorto, della storia diventa efficace strumento nelle mani di coloro che detengono le leve del potere tramite un’efficace fusione collaborativa tra enti culturali, comunicativi e finanziari.

Tra quattro mura e tre fasi

La narrazione si sposta ora entro il lussuoso perimetro della villa presa in affitto, dove con il progredire malfunzionamento dei dispositivi elettronici aumenta anche la sensazione claustrofobica di cabin fever. Il dipanarsi degli eventi farà infatti giocare un ruolo chiave all’abitazione stessa, la quale stimolerà nello spettatore una sensazione di isolamento e angoscia dovuti dalla crescente tensione scaturita da eventi sempre più inquietanti.

In procinto di andare a riposare, i coniugi Sanford vengono sorpresi da qualcuno che bussa alla porta d’ingresso, dopo attimi di preoccupazione, Clay troverà il coraggio e aprendo il portone si troverà di fronte un elegante uomo di colore, George Scott (G.H.), in compagnia della giovane figlia Ruth.

I due si presentano come proprietari dell’abitazione che, impossibilitati di raggiungere la casa di Manhattan a causa dell’avaria dell’ascensore che precluderebbe a G.H., fresco da un concerto della Bronx Philarmonic (di cui è anche membro), ma infortunato al ginocchio, di salire le numerose rampe di scale verso la sua abitazione, chiedono ospitalità ai Sanford offrendo un parziale rimborso in contanti.

In quest’occasione entra letteralmente in scena – è il caso di dirlo – la capacità della regia di depositare un’ulteriore serie di messaggi e di far percepire allo spettatore una strana sensazione di tensione e disagio: non è infatti chiaro se l’agitazione latente, soprattutto percepibile in Amanda che causa il disappunto di Ruth, sia dovuta alla sua dichiarata misantropia o a una malcelata inquietudine di matrice razziale. L’abilità della recitazione e della regia che contrappongono un G.H. molto ben disposto all’antipatica rigidità di Amanda, unite al già menzionato tamtam generale di colpevolizzazione, fa il resto.

È la cifra del presente e non c’è veramente bisogno di aggiungere altro, quanto già prodotto dal pensiero unico dominante è sufficiente.

Sarà Clay, tra i componenti della coppia, quello più propenso a far entrare in casa gli sconosciuti, nonostante la ritrosia di Amanda. D’altronde Clay che, per chi non l’avesse notato, significa “argilla” è, come detto, un orpello e come l’argilla è perfettamente malleabile dagli eventi e dalle persone che incontra nel suo percorso, egli sembra infatti far entrare in casa i due sconosciuti, dando a questi la possibilità di dormire sotto lo stesso tetto, a due passi dai suoi figli, non perché lo voglia ma perché non sappia opporsi.

G.H. e Ruth si accomoderanno nel piano interrato della casa, come a voler dimostrare che, anche laddove questi dispongano dei diritti legittimi (in questo caso di proprietà) si ritroveranno inesorabilmente in una condizione asimmetrica rispetto all’oppressore.

Nel dipanarsi degli eventi l’isolamento entro le mura domestiche si rivelerà essere il primo degli step che articoleranno, in un costante crescendo di tensione, il susseguirsi dei fatti il cui apice corrisponderebbe alla materializzazione del sovvertimento statale, nell’ordine: isolare le persone, creare il caos, concretizzare il colpo di Stato, come verrà poi confermato in seguito dalle rivelazioni di G.H.

Gli avvenimenti cominciano a susseguirsi con una certa intensità: G.H. andrà in visita dai vicini senza però trovare nessuno in casa ma vedendo coi suoi occhi quel che rimane di un aereo appena schiantato e un altro che per poco, in piena picchiata, non lo polverizza.

Nel frattempo, Clay prova a dirigersi verso il piccolo centro cittadino per reperire informazioni. Lungo il tragitto dà, ancora una volta, dimostrazione di quanto patetico possa essere un uomo in queste residuali condizioni: Clay è infatti in piena crisi di orientamento, vista l’assenza del funzionamento del GPS; sulla strada verso la sua destinazione intravede una donna, accostandosi si rende conto di non poter comunicare con questa per la differenza linguistica che intercorre tra i due (la donna è ispano) e, nonostante l’evidente stato di necessità della donna, Clay decide letteralmente di fuggire e abbandonarla al suo destino, tornando verso casa mentre un drone misterioso faceva precipitare dal cielo migliaia di volantini rossi.

In occasione della breve scampagnata, Clay sintonizza la radio sulla frequenza 1619 (si veda poco sopra), dalla radio una voce parla di cyberattacco: “le conseguenze di un attacco informatico in corso e di un catastrofico disastro ambientale nel Sud che incidono sui modelli di migrazione degli animali.”

Presso la residenza degli Scott, Rose nota degli strani comportamenti da parte di alcuni cervi che, apparentemente senza nessun tipo di timore, dai boschi circostanti, si avvicinano alla piscina dell’abitazione con fare minaccioso. Incuriosita da questo comportamento, in compagnia del fratello maggiore, il quale, in assenza del supporto pornografico non riesce nemmeno a procurarsi piacere dalle foto scattate a tradimento a bordo piscina a Ruth, si inoltrerà nei boschi. Questa sarà l’occasione in cui farà la comparsa un ulteriore evento minaccioso: un acutissimo fischio, della durata di qualche secondo, capace di incrinare le vetrate della casa e provocare dolore insopportabile negli esseri umani.

Il sibilo farà la sua comparsa anche in seguito ma questo fenomeno resterà senza spiegazione definitiva, se non un breve accenno da parte di un personaggio che incontreremo in seguito.

In un crescendo di tensione e incertezza la famiglia Sanford, dopo aver tentato, senza successo, di decifrare le scritte in arabo[5] presenti nel volantino raccolto da Clay, congedandosi dagli Scott, per la soddisfazione di Ruth, proverà a raggiungere la sorella di Amanda in New Jersey ma il tentativo sarà fallimentare: dopo pochi chilometri i Sanford si troveranno di fronte a un enorme ingorgo di auto elettriche Tesla che, senza guidatore, quasi impazzite nella loro autonomia tecnologica/artificiale, e attirate da un misterioso polo di attrazione si scontrano a tutta velocità fino a formare uno sconfinato ingorgo metallico. Solo la provvidenziale presa d’atto di Amanda – a Clay viene tolta anche l’ultima sua funzione, quella di guidatore orpello – salverà la famiglia, la quale si vedrà obbligata a fare ritorno alla casa di G.H, dall’essere stritolati in un tamponamento a catena apparentemente senza fine. Un’ulteriore occasione per ribadire l’inutilità del padre bianco soppiantato dall’autoritaria Amanda e, probabilmente, di pizzicare il patron di Tesla Elon Musk, personaggio non propriamente amato dagli Obamas.

“Non mi fido dei bianchi”

In mezzo a tutto questo caos in cui la nazione è sotto attacco, la questione razziale torna nuovamente a far capolino materializzandosi nel dialogo notturno tra G.H. e la figlia Ruth:

Ruth: “Siamo solo noi adesso, non è vero?”

George: “Cosa intendi con questo?”

Ruth: “Quello che voglio dire è che se succede qualcosa, ti fidi di queste persone che sono a casa nostra? Sappiamo già della freddezza della moglie, quel ragazzo mi stava facendo delle foto di nascosto a bordo piscina, quella ragazzina continua a fissare il bosco come Donnie Darko, e sono abbastanza sicura che il marito voglia scoparmi.”

George: “Come fai a saperlo?”

Ruth: “Non sta chiedendo di fare nulla. Non è quel tipo, ma voleva farlo? Assolutamente fottutamente. Il punto rimane: non mi fido di loro.”

E ancora Ruth: “Ti chiedo di tener presente che, se il mondo va in pezzi, la fiducia non dovrebbe essere concessa facilmente a nessuno, soprattutto ai bianchi. Anche la mamma sarebbe d’accordo su questo.” E anche l’ex presidente Obama e gentile consorte, a quanto pare.

Inoltre, restando sul tema della latente tensione razziale, vi è un ulteriore dettaglio interessante posto sullo sfondo di questo dialogo notturno: sopra la testata del letto dello scantinato è affisso il poster United States of Attica del 1971 a opera dell’attivista e pittrice Faith Ringgold. Il poster incornicia una mappa degli USA a colori (verde, rosso e nero) in cui sono segnalate tutte le rivolte degli indigeni e degli immigrati a partire dal 1700.

America (s)profonda

Col susseguirsi del tempo la figura di G.H. si fa sempre più misteriosa quando questo confessa a Clay alcune sue esperienze lavorative nel campo dell’alta finanza che lo avevano recentemente portato ad interagire con quelle figure la cui potenza li aveva messi nelle condizioni di anticipare il tracollo che avrebbero dovuto affrontare da lì a breve.

Tornano quindi al centro della scena i figli della famiglia Sanford: Archie è febbricitante, tossisce sangue e comincia addirittura a perdere i denti, mentre Rose è apparentemente scomparsa, i due genitori dividono i loro sforzi: Amanda, in compagnia di Ruth, si metterà sulle tracce di Rose, mentre Clay e G.H. si dirigeranno a chiedere aiuto a DannyDanny, impersonato da Kevin Bacon, lo si intravede a inizio film, nello specifico quando Amanda si dirige a fare la spesa per il fine settimana, Danny sembra essere intento a caricare un’importante spesa sul suo pick-up.

Qui entrano in gioco altri fattori di lettura interessanti: Danny incarna perfettamente il destrorso riottoso, il prepper complottista presumibilmente armato fino ai denti e libertario, lo zoticone, il deplorable di clintoniana memoria, subito pronto a rivendicare con decisione il perimetro della sua sacra libertà, cosa che infatti reclama immediatamente non appena i due suonano alla sua porta.

“Sono un uomo inutile”

Danny rimarca, imbracciando un fucile a pompa, i nuovi equilibri venutesi a formare, in quel contesto ora è lui a giocare un ruolo di prevalenza sociale. A nulla varranno i tentativi di G.H., inizialmente civili, appellandosi all’amicizia che intercorreva tra i due e poi decisamente più agressivi, sfoderando minaccioso un revolver e acuendo, se possibile, ancora di più la tensione del momento. E qui entra in gioco Clay, in versione padre disperato per le condizioni di salute del figlio, che mettendosi sulla potenziale linea di fuoco esordisce pateticamente con l’ammissione della sua condizione: “I have no idea what I’m supposed to do right now. I can barely do anything without my cellphone and my GPS. I’m a useless man.”, “Non ho idea di cosa dovrei fare in questo momento. Riesco a malapena a fare qualsiasi cosa senza il cellulare e il GPS. Sono un uomo inutile.”, offrendo implorante a Danny i mille dollari ricevuti da G.H. che però, come sostiene lo stesso prepper, in quel mondo i soldi (o i dollari?) non hanno più valore ma nel momento in cui più si teme il peggio, Clay riesce a farsi dare gli antibiotici da Danny ed è proprio quest’ultimo a teorizzare una connessione tra la malattia di Archie e la teoria denominata Havana syndrome, ovviamente tacciata di complottismo, dell’uso di armi a onde sonore o psico-elettriche, da parte degli USA, a Cuba.

Come leggere questo atteggiamento di Clay, palesemente in controtendenza rispetto alla codarda e assertiva malleabilità dimostrata fino a quel momento? Un atto di coraggio e riscatto? Un sussulto di dignità? Niente di tutto questo se si tiene presente la sottesa tensione razziale a cui abbiamo già fatto riferimento. L’intesa tra Clay è Danny va letta nella ri-tribalizzazione etnica, un’intesa atavica che riprende forma nella complicità tra chi si riconosce fra simili. G.H. si aspettava che Danny, sua vecchia conoscenza, fosse pronto ad aiutarlo ma l’intesa si è invece materializzata tra due perfetti sconosciuti, la cui solidarietà trova la sua ragion d’essere nell’etnicità condivisa. Nell’ormai collassata società americana gli antichi legami di sangue sono duri a morire, tanto quanto la cosiddetta white supremacy.

Quando George e Clay salgono in macchina, G.H. ha bisogno di essere rassicurato: “Prima di andare, devo sapere che siamo sullo stesso piano. Non importa quanto lontano si spinga questa cosa, ho bisogno di sapere che tra noi è tutto a posto, perché quello che è appena successo qui sta succedendo ovunque.”

Nel frattempo, Amanda, al seguito di Ruth, è alla ricerca della figlioletta, ma la scomparsa di Rose non è propriamente al vertice delle priorità: durante la perlustrazione del bosco circostante le due trovano infatti l’occasione di stemperare la tensione in atto tra loro ma non prima di aver pontificato su quanto l’essere umano sia dannatamente malato: “Mandiamo a puttane ogni essere vivente su questo pianeta e pensiamo che andrà tutto bene perché usiamo cannucce di carta e ordiniamo pollo ruspante. E la cosa brutta è che penso che nel profondo sappiamo che non stiamo prendendo in giro nessuno. Penso che sappiamo che stiamo vivendo una bugia. Un’illusione di massa concordata per aiutarci a ignorare e continuare a ignorare quanto siamo davvero orribili”.

Le difficoltà relazionali delle due donne vengono quindi superate grazie al coalizzarsi di entrambe contro una mandria di cervi, le cui intenzioni nei confronti dell’uomo si fanno sempre più minacciose.

Di primo acchito si potrebbe pensare a un mondo che, trovatosi prima spaesato dall’improvvisa mancanza di ogni supporto tecnologico e poi terrorizzato da una minaccia presumibilmente allogena, ipotesi sostenibile se si fa riferimento al volantino raccolto da Clay, si veda costretto a fronteggiare quella natura del cui vituperio ora dovrà fare i conti. Una lettura possibile, d’altronde, ci sono altri richiami: la plastica abbandonata in spiaggia, la petroliera senza controllo etc. Una cosa pare essere certa: l’uomo americano è portatore di una serie di peccati da espiare. Alcune teorie associano il cervo alla white supremacy che può essere affrontata, e sconfitta, solo dall’unione e dalla solidarietà tra diverse etnie. Una teoria forse un po’ forzata ma comunque suggestiva, visto il fil rouge carsico della pellicola.

Il film si chiude con Rose che, dopo aver raggiunto la casa dei Thorne. Dopo aver compulsato voracemente nel cibo spazzatura, scopre che la residenza nasconde un vero e proprio bunker al suo interno, cosa ormai di gran tendenza tra gli happy few di questa meravigliosa contemporaneità. Sullo sfondo si possono udire, in lontananza, le urla della madre, ma Rose pare essere attratta da altro. Varcato il solido portone d’ingresso e accese le luci del rifugio, agli occhi di Rose si svela un riparo antiatomico corredato da tutto il necessario immaginabile per garantire la sopravvivenza a un intero nucleo famigliare. Sullo schermo di un computer compaiono alcune informazioni: le radiazioni stanno aumentando in alcune città – poco prima, Amanda e Rose, da un affaccio panoramico del bosco, intravedono una grande esplosione deflagrare nel cuore della città – sembra che delle truppe militari stiano circondando la Casa Bianca, è il terzo step, il colpo di Stato è in corso.

L’attenzione di Rose è tutta per una grande vetrina contenente decine e decine di DVD tra cui… la serie televisiva Friends, lo show che la stessa Rose aveva descritto come “nostalgia di un mondo che non è mai esistito”.

Ora ha tutto il tempo per gustarsi l’agognato ultimo episodio e lasciarsi il mondo dietro di sé.

In conclusione

Guardare Il mondo dietro di te non è intrattenimento ma qualcos’altro. La trama non è particolarmente avvincente, la recitazione è quella che ci si può aspettare dal blasone degli attori ma, nello specifico, non è questa a lasciare il segno.

Se una serie di simboli e richiami, a cui abbiamo fatto cenno, sono indirizzati a stimolare il senso di colpa dello spettatore occidentale, l’ingombrante presenza dei coniugi Obama contribuisce ad assottigliare ancora di più quella famosa linea che divide la filmografia distopica dai film predittivi.

Un piatto succulento per tutti i complottisti… a patto che abbiano ancora i denti!

Valerio Savioli

 

[1] https://www.vanityfair.com/hollywood/2023/09/leave-the-world-behind-movie-first-look

[2] https://thevision.com/intrattenimento/riot-grrrl/

[3] https://encyclopediavirginia.org/entries/africans-virginias-first/

[4] https://www.nytimes.com/interactive/2019/08/14/magazine/1619-america-slavery.html

[5] Secondo un articolo a firma di Pietro Ferraro sembra che la traduzione del volantino sia: “Vi chiediamo di prestare immediata attenzione a ciò che diciamo in questa pubblicazione. Abbiamo gli esplosivi più pericolosi e distruttivi della storia e lasciamo a voi questo fatto orribile da contemplare e sottolineare la validità di ciò che viene detto. Lo stiamo usando sulla vostra terra e devono essere presi provvedimenti per fermare la resistenza costruita per la resa pacifica della vostra terra.”

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