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LA “FRODE MULTIMILIARDIARIA” DEL PENTAGONO. A cura di Valerio Savioli*

Qualche mese fa, per un articolo destinato al quotidiano, Primato Nazionale[1], avevamo tratteggiato alcuni inquietanti, e parzialmente notori, aspetti controversi che intercorrono tra industria degli armamenti americani e interessi economici:

“Che la guerra – e i suoi risvolti geopolitici – siano intrinsecamente legati agli interessi economici non lo si scopre certo oggi. La questione è nota anche in quei lidi che non intendono relegare la stessa guerra solo ed esclusivamente entro un perimetro meramente materiale. Celebre il discorso di commiato di Dwight Eisenhower, in cui l’allora presidente Usa, in uscita, denunciò i potenziali pericoli del comparto militare industriale. Ora, il conflitto deflagrato nel cuore dell’Europa riporta al centro del dibattito la questione dei grandi interessi economici e il delicato ma decisivo ruolo delle grandi corporate degli armamenti e a parlarne sono Newsweek e la trasmissione “60 Minutes” della CBS. La guerra in corso è stata paragonata, da inviati di lunga data come Fausto Biloslavo, ai terribili scontri delle due guerre mondiali. Più volte in questi mesi il direttore di Analisi e Difesa e volto noto di TgCom, Gianandrea Gaiani, ha sottolineato quanto le riserve di armamenti e munizionamenti occidentali si stiano rimpicciolendo sempre più e quanto questo assottigliamento stia mettendo a repentaglio la cosiddetta readiness, ossia la prontezza e la capacità di risposta militare (non solo difensiva) delle rispettive nazioni. La rigida legge di mercato, come ci viene costantemente ripetuto, corrisponde all’aumento (vertiginoso) della domanda un aumento, altrettanto vertiginoso, dei prezzi. Insomma, oltre al celebre profumo del napalm, al mattino, nell’aria si percepiscono anche gli affari d’oro delle industrie degli armamenti. Negli Usa, con quel curioso e cinico tempismo da campagna elettorale, si sta cominciando a parlare di price gauging, ossia di una vera e propria truffa dei prezzi che si avvera quando i rivenditori – in questo caso i produttori di armi – si approfittano dei picchi di domanda addebitando prezzi esorbitanti all’acquirente, in questo caso lo Stato centrale americano. Una pratica che usando un eufemismo potremmo definire border line, visto che questa, sulla carta (straccia), viene considerata illegale in buona parte degli stati americani.”

Ad oggi gli USA avrebbero versato più di cento[2] miliardi di dollari per il conflitto in Ucraina deflagrato nel febbraio 2022.  John Kleeves rimane un idoneo punto di riferimento per offrire uno spunto di riflessione efficace: nel suo Vecchi Trucchi, paragonava gli Stati Uniti a una ciclopica multinazionale con al suo servizio l’esercito più potente al mondo.

Di seguito l’articolo di Scott Rider, già ufficiale dell’intelligence del Corpo dei Marines USA, per “The Burning Platform”.

Valerio Savioli

 

Perché il Pentagono è una frode multimiliardaria

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha fallito il suo sesto audit annuale consecutivo, ma il denaro dei contribuenti continuerà a finire in quel canale

Recentemente, il Pentagono ha ammesso di non poter rendere conto di trilioni di dollari di denaro dei contribuenti statunitensi, avendo fallito[3] un massiccio audit[4] annuale per il sesto anno consecutivo.

Il processo consisteva in 29 sotto-audit dei vari servizi del Dipartimento della Difesa, e quest’anno ne sono stati superati solo sette – nessun miglioramento rispetto all’ultimo. Questi audit hanno avuto inizio solo nel 2017, il che significa che il Pentagono non ne ha mai superato uno con successo.

Il fallimento di quest’anno ha fatto notizia, è stato commentato brevemente dai media mainstream, e poi altrettanto velocemente dimenticato da una società americana abituata a riversare denaro nel buco nero della spesa per la difesa.

Gli audit, tuttavia, sono un trucco da contabile, una serie di numeri su un registro che, per la persona media, non corrispondono alla realtà. Gli americani si sono abituati a vedere grandi numeri quando si tratta di spesa per la difesa e, di conseguenza, anche noi ci aspettiamo grandi cose dai nostri militari. Ma il fatto è che l’establishment della difesa statunitense somiglia sempre più fisicamente ai numeri sui libri mastri che i contabili hanno cercato di far quadrare – semplicemente i conti non tornano.

Nonostante abbia speso circa 2,3 trilioni di dollari per una disavventura militare ventennale in Afghanistan, il popolo americano ha assistito in diretta televisiva all’ignominiosa ritirata da quella nazione nell’agosto 2021. Allo stesso modo, un investimento di 758 miliardi di dollari nell’invasione del 2003 e nella successiva occupazione decennale dell’Iraq è andato letteralmente in fumo quando gli Stati Uniti sono stati costretti a ritirarsi nel 2011 – per poi tornare nel 2014 per un altro decennio di caccia all’Isis, di per sé una manifestazione dei fallimenti dell’impresa irachena originaria. Nel complesso, gli Stati Uniti hanno speso più di 1,8 trilioni di dollari per il loro incubo ventennale in Iraq e Siria.

Questi numeri sono incredibilmente grandi, così grandi da diventare privi di significato per la persona media. L’impresa di difesa degli Stati Uniti è così massiccia che è letteralmente una missione impossibile parlare di pareggio dei conti. Il popolo americano potrebbe essere disposto a scrollarsi di dosso uno o due errori contabili. Ma il bilancio della difesa equivale alla potenza militare americana e alla percezione del valore nazionale che si traduce in nozioni di eccezionalismo americano.

Il nocciolo della questione è che il nostro approccio sprezzante alla spesa per la difesa ha portato a frodi su vasta scala. Al popolo americano è stata venduta una lista di beni: un esercito in grado di proiettare il potere in tutto il mondo per sostenere il cosiddetto “ordine internazionale basato su regole” su cui è stata fondata la nozione di eccezionalismo americano. A quanto pare, l’esercito americano è vuoto quanto i numeri sui registri del Pentagono. Il popolo americano ha acquistato un apparato incapace di combattere e vincere una grande guerra contro qualsiasi potenziale avversario schierato contro di esso.

Non siamo riusciti a sconfiggere Al Qaeda, ISIS e i talebani. E non siamo in grado di sconfiggere né la Cina né la Russia, per non parlare di potenze regionali come la Corea del Nord e l’Iran. Eppure continueremo semplicemente a investire, in modo apparentemente incondizionato, in questa impresa, aspettandoci in qualche modo che un sistema che non può superare un audit produca in qualche modo magicamente un risultato diverso nonostante il fatto che noi, il popolo americano, non stiamo facendo nulla per chiedere un tale risultato.

In breve, il bilancio della difesa è l’equivalente del “pay-to-play”[5], in cui il popolo americano paga il governo statunitense per produrre i risultati necessari a sostenere il proprio esagerato senso di autostima. Noi americani siamo diventati così abituati a essere i più grandi e cattivi prepotenti sulla scena globale che presumiamo che semplicemente versando denaro in un sistema che ha prodotto i risultati desiderati per più di settant’anni potremmo far continuare i bei tempi.

Ma quando assegni denaro a un sistema a cui è stato permesso di condizionarsi per operare senza alcuna [N.d.T.] responsabilità, non sorprenderti quando la scintillante villa sulla collina che pensavi di acquistare si rivela poco più di una house of cards [castello di carte N.d.T.].

Scott Rider

*Link all’articolo originale: https://www.theburningplatform.com/2023/12/13/why-the-pentagon-is-a-multi-trillion-dollar-fraud/

A cura di Valerio Savioli

 

[1] https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/la-colossale-cresta-delle-industrie-usa-degli-armamenti-le-confessioni-di-un-insider-263274/

[2] https://usafacts.org/articles/how-much-money-has-the-us-given-ukraine-since-russias-invasion/

[3] https://www.stripes.com/theaters/us/2023-11-15/pentagon-failed-audit-shutdown-funding-12064619.html

[4] L’audit è l’esame o l’ispezione di vari libri contabili da parte di un revisore dei conti seguito dal controllo fisico dell’inventario per assicurarsi che tutti i dipartimenti seguano un sistema documentato di registrazione delle transazioni. Viene fatto per accertare l’accuratezza dei rendiconti finanziari forniti dall’organizzazione

[5] Pay-to-play, a volte pay-for-play o P2P, è una frase utilizzata per una varietà di situazioni in cui il denaro viene scambiato con servizi o con il privilegio di impegnarsi in determinate attività. Il denominatore comune di tutte le forme di pay-to-play è che bisogna pagare per “entrare in gioco”, con l’analogia con lo sport che spesso emerge.

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