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“GUERRA”, DI L.F. CELINE. Recensione a cura di Manlio Triggiani

Louis-Ferdinand Céline, Guerra, Adelphi, Milano 2023, pagg. 156, euro 18

Il romanzo di Louis-Ferdinand Céline Guerra, appena pubblicato da Adelphi, è una prima stesura non “limata” dall’autore. Céline ripeteva che dopo la prima scrittura di un romanzo cominciava il lavoro duro, difficile, che finiva dopo aver riscritto una buona parte e tagliato oltre la metà del testo. Era il suo modo di lavorare ma in Guerra, ciononostante, c’è tutto lo scrittore e la narrazione, a metà fra invenzione creativa e fatti realmente vissuti. Restituisce tutta la petite musique, la tipica tecnica di scrittura dell’autore. Non poteva essere diversamente da un lato tenuto conto del talento di Céline dall’altro della circostanza particolare: lo scrittore con la moglie Lucette e il gatto Bébert scapparono da Parigi liberata mentre gli uomini della Resistenza lo cercavano. Fecero irruzione nel suo appartamento di rue Girardon e non trovarono nessuno: si limitarono a rubare una gran quantità di fogli scritti da Céline. Prime stesure, romanzi finiti da “limare” e così via. A distanza di 75 anni queste carte sono state restituite agli aventi diritto.
Guerra è il racconto della convalescenza di Céline fino a quando parte per Londra. La narrazione della permanenza in ospedale è avvincente ed è in puro stile céliniano: è in una corsia dove ci sono masnadieri, soldati feriti, balordi, personaggi senza scrupoli e viene affidato alle cure del medico Méconille e dell’infermiera L’Espinasse, che ai cambi di catetere dispensa carezze molto sensuali. Céline non si perde d’animo, nonostante le ferite riportate intreccia una storia a sfondo sessuale con l’infermiera. Fa amicizia con Bébert, malavitoso parigino, e con la sua bella moglie Angèle che batte il marciapiedi per il marito. Questi, per il comportamento della moglie si mostra fintamente seccato. Nella narrazione della vita quotidiana si susseguono episodi esilaranti e grotteschi. Céline inventa situazioni paradossali, al limite del contraddittorio, sottolineando la sessualità sfrenata. Il racconto si chiude con la decisione dello scrittore di partire per Londra.
Un libro che come narrazione e fatti descritti si aggancia bene al Viaggio al termine della notte, a Morte a credito e, chissà, forse era la parte finale di Casse-pipe anche se nelle carte ritrovate quest’ultimo romanzo è completo. Alcuni di quei critici che facevano parte del gruppo di esperti riuniti per studiare le carte rubate da esponenti della Resistenza, hanno sostenuto che poteva trattarsi di una parte del Viaggio, in un secondo momento eliminato. Mah! Di certo in tanti romanzi di Céline il tema della guerra ritorna. Céline proprio in Guerra dice – sulla ferita al capo e al ronzio incessante che accompagnava il forte mal di testa – “Mi sono beccato la guerra nella testa. Ce l’ho chiusa nella testa”. Era contrario al conflitto armato perché porta devastazione e compie una carneficina di uomini. Ma lo scrittore il suo dovere lo fece fino in fondo, da uomo coraggioso, senza tentennare affatto, tanto che gli fu assegnata un’alta decorazione per il coraggio dimostrato in battaglia. Inoltre non disdegnava il senso della disciplina e del sacrificio. Anche queste pagine mostrano la tragedia della guerra e la scrittura dell’autore francese è tesa, visionaria, provocante, violenta anche se attraversata da un filo di speranza, come emerge da più pagine, in particolare di Casse-pipe. Del resto il tema della pace e della guerra in Céline è spesso presente. Illustra la violenza che non risparmia nessuno, portatrice di una selezione naturale alla rovescia, dove chi muore sul campo di battaglia è il migliore, il più ardimentoso, il più coraggioso, colui il quale si è spinto più in là, nei pressi delle linee nemiche. La guerra di materiali, come fu definita da Ernst Jünger, aveva tolto alla guerra la dimensione cavalleresca, lo scontro faccia a faccia, e l’aveva sostituita con materiali di fuoco e acciaio riversati sulle linee nemiche. La prima guerra mondiale fu la prima guerra moderna che seguì canoni differenti anche a causa della nascita dell’aeronautica militare che, per la prima volta, con i bombardamenti indiscriminati dietro le linee del fronte colpiva direttamente i civili e le città, i paesi, i villaggi. Il progresso tecnologico non comportava la fine della guerra, ma rendeva quest’ultima ben più mortifera.
La più efficace descrizione della battaglia è quella che apre Viaggio al termine della notte ma la posizione di Céline, sulla guerra, era chiara già nella tesi di laurea in Medicina dedicata al medico ungherese, scopritore delle cause della febbre puerperale, Ignace Semmelweis. Tornava l’aforisma céliniano “La vita non è che ebbrezza, la verità è la morte”. Era, in tutta evidenza, il rifiuto individuale di una realtà che racchiudeva in sé una forte dose di fatalità. Ma, ripetiamo, quando Céline combattè si fece onore e fu anche decorato.
Nel terzo atto dell’unica commedia scritta, La Chiesa (Edizioni Soleil, 1979, pag. 77 e segg.), si limita a denunciare l’incapacità della Società delle Nazioni di imporre una politica nel mondo che garantisse la pace inibendo azioni di guerra. Ma è con Hommage a Zola, lo scritto dell’unico discorso pubblico che Céline, con toni violenti, attaccò la guerra e i politici che poco o nulla facevano per evitarla. Del resto bisogna comprendere che i caduti francesi del primo conflitto mondiale furono un milione e 400mila uomini, quasi tutti fra i 17 e i 30 anni: un bagno di sangue che segnò pesantemente il paese d’Oltralpe anche dal punto di vista demografico. Un dato che scosse la società francese. Non a caso lo scrittore nel discorso si pose la domanda retorica se la “psicosi guerriera” che domina la nostra civiltà non sia il frutto dell’istinto di morte che domina l’istinto di sopravvivenza.
Manlio Triggiani

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