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IN OCCASIONE DEL BICENTENARIO DELLA MORTE DI PAPA PIO VII CHIARAMONTI. Di Francesco Mario Agnoli

Il Concordato tra Pio VII e Napoleone: un accordo della pecora col lupo?, saggio di don Lorenzo Biselx pubblicato dalla Rivista “La Tradizione cattolica1 offre il destro di riproporre all’attenzione dei lettori la ricorrenza del bicentenario della morte di Papa Pio VII Chiaramonti (20 agosto 1823-2023) accompagnandola con qualche riflessione sull’annoso e mai pienamente risolto problema dei rapporti fra religione e potere politico.

Dal momento che la sua attenzione è fissata sulla figura e l’opera di Papa Chiaramonti Don Biselx si pone, da storico e religioso, il problema se sia o no condivisibile l’opinione dello storico francese Adrien Loubier, che considera il Concordato del 1801 peggio che disastroso, perché fonte di “tutta la crisi della Chiesa, che dura da due secoli2. Dopo un breve excursus sugli eventi che precedettero l’iniziativa presa subito dopo la vittoria conseguita a Marengo dal generale Bonaparte, ancora Primo Console, per giungere ad un Concordato fra la Chiesa cattolica e la Francia, don Biselx condivide i giudizi espressi sul libro del Loubier da Joel Morin3. Giudizi critici per la tesi del Loubier, e positivi per il Concordato e l’operato di Pio VII, che, pur navigando in un mare tempestoso, provvide, senza cedere nulla in punto di dottrina, a garantire il bene supremo per qualunque cristiano: la salvezza delle anime e la libertà della Chiesa. A sostegno di questa sua favorevole interpretazione l’Autore cita la ferma protesta di Papa san Pio X contro l’unilaterale abrogazione di questo Concordato, rimasto in vigore per tutto il XIX secolo, disposta il 9 dicembre 1905 dal governo francese. Argomento in realtà tutt’altro che decisivo dal momento che la protesta del Pontefice era comunque inevitabile sia per l’unilateralità della decisione, sia, più concretamente, perché in ogni caso il provvedimento peggiorava la situazione in essere, quale che fosse il giudizio che se ne dava, e apriva la strada a quegli ulteriori peggioramenti che in realtà hanno poi fatto della laicité alla francese una laicità ostile al fenomeno religioso in genere e alla religione cattolica in particolare.

Senza dubbio più persuasive l’opinione e la testimonianza, non per nulla ripetutamente citate dal Morin, del cardinale Louis-Edouard Pie (1815-1880), rimasto nella storia per la sua tenace opposizione al cattolicesimo liberale, la collaborazione col Papa Pio IX nella redazione del Sillabo e per essersi distinto nel corso del Concilio Vaticano I per il fermo sostegno dato al dogma della infallibilità papale. Questo combattivo vescovo di Poitiers (creato cardinale dal concistoro del 12 maggio 1879 – un anno prima della morte -), ultramontano, legittimista, sostenitore e amico del conte Enrico di Chambord, pretendente al trono di Francia, pubblicamente esaltò questo “prezioso Concordato”, da lui definito “il punto di partenza” di tutto il lavoro, di tutto il movimento religioso che hanno caratterizzato la prima metà del XIX secolo, “di cui si stupirà la posterità”. Difatti la firma del Concordato ha fatto ben presto sparire “le leggi oppressive della Rivoluzione, lo scisma della Chiesa costituzionale si è estinto4, si è ristabilita le legittima gerarchia e il sacerdozio ha potuto perpetuarsi in Francia. La saggia e condiscendente fermezza della Santa Sede così come come la sua prudenza hanno tratto dal Concordato tutto il bene possibile fino a questa data. Certamente, come ogni Concordato, il suo testo non era l’ideale. Ma, redatto in circostanze eccezionali, restaurava dei principi che la Chiesa non doveva attendersi di vedere disprezzati”. Mons. Pie non nega che anche dopo la firma la Chiesa in Francia abbia attraversato tempi difficili, come l’indebita aggiunta dei cosiddetti “Articoli Organici5, la scomunica di Napoleone, le ripetute violenze dei settari al potere, ma – aggiunge – “spesso ha potuto uscire da queste prove grazie ai vantaggi assicurati dai 17 articoli dello stesso Concordato, che ha permesso alla Chiesa di rinascere in Francia e di produrre i meravigliosi frutti di santità che hanno caratterizzato il XIX° secolo”.

Opinioni che, provenendo da un celebre e conclamato esponente dell’ultramontanesimo legittimista, contrastano in breccia la tentazione del lettore odierno di risolvere il tutto con l’inserire, senza ulteriori residui e conseguente necessità di storiche precisazioni, il contrasto fra le opposte tesi del Loubier e del duo Morin-Vicart nel campo delle polemiche pro e contro il Concilio Vaticano II. Tentazione supportata dalla dura affermazione del Loubier sulla attuale e perdurante crisi della Chiesa e, per converso, dalla definizione di controparte del Papa Pio VII quale “precursore del Vaticano II”.

Ciò non toglie che anche il Loubier abbia argomenti a favore della sua tesi. In particolare rappresentati, restando al secolo XIX, nel quale soprattutto si colloca l’oggetto della polemica di cui ci stiamo occupando, in quella svolta della politica vaticana, voluta, proprio specificamente nei confronti della Francia, da Papa Leone XIII e passata alla storia col nome di “Ralliement”, la cui ufficializzazione gli storici fanno coincidere con il brindisi offerto il 12 novembre 1890 dall’arcivescovo d’Algeri, cardinale Charles Lavigerie, agli ufficiali della flotta mediterranea della Francia, quasi tutti notoriamente di sentimenti monarchici. Nell’occasione il cardinale, assicurando di avere la piena approvazione del pontefice (che, difatti, ratificò poi, con l’enciclica “Au milieu des sollecitudes” del 16 febbraio 1892), invitò questi ufficiali e, attraverso di loro, tutti i cattolici francesi, a riconciliarsi con la forma repubblicana del governo in carica a Parigi, in quanto frutto della volontà del popolo e in nulla contraria ai principi che debbono reggere le nazioni cristiane. La diffusa permanenza nel mondo cattolico francese del legittimismo monarchico per l’intero XIX secolo dimostra ad evidenza che il Concordato, pur disciplinando con una certa soddisfacente efficacia i rapporti formali fra Stato e Chiesa, aveva inciso ben poco sulle coscienze e sul comune sentire dei fedeli. A riprova proprio il caso di Mons. Pie, legittimista convinto e attivo a dispetto del giuramento di fedeltà “al governo stabilito dalla costituzione della Repubblica francese” previsto dagli articoli 6 e 7 del Concordato per i vescovi, che lo prestavano nelle mani del Primo Console, e per tutto il clero (davanti alle autorità civili designate dal Governo) e nonostante la preghiera da recitare alla fine dell’ufficio divino in tutte le chiese cattoliche di Francia: “Domine, salvam fac Republicam, Domine, salvos fac consules” (art. 8).

Come noto, la politica del “Ralliement”, tesa a conseguire il riavvicinamento della Chiesa con la Terza Repubblica francese, laicista e massonica, e, più in generale, con il mondo moderno, si risolse in un pressoché totale fallimento quanto meno nel caso francese dal momento che quel governo proseguì nella politica di scristianizzazione fino all’approvazione della “Loi concernant la Séparation des Eglises et de l’Etat” del 9 dicembre 1905, nota come “legge Combes”, che sopprimeva ogni finanziamento e riconoscimento pubblico alla Chiesa, riduceva la religione alla sola dimensione privata, assegnava allo Stato i beni ecclesiastici tranne gli edifici di culto, affidati però ad “associations cultuelles” elette dai fedeli senza bisogno dell’approvazione della Chiesa. Inoltre (e soprattutto), in contraddizione con lo scopo perseguito dal Pontefice, il Ralliement suscitò forti polemiche proprio all’interno del mondo cattolico, diviso nelle due contrapposte correnti dei “ralliés”, allineati alla politica di Leone XIII e per questo sostenuti dalla Chiesa ufficiale, che in alcuni suoi rappresentanti si spinse fino a sostenere che la mancata adesione e il sostegno alla monarchia costituissero peccato grave, e dei “réfractaires”, contrari e convinti che l’infallibilità del Papa non si estendesse al campo politico-pastorale6.

La tesi che il Concordato del 1801, con tutte le concessioni che comportava a favore del “mondo” (inteso nel tradizionale senso del linguaggio religioso), costituisca, se non in senso proprio addirittura la causa, quanto meno un significativo antefatto sia di questa fallimentare politica vaticana sia di quanto poi è successo nei decenni successivi non è strettamente conseguenziale, ma potenzialmente corrispondente alla realtà dei fatti e comunque meritevole di attenzione. Per una migliore comprensione non va trascurato che il versante sociale proprio del cristianesimo comporta di necessità pubbliche forme organizzative del fenomeno religioso e, conseguentemente, rapporti con le altre istituzioni presenti nella società, a cominciare da quelle di livello più elevato. Per questo, il Concordato del 1801, pur con tutte le novità che presenta, si colloca nel tradizionale quadro degli atti e degli accordi che regolavano i rapporti fra la Chiesa cattolica e i governi dell’ancien régime, che spesso consentivano interventi “laici” nei confronti della Chiesa ancora più intensi di quelli previsti dal Concordato napoleonico. Basti pensare al diritto di “veto” tradizionalmente concesso ai sovrani cattolici di Spagna, Francia e Austria ed esercitato per l’ultima volta dall’imperatore d’Austria nell’agosto 1903 proprio per bloccare l’elezione a successore di Leone XIII del suo segretario di Stato il cardinale Mariano Rampolla del Tindaro7. Tuttavia anche se oggi l’attribuzione dell’aggettivo “cattolico” a questo o quel governo può sembrare poco significativa e comunque non giustificare la concessione di intromissioni e diritti non consentiti invece a Stati che non si fregino di questa definizione, all’epoca di cui stiamo parlando aveva ancora un valore non solo formale, ma di sostanza sia, quali che fossero le sue convinzioni personali, per il governante che per i governati8.

Resta il problema generale del rapporto fra l’istituzione civile dello Stato e quella religiosa della Chiesa (che incide poi direttamente sul diritto alla libertà di religione) da risolvere forse, più che con filosofiche o teologiche considerazioni di carattere generale, in base alla valutazione di come hanno concretamente funzionato nella storia i sistemi messi in atto a tal fine. In ogni caso senza dimenticare che la risposta data da Gesù ai farisei che gli chiedevano se fosse lecito pagare le tasse a Cesare, “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21)9, fu motivata unicamente dall’immagine e dall’iscrizione apposte sulla monetina che Gli venne mostrata, senza aggiungere a sostegno del buon diritto di Cesare la ricorrenza di altri requisiti oltre quello, implicito, ma ovvio ed evidente, che Cesare non pretenda dai suoi governati quello che è di Dio.

Francesco Mario Agnoli

 

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