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DI BANCHE WOKE E DI PENSIERO UNICO. Di Antonio de Felip

C’è un nuovo detto nel business USA: “Go woke, go broke”: cioè, se aderisci alla ideologia del wokismo (una forma ancor più violenta ed estremista della politically correctness e della cancel culture), fallirai. In realtà non è nuovo, ma si applica perfettamente alle vicende della Silicon Valley Bank, fallita qualche settimana fa. Questa famigerata banca era un concentrato di wokismo, delle idee cool della costa californiana, e non solo, e di estremismo liberal. Alla base, il mito molto americano delle start-up, che ha infettato anche l’Europa e l’Italia: l’idea che due nerd in un garage inventino un prodotto che cambierà il mondo. In realtà le statistiche ci dicono che nove start-up su dieci falliscono entro i primi quattro anni di vita. La Silicon Valley Bank si era data come missione strategica il finanziamento alle start-up della famosa valle omonima, osannata dai fighetti luogocomunisti di tutto il mondo come un vero Eden dell’innovazione, del progresso, dell’invenzione del futuro: in realtà un incubo per la working class e la stessa classe media dove un appartamentino minuscolo può costare fino 700.000 dollari e una villetta unifamiliare parte da 2 milioni. Molti lavoratori, anche qualificati, sono costretti a dormire in auto non potendosi permettere una residenza che non sia a centinaia di chilometri dal posto di lavoro.

La Silicon Valley Bank, conosciuta come la “banca woke incarnava tutte le credenze e i disvalori del mondo liberal: politiche attive a sostegno dei cosiddetti “diritti civili” e dei terroristi Black Lives Matter, quelli che incendiano i negozi e le case dei bianchi, un fanatico fondamentalismo ecologista che la portava a finanziare più di 1.500 aziende impegnate nel solare, nell’idrogeno e nella cosiddetta “transizione ecologica”, sostegno al mondo omo-transessualista e genderista con il finanziamento di campagne e la creazione di un blog per fornire uno spazio sicuro alle “comunità LGBT”. Qualche giorno prima del fallimento, l’alta dirigenza della banca era impegnata in un corso sull’utilizzo dei pronomi no-gender. Tra l’altro è emerso che la “Head of Financial Risk Management & Model Risk” della filiale londinese era una donna di colore che nel suo sito si dichiarava lesbica ed esaltava le “queer experiences”. A proposito di rischi.

Il fallimento è stato causato da assoluta leggerezza nella concessione di crediti alle aziende green e nel non bilanciarne i relativi rischi. Essere “ecologica” rendeva ogni iniziativa, anche la più stravagante, degna di essere finanziata. Così quando, subodorando il pericolo grazie al solito passaparola, un certo numero di correntisti si è precipitato agli sportelli per ritirare i depositi, la banca è entrata in crisi di liquidità ed è fallita.

Lo scandalo finale di questa storia è che le autorità USA, in contrasto con ogni precedente, anche recente, hanno deciso di garantire tutti i depositanti e non soltanto, come da prassi, quelli con depositi inferiori ai 250.000 $. Qualcuno, maliziosamente, ha insinuato che questa inusuale decisione sia stata assunta per non scontentare quel variegato mondo liberal che gravitava attorno alla banca: correntisti, percettori di finanziamenti, aziende green, attivisti ecologisti e woke, che rappresenta la base elettorale dei democrats di Biden.

Veniamo a un’altra storia, diversa ma con tratti comuni: quella del Credit Suisse, una storica e più che centenaria banca elvetica vittima, qualche anno fa, come molte altre banche svizzere, di un’aggressione da parte delle autorità USA che intimarono al sistema bancario elvetico di consegnare, violando il severo segreto bancario, le liste dei clienti di nazionalità statunitense. Non soddisfatti, multarono pesantemente molti istituti svizzeri, tra le vane proteste dei cittadini della Confederazione. Dopo varie vicissitudini il Credit Suisse cadde nelle mani fameliche di una banca saudita e di un fondo qatariota che, al sopraggiungere della crisi, si sono ben guardati dal tentare un salvataggio. Sarà l’UBS, altro storico marchio bancario elvetico, a salvare la banca.  Ma ciò che ci sembra degno di essere citato è che anche il Credit Suisse è impestato di ideologia trans-omosessualista: emblematico il caso di “Pips” Bunce, in realtà Philip Bunce, uno dei top manager di questa banca, Head of Global Markets Core Engineering Strategic Programs (nelle multinazionali bancarie, tutto è “global” e/o “strategic”). Questo signore, sposato con due figli, un giorno ha deciso di essere donna e come tale comportarsi. Narra su LaVerità Boni Castellane: “Bunce ha la passione del travestitismo ostentato: la rete è piena sue immagini vestito da donna che ritira premi per l’inclusività, che beve qualcosa in un pub, […] sempre vestito e truccato da donna. In pratica ha fatto del suo travestitismo un vero e proprio marchio”. Grazie a questo è stato nominato co-presidente del Credit Suisse LGBT ally program, i cui obbiettivi dichiarati sono “organizzare attività di diversità e inclusione e produrre risorse educative sull’inclusività lgbt sul posto di lavoro.” Tradotto: “facilitare” la carriera agli omo-trans e indottrinare i dipendenti all’accettazione entusiastica del verbo sodomitico. Da rilevare, come grottesco precedente, che nel 2018 il Financial Times, la “bibbia del capitalismo”, aveva incluso “Pips”, definito “favoloso manager genderfluid”, tra le “migliori 100 executives femminili nella lista FT & HERoes campionesse di WomeninBusiness”. Ovviamente il Credit Suisse si era affrettato a complimentarsi enfaticamente con “lei”.

Commenta sul suo blog il giornalista Maurizio Blondet: “In ogni caso la presunta “maga” della finanza tanto maga non ha dimostrato di essere, visto la palese sberla che l’istituto in cui lavora si trova adesso ad affrontare. La propaganda Lgbt, insomma, tocca uno dei suoi punti più bassi ed esprime una delle sue peggiori figuracce.”

D’altronde il mondo bancario anglosassone, ma non solo, è fortemente impegnato nel sostenere l’agenda omosessualista. I colossi bancari Morgan Stanley e Goldman Sachs qualche anno fa aderirono a una richiesta (meglio un’intimazione) di molte aziende, tra cui Apple, Facebook e Twitter, alla Corte Suprema USA a favore della legalizzazione dei “matrimoni” tra sodomiti.

Anche in Italia la moda del sostegno al mondo omosessualista non ha risparmiato aziende e banche. Pochi sanno che in Italia esiste un’associazione, denominata “Parks – Liberi e uguali”, che vuole costituire un network di aziende “gay-friendly”, che si è data la “missione di lavorare avendo un focus preciso e prevalente sull’area del Diversity Management culturalmente più sfidante, ovvero quella legata all’orientamento sessuale e all’identità di genere.” In sostanza favorire tutte le iniziative di “inclusione” e il solito indottrinamento dei dipendenti (in molte aziende la partecipazione a questi “corsi” è obbligatoria). Il fondatore è Ivan Scalfarotto, già deputato del PD e ora di Italia Viva e, prima di dedicarsi alla politica, dirigente in una banca multinazionale. Sul sito di quest’associazione potete trovare un lungo elenco di aziende socie. Tra queste, molte le banche, inclusa la stessa Banca d’Italia.

D’altronde, più in generale e partendo dai campus americani, si stanno diffondendo nelle aziende nel mondo occidentale severissimi “codici di comportamento” ispirati alla cosiddetta DEI (Diversity, Equality, Inclusion) che puniscono ogni linguaggio, affermazione, immagine, oggetto considerati “politicamente scorretti”: per una battuta si può essere licenziati; è capitato recentemente anche in Italia, dove la Cassazione ha confermato il licenziamento in tronco di un autista di un’azienda di trasporto pubblica che aveva osato usare l’espressione “lesbica” con una collega.

E’ l’effetto finale ed esemplare dell’applicazione all’omosessualità di quel processo di ingegneria sociale, di cambio inavvertito di mentalità noto come “Finestra di Overton”: rendere accettabili e addirittura incriticabili, sotto pena di sanzioni sociali o persino penali, quei comportamenti che solo qualche decennio fa venivano aborriti come “contro natura”. Il risultato è evidente e sotto gli occhi di tutti: la principale vittima, assieme alla morale di sempre, è la libertà di parola e di giudizio, sempre più ristretta, condizionata, sottoposta a divieti e sanzioni da quella che Marcello Veneziani ha definito, con un bel libro, La Cappa che opprime tutti coloro che vogliono mantenere e difendere, su questo come su altri temi, la libertà di opinione: “Chi ha idee difformi in tema di diritti civili, salute, storia, sessi, chi difende le differenze naturali, la famiglia, la nascita secondo natura e la vita secondo tradizione entra in una sfera d’interdizione che passa dalla riprovazione al veto.” La feroce dittatura del pensiero unico.

Antonio de Felip

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