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PERCHÉ GLI ECOLOGISTI & C. VOGLIONO ROVINARCI L’APPETITO? Di Antonio de Felip.

Qualche tempo prima dell’Era Covid, alla consueta Festa dell’Unità di Milano venne aperto uno stand ove si svolgevano dei cooking show (si chiamano così) di insetti, gestito da un’associazione di nome Entonote che si è data lo strategico obiettivo di comunicare “i valori di sostenibilità e nutrizione dell’insetto commestibile”. Notare l’immancabile, abusato, fastidiosissimo sostantivo: sostenibilità” che giustifica ormai ogni cretinata. Certo, è curioso vedere una Festa dell’Unità, che era il trionfo delle salamelle e delle costine alla brace il cui profumo si diffondeva per chilometri come migliore forma di marketing politico, fare propaganda al nuovo credo “entomofagista”. Fulminante, a proposito, il titolo del quotidiano Libero: “I comunisti non mangiano più i bambini. Si accontentano solo degli insetti”. Certo, anche i frequentatori delle Feste dell’Unità hanno subito una “Grande Sostituzione”. Invece di una classe operaia in decisa riduzione socio-demografica, questi eventi vengono oggi frequentati da fighetti liberal urbani disposti anche, in nome della modernità, della “sostenibilità” e della Salvezza della Terra, a mangiare qualsiasi schifezza. Sì perché, secondo gli ecologisti, il mangiare insetti potrebbe diventare necessario e anche obbligatorio. Non per nulla l’Unione Europea, ormai dominata dalla più estremista ideologia ambientalista, ha già approvato (già, perché quello che mangiamo deve essere approvato da “loro”) il consumo della locusta migratoria, dopo quello delle larve delle tarme. Non solo, ma anche quello della carne di rettile: alligatori, coccodrilli, pitoni.

Mai come oggi si è scatenato un attacco concentrico alla buona tavola, al buon cibo, alla buona agricoltura. La cucina tradizionale del territorio, gli alimenti storici e di qualità, i piccoli produttori di preziose eccellenza agricole stanno subendo un subdolo attacco da parte dei burocrati dell’Unione Europea obbedienti alla grande industria alimentare dei paesi del Nord, dei fanatismi ecologisti, delle isterie animaliste e vegane, delle multinazionali del cibo, dei poteri forti mondialisti che odiano tutto ciò che è identitario e che ci vogliono omogeneizzati, meticci, consumatori obbedienti e fedeli al Sistema.

E’ un dato di fatto che il cibo non è solo un mezzo di sostentamento, ma è molto di più. E’ cultura, è storia, è civiltà. Soprattutto è un valore identitario, locale, regionale, cittadino. E’ una ricchezza antropologica e sociale. E’ fattore d’incontro e di coesione familiare. E’ gioia comunitaria, è scansione rituale del tempo annuale. Non è vero che il Cristianesimo sia portatore di una visione digiunatrice e penitenziale, se non nei limitati tempi canonici. Il primo miracolo di Gesù si compie a tavola a Cana e riguarda, appunto, la miracolosa trasformazione dell’acqua in vino “di qualità”. I monasteri da secoli sono noti per i loro prodotti alimentari: a loro dobbiamo il formaggio grana e lo Champagne, il Frascati e il Gattinara.  San Francesco esigeva che le tavole festive dei suoi frati fossero abbondanti e, soprattutto, non prive di carne. Lo scrittore cattolico inglese Hilaire Belloc che, come il suo amico Gilbert K. Chesterton, amava la buona tavola e il buon vino, scriveva: “Laddove splende il sole cattolico, c’è sempre allegria e buon vino rosso”. Piuttosto è la cultura protestante e calvinista del Nord ad essere tendenzialmente proibizionista e a guardare con sospetto il cibo “buono”.

L’UE vuole introdurre l’obbligo, per tutti i prodotti alimentari, del famigerato “Nutriscore”, un sistema di etichettature, voluto dalla grande industria, con una valutazione semaforica che penalizzerebbe i prodotti agricoli di qualità italiani e promuoverebbe i cibi pieni di chimica delle multinazionali. Con questo cervellotico algoritmo, la Diet-Coke risulterebbe più salubre dell’olio di oliva.

Verrebbero bollati con il “semaforo rosso” prodotti come il prosciutto di Parma, il San Daniele, il salame di Varzi, quello d’oca di Mortara, quello di Felino, il culatello di Zibello, lo speck, la mortadella, il cotechino di Modena, il Parmigiano Reggiano, il Grana Padano, il gorgonzola, la mozzarella di bufala e molti altri. Anche il vino e la birra verrebbero colpiti perché ritenuti cancerogeni.

Un’altra minaccia diretta per la nostra cultura è il crescente consumo di suolo a causa dell’estendersi delle cosiddette “fonti rinnovabili” imposteci dall’UE: i “campi” di pannelli solari e i “parchi” delle mostruose pale eoliche, inquinanti paesaggisticamente, esteticamente e acusticamente. Che, oltretutto, sono costosissimi e inefficienti: se non c’è sole o vento, non producono nulla. In Puglia, a Manduria, zona vocata a vini di qualità come il Primitivo, i viticoltori e gli abitanti si stanno battendo contro l’installazione di ben 41 torri eoliche che, denuncia il Consorzio di tutela del vino Primitivo: “mal si conciliano con un territorio che fa del patrimonio vitivinicolo il principale punto di forza”.

Ma tutti questi nemici della buona tavola e del buon vivere hanno un odiato nemico, anzi, una nemica assoluta: la carne. Vegani, animalisti, ecologisti, euroburocrati, invasati da un’ideologia verde falsificante, regressiva, antiumana (“gli uomini sono il cancro della terra”) e suicidaria, hanno da tempo dichiarato una guerra santa alla costata, agli arrosti, alla fiorentina. Gli ambienti onusiani e mondialisti hanno prodotto una commissione di “esperti” internazionali, la Eat Lancet Commission, che ha elaborato una sorta di “bibbia alimentare” mondiale, in linea con le imposizioni dell’ONU sulla cosiddetta sostenibilità e gli sciagurati accordi di Parigi sul clima: “Il report ha delineato una dieta universale e chiede che i consumatori non abbiano più la libertà di scelta su cosa mangiare, mettendo a punto una strategia per obbligare i consumatori a mangiare cibi più sostenibili”. Ancora, occorre: “rimuovere le opzioni di scelta inappropriate”, “restringere le scelte”, “finanziare campagne per mettere al bando alcuni prodotti”. Si vuole imporre una “dieta universale”, che azzeri le differenze e le peculiarità territoriali e locali, che sostituisca i prodotti tradizionali e tipici con “cibi Frankenstein” prodotti dalle grandi multinazionali alimentari. Una vera e propria dittatura alimentare. Ovviamente questo mefistofelico progetto è entusiasticamente sostenuto da ecologisti, sostenitori della bizzarra teoria del “riscaldamento globale antropico”, animalisti, vegetarian-vegani, ma, come si accennava, è manovrato dalle grandi multinazionali, comprese le nascenti industrie di carne sintetica.

Un attacco alla bistecca è venuto anche dal Ministro della Transizione Ecologica (ridicola definizione impostaci dall’UE) Roberto Cingolani, quello che ha candidamente ammesso che questa transizione ecologica sarà “un bagno di sangue”. Costui ha minacciosamente dichiarato che il consumo di carne “dovrebbe essere diminuito sostituendo le proteine animali con quelle vegetali, perché la proteina animale richiede 6 volte l’acqua di quella vegetale.” Gli eco-falsificatori manifestano un supremo sprezzo del ridicolo: eccoli allora accusare i “peti delle vacche” degli allevamenti di essere gravemente colpevoli di “letali” emissioni di presunti gas serra. Sulla base di questa bizzarra convinzione, al cui confronto quella dei terrapiattisti è una rispettabile teoria scientifica, dobbiamo “salvare la Terra” mangiando meno carne. Ma se questo argomento non bastasse, eccone un altro non meno stravagante: il leader dei Verdi tedeschi, Cem Ozdemir, di origine turca, che vuole imporre al mondo di diventare vegano, legatissimo alla lobby ecologista statunitense (ci fu uno scandalo relativo a contributi illeciti ricevuti nel 1994), frequentatore dell’entourage di Barak Obama  e diventato Ministro dell’Ambiente nel governo tedesco, ha, senza alcun pudore, dichiarato che: mangiare meno carne sarebbe un contributo contro Putin”. E’ veramente sorprendente constatare cosa emerge quando il fanatismo ecologista si unisce a quello russofobico.

Ma c’è un altro significato che possiamo ricavare da questo esempio di “decrescita felice” consistente nel mangiare nelle feste comandate e nelle grandi occasioni vermi fritti anziché pâté de foie gras (che la potente lobby degli animalisti sta cercando di proibire in molti paesi), grandi arrosti o anatra all’arancia. E’ una cupa tensione a una sorta di regressione trogloditica, al rifiuto della civiltà, al ritorno al primordiale, già ben evidente nella volgarità, nel trionfo dell’incultura, dell’informe, del non-educato, del barbarico che la Modernità ci impone. E’ ben peggio di una decadenza, è un suicidio in nome di Gaia – o di Pachamama se frequentate il Vaticano – di odio per il Bello e il Buono, per la civiltà come la conosciamo, per una sorta di nostalgia per un selvaggio inginocchiato a terra, nei periodi di carenza di cacciagione, intento alla ricerca di cavallette e di scorpioni per non morire di fame. Esemplare, nel suo portare all’estremo questa spaventosa ideologia antiumana della “decrescita felice”, è l’opinione di Karin Bojs, giornalista, divulgatrice scientifica, caporedattore del più importante quotidiano svedese, evoluzionista, ecologista e ovviamente di ultra-sinistra, autrice di un terrificante testo, I miei primi 54.000 anni, in cui troviamo scritto: “Alcuni studiosi ritengono che l’agricoltura sia stata l’invenzione più devastante della storia. Lo scrittore e fisiologo americano Jared Diamond per esempio l’ha definito: “il più grande errore dell’umanità”. E’ opinione comune che le malattie, le differenze sociali, le guerre e ogni miseria possibile si sono abbattute su di noi quando abbiamo abbandonato lo stile di vita dei cacciatori per passare alle forme sociali rurali”. Però almeno, questi neolitici la carne la mangiavano…

Tutto ciò non è “per il nostro bene”, tutto ciò non è innocente. Come si diceva, il cibo è identità e tradizione, storia e civiltà, bellezza e comunità. Tutti valori che il mondialismo della grande finanza, delle multinazionali, dei liberal apolidi, radical-chic e “multiculturalisti”, dei gretini e degli ecologisti di varia natura odia e vuole distruggere perché pietre d’inciampo sulla strada di un mondo meticcio, omogeneizzato, fatto di individui indistinguibili nei costumi e nei consumi perché privati di identità e storia, sottomessi alle leggi estreme del profitto. La logica sottostante e gli scopi occulti di questa aggressione al Buono sono gli stessi dalla cancel culture che vuole distruggere il Bello, la nostra memoria greco-romana e cristiana, la nostra storia e la nostra cultura classica, sono gli stessi dell’immigrazionismo selvaggio e violento che cerca di sostituire la nostra civilizzazione e la nostra etnia con un meticciato indifferenziato; sono gli stessi che lavorano per la decostruzione sociale, sono gli stessi che operano per la distruzione della famiglia e vogliono impedirci, con leggi liberticide, ogni difesa della morale eterna, della legge divina iscritta nell’animo di ogni uomo.

La consapevolezza dell’esistenza di questo Male è la prima forma di difesa.

Antonio de Felip

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