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L’ARIDA CULTURA DEGLI INTELLETTUALI LACCHÈ. Di Virginia Chiavaroli.

[…] e specialmente ogniqualvolta l’umor nero mi invade a tal punto che soltanto

un saldo principio morale può trattenermi dall’andare per le vie col deliberato e

metodico proposito di togliere il cappello di testa alla gente, allora reputo sia giunto

per me il momento di prendere al più presto il mare.

Herman Melville, Moby Dick

 

Come spiegare la ritrosia verso i lacchè incravattati che dispensano perle culturali a destra e a manca, su quella e l’altra rete, sulla carta stampata e nei luoghi imputati alla cultura? Proverò, per quanto possibile, ad evidenziarne l’aridità di vedute e di pensiero, nonché dei loro insegnamenti demagogici e infarciti solo di bella retorica. Si inizia invitandoli ad allentare il nodo slacciando il primo bottone della camicia per favorire l’ossigenazione della mente, intossicata com’è dalla nube di meschinità del dio denaro. Il linguaggio forbito contribuisce ad annebbiare ragionamenti che non son fatti per la gente comune, il popolo non deve poter capire di cosa si parla, e infondo anche loro sono chiamati a recitare un copione senza curarsi del senso, né della coerenza delle parole, per quanto ricercate ed eleganti. Se non sulla retorica, si punta altresì sul sensazionalismo, volto a suscitare l’emotività del cittadino ignorante che altro non comprende se non gli impulsi più naturali; così credono di rivolgersi alle masse ignoranti.

Gli insegnamenti delle élite tendono sempre ad avere il punto leggermente spostato dal fuoco, evitando così che si possa cogliere la vera essenza dei fatti; e i prodotti che ne derivano sono l’appiattimento culturale, il conformismo, la riluttanza al dissenso e al criticismo costruttivo. Si tratta di una cultura nozionistica che nulla dona al pensiero o all’esperienza, che non si cura di approfondire alcunché, col fine che anche i problemi più evidenti vengano digeriti passivamente dall’opinione pubblica come non-problemi. Vietato ragionare o attingere da fonti dirette studiando sui testi dei pensatori, vietato oltrepassare il recinto accademico che, come la siepe leopardiana, “il guardo esclude”. Meglio apprendere da antologie scritte da altri, magari proprio dagli stessi lacchè, perché sono loro a dover fornire la visione che più conviene ai giochi di potere. Dunque, via libera ai tagli delle spese per l’istruzione, largo alla “cultura della cancellazione”; si raccomanda vivamente di informarsi sui canali accreditati ma sempre asserviti al potere.

Rispolverando gli insegnamenti di Gramsci, riaffermiamo la necessità di un “intellettuale di tipo nuovo”, perché, citando le sue parole: “Gli intellettuali non escono dal popolo, e anche se accidentalmente qualcuno di essi è di origine popolana, non si sentono legati ad esso (a parte la retorica), non ne conoscono e non ne sentono i bisogni, le aspirazioni, i sentimenti diffusi; ma nei confronti del popolo, sono qualcosa di distaccato, di campato in aria, una casta, cioè, e non un’articolazione, con funzioni organiche, del popolo stesso”. Riconosciamo oggi la stessa frattura, e auspichiamo l’avvento di una nuova classe intellettuale, il cui modo di essere, come Gramsci avrebbe detto: “Non può consistere nell’eloquenza, motrice esteriore e momentanea degli affetti e delle passioni, ma nel mescolarsi attivamente alla vita pratica, come costruttore, organizzatore, ‘persuasore permanente’ perché non puro oratore”.

Virginia Chiavaroli

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