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NAZIONE GIOVANE, ANIMA ANTICA. LA MIA INTERVISTA ALL’AMBASCIATRICE ARMENA IN ITALIA. A cura di Andrea Giumetti

Tsovinar Hambardzumyan

Repubblica d’Armenia. Come storico, non posso fare a meno di fermarmi a riflettere tutte le volte che leggo o sento questo nome, poiché questo contiene in sé una meravigliosa (e positiva) contraddizione di termini: si tratta infatti di uno stato giovane, una repubblica che ha solo 31 anni di vita (dichiarazione di indipendenza il 21 Sett. 1991), ma che rappresenta un popolo, una cultura e una civiltà che è passata attraverso ventotto secoli di storia senza mai perdere la sua identità. Culla del cristianesimo, in quanto l’Armenia fu il primo paese ad adottare come “religione di Stato” la fede cristiana, il “paese delle pietre urlanti” può essere in buona misura considerato anche uno dei padri della cultura europea, proprio in virtù della eccezionale continuità storica di cui il suo popolo si fa portatore. Oggi l’Armenia si trova in una situazione particolare, in quanto deve destreggiarsi tra vicini ostili e alleati che in linea di principio non si piacciono tra di loro, in una delle regioni geo-politicamente più calde del globo, senza un sottosuolo ricco di idrocarburi (come invece hanno, paradossalmente, quasi tutti i suoi vicini nella regione) e senza poter contare sulla sicurezza di un accesso sul mare. Ma nonostante tutto questo, e per circa duemilaottocento anni, l’Armenia è sopravvissuta e ha scavato il suo posto nel mondo grazie al suo più grande tesoro: i cuori e le menti del suo popolo, che sparso per il mondo, non ha mai dimenticato la sua casa ancestrale.

Per conto di Domus Europa, lunedì 28 febbraio ho avuto l’indubbio onore di essere ricevuto da Sua Eccellenza (da qui in poi S.E.) Tsovinar Hambardzumyan, ambasciatrice in Italia della Repubblica armena per condurre un’intervista, i cui concetti salienti sono riportati qui di seguito.  

 

A.G. Inizierei il nostro colloquio con un argomento che temo le venga chiesto piuttosto spesso: la dimensione cristiana dell’Armenia. Prima nazione a convertirsi ufficialmente al cristianesimo, la storia armena ha sempre evidenziato l’importanza della chiesa apostolica come istituzione e della religione come identità culturale, oggi qual è il rapporto tra gli armeni e la fede cristiana?

S.E. Come ha detto, l’Armenia si onora di essere stata la prima nazione cristiana al mondo, un’eredità che è stata riconosciuta anche dal papa durante il suo pellegrinaggio in Armenia nel 2016 e che rappresenta un legame vivente attraverso il Mediterraneo esemplificato dalle testimonianze culturali come la statua posta in San Pietro che rappresenta San Gregorio illuminatore, il fondatore e santo patrono della chiesa armena apostolica, le cui spoglie sono conservate a Napoli nella chiesa a lui titolata (San Gregorio Armeno) e a Nardò. Nella diaspora, durante l’ateismo di stato sovietico, davanti alle invasioni dei nemici, gli armeni hanno sempre trovato nelle chiese un rifugio, e hanno fatto tutto quello che era in loro potere per preservarne i tesori (i manoscritti, i libri sacri) e il significato culturale. In questo senso, il cristianesimo scorre nel nostro sangue, e rappresenta una morale culturale e identitaria che unisce e rappresenta gli armeni, indipendentemente dal loro credo e da quanto siano osservanti. D’altra parte, l’Armenia ha ottime relazioni con gli stati del mondo mussulmano: dalla repubblica islamica dell’Iran ai paesi arabi del Medio Oriente e dell’Asia sud-orientale. Vorrei menzionare, in particolare, la Siria e il Libano, i cui popoli ci aiutarono e diedero rifugio durante le marce della morte organizzate dagli ottomani, e verso cui nutriamo un affettuoso sentimento di riconoscenza.

A.G. La ringrazio della risposta, che per altro mi dà l’attacco per quella che sarebbe stata la mia domanda successiva. Un paese che in qualche misura ha al suo centro lo stesso sentimento di spiritualità, per cui conta in effetti più il messaggio e il sentimento morale comune piuttosto che l’applicazione dei dogmi e la Repubblica islamica dell’Iran. Quali sono i rapporti tra l’Armenia e l’Iran, anche alla luce di quanto avvenuto nel Nagorno-Karabakh?

S.E. Sin dal primo giorno della nostra indipendenza la Repubblica armena ha avuto eccellenti relazioni con l’Iran. Questo è stato davvero significativo per noi, perché ovviamente il blocco economico da parte della Turchia e dell’Azerbaijan, così come i rapporti a volte non facili tra Georgia  e Russia, hanno fatto sì che il confine con l’Iran fosse il nostro principale punto di collegamento stabile con il resto del mondo, un confine che gli iraniani hanno tenuto aperto e sicuro anche durante le guerre del Nagorno-Karabakh. Il dialogo politico e la reciprocità sono ad altissimi livelli, così come vengono mantenute intense relazioni commerciali, che naturalmente risentono delle fluttuazioni internazionali rispetto alle sanzioni. Fondamentali sono inoltre le linee di fornitura energetica, che fanno entrare nel paese gas Iran in cambio di elettricità; dunque, possiamo dire che le relazioni sono ottime ed in costante sviluppo. Inoltre, non si può non considerare il legame culturale che unisce i due paesi: in Iran c’è una nutrita e fiorente comunità armena che ha ottimi rapporti con entrambi i paesi. Nel cuore di Jerevan si trova in ottimo stato di conservazione la bellissima Moschea blu, simbolo dell’arte iraniana, non solo un’attrazione turistica, ma anche il luogo di culto. Il patrimonio culturale e le testimonianze della cultura armena che si trovano sotto la sovranità territoriale iraniana sono tenuti con la massima cura ed attenzione, il che ci conforta, se lo confrontiamo con il comportamento vandalico che invece abbiamo visto portare avanti dalle massime autorità azere.

A.G. Una delle caratteristiche più incredibili della comunità armena è stata la capacità, durante le dominazioni straniere tanto quanto nella diaspora, di scalare le gerarchie culturali e professionali. Per cui ci sono innumerevoli testimonianze e contributi culturali dati dagli armeni in tutte le nazioni europee e non. Questa tendenza continua ancora oggi, in quanto l’Armenia ha un tasso di alfabetizzazione e di studenti laureati tra i più alti al mondo, così come un livello di occupazione professionale che generalmente va a collocarsi verso livelli medio-alti di impiego tra quanti sono emigrati all’estero. Naturalmente l’istruzione e la cultura sono importanti per sé stesse, ma perché gli Armeni vi danno questa priorità, che, ahimè, altri non ritengono così centrale?

S.E. In Armenia, e per gli armeni, l’educazione è estremamente importante. Perfino le famiglie che non hanno un buon reddito fanno volentieri qualsiasi sacrificio, persino non mangiare, pur di consentire ai loro figli di completare gli studi, imparare le lingue e conoscere tanto il mondo che la propria cultura e le proprie radici. Noi non siamo una nazione grande, quindi dobbiamo farlo. È il nostro obiettivo come comunità, come paese e come nazione, ed essendo una nazione “globale”, che ha una comunità di dieci milioni di persone sparse nel mondo, non potrebbe essere altrimenti. In questo senso, ovunque gli armeni sono andati, hanno portato con loro il tesoro rappresentato dalla loro cultura, che ha arricchito, attraverso il loro contributo, le società in cui si sono stabiliti, anche come forma di gratitudine, se vogliamo, rispetto a chi li aveva accolti. Anche l’Italia, in quanto nazione in possesso di un patrimonio culturale immenso e culla delle arti liberali, ha naturalmente avuto il suo contributo da parte degli armeni, e questo si vede anche nell’amicizia e nelle relazioni che oggi legano i due paesi. Luoghi come la Congregazione armena Mechitarista in Venezia, il collegio armeno di San Tolentino a Roma, il villaggio di Nor Arax a Bari, sono tutti testamenti di questo, esattamente come lo è il lavoro di tutti gli armeni in Italia che oggi svolgono attività nel campo della ricerca, della cultura e della didattica.

A.G. La situazione internazionale in questi giorni è molto problematica, con un Occidente, e specialmente l’Unione europea, che ha ignorato il conflitto fino a quando questo non ha assunto proporzioni drammatiche. Un modus a cui purtroppo avevamo assistito già durante l’invasione azera del Nagorno-Karabakh, quando i media diedero di sfuggita la notizia dell’inizio del conflitto in mezzo ai bollettini pandemici, e quella della conclusione non fu nemmeno passata. Alla luce della nuova stagione di tensione internazionale, e alle numerose dispute che ancora oggi sono aperte tra l’Azerbaijan e l’Armenia, secondo lei che tipo di futuro si prospetta per il Caucaso meridionale?

S.E. È vero, in Italia pochi giornali hanno trattato l’argomento della guerra. Per 44 giorni i bombardamenti sulle città e i villaggi di Artsakh sono andati avanti nel silenzio generale del mondo. Quando uno stato utilizza le bombe a grappolo e al fosforo bianco per imporre la sua volontà su una popolazione che non chiede altro che l’autodeterminazione, e che ha ottimi motivi e drammatiche esperienze alle spalle per estendere questa richiesta, e il mondo resta silenzioso noi che dobbiamo pensare? Gli abitanti del Nagorno-Karabakh ricordano bene sulla loro pelle cosa significasse vivere in Azerbaijan, e quali sono state le risposte che negli anni sono arrivate da parte delle autorità alle richieste di indipendenza. Le autorità armene hanno più volte dichiarato la volontà di stabilire un’era di pace nella nostra regione, ma purtroppo questa non si può stabilire unilateralmente. Da parte azera, osserviamo quotidianamente provocazioni sul confine, prigionieri di guerra armeni detenuti con falsi processi e false accuse, propaganda statale di odio verso gli armeni, e infine, la cancellazione, nei territori passati sotto il controllo dell’Azerbaijan, di tutte le nostre tracce culturali. Purtroppo, tutto questo non ci fa sperare che l’Azerbaijan abbia intenzione di impegnarsi per la pace regionale. Abbiamo anzi il timore che Aliev possa approfittarsi dell’attuale situazione internazionale, per fare nuove provocazioni nella regione, con imprevedibili ripercussioni non solo per il Caucaso Meridionale, ma anche per tutta l’Europa.

A.G. In chiusura, volevo domandarle qual è lo stato dell’arte delle relazioni diplomatiche, culturali ed economiche tra la Repubblica armena e quella italiana.

S.E. Le relazioni diplomatiche sono reciprocamente al massimo livello. Negli ultimi quattro anni, con tempistiche chiaramente dilatate a causa della pandemia, ci sono state numerose visite ufficiali reciproche da parte dei delegati dei parlamenti e dei governi dei due Paesi. Ne citerò solo alcuni, per esempio le visite in Italia del Primo Ministro armeno Pashinyan, del Presidente del Parlamento armeno Mirzoyan, le visite in Armenia della Vice Presidente del Senato della Repubblica italiana Taverna, ecc… Il culmine di queste sono state, ovviamente, la visita di Stato del Presidente della Repubblica Italiana in Armenia, nel 2018, e quella del Presidente della Repubblica d’Armenia in Italia, nel 2021. Inoltre, con il passaggio nel 2017 a repubblica parlamentare in Armenia, è iniziato un gemellaggio tra il parlamento italiano e quello armeno molto importante e che continua a crescere in maniera costante, specialmente dopo che, con il patrocinio della UE, i parlamenti si sono gemellati.

Dal punto di vista economico, l’ultimo anno è stato significativo. Nonostante la pandemia e il conflitto, i rapporti economici tra i nostri paesi hanno avuto un notevole incremento: la societa’ Renco ha inaugurato, lo scorso anno, una nuova centrale elettrica con turbine a gas, molte sigle dell’alta moda italiana hanno scelto di produrre in Armenia. Possiamo dire che in generale il “made in Armenia” risulta un brand che riscontra i gusti dei consumatori. Ultimamente è aumentato il numero di progetti e proposte anche da piccole e medie imprese che, come sappiamo, sono il tesoro della vitalità economica italiana. e stiamo progettando di migliorare i reciproci flussi turistici, anche con l’apertura a breve di voli diretti tra l’Italia e Jerevan. Il turnover commerciale tra l’Armenia e l’Italia è aumentato del 24%, portando il volume di commercio con la Penisola al pari di quello della Germania quale primo partner commerciale europeo, e personalmente credo che nei prossimi anni crescerà ulteriormente.

Sono storicamenti forti e profondi i nostri legami nei settori come quello della cultura, della scienza e dell’istruzione. Si potrebbe parlare per ore dei nostri rapporti culturali e delle decine di eventi con la partecipazione degli artisti armeni e italiani organizzati ogni anno, eventi come mostre, festival di cinema, concerti, convegni e conferenze scientifiche e moltissime altre manifestazioni. Aggiungerei anche che nelle Università italiane sono operative numerose cattedre di armenistica, in cui vengono approfondite la lingua, la cultura, la storia e la letteratura armena.

Infine, al di là delle vicende geopolitiche, esiste in Armenia un fortissimo sentimento di fratellanza e simpatia verso il popolo italiano, che fortunatamente vediamo ricambiato: forse è perché condividiamo le stesse radici comuni attraverso il periodo dell’Impero romano e di quello bizantino, forse si tratta di una cultura Mediterranea in cui ci ritroviamo tutti fin dai tempi antichi, non saprei dire quale sia la spiegazione corretta, ma sta di fatto che questa simpatia c’è, e corre potente.

A cura di Andrea Giumetti

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2 thoughts on “NAZIONE GIOVANE, ANIMA ANTICA. LA MIA INTERVISTA ALL’AMBASCIATRICE ARMENA IN ITALIA. A cura di Andrea Giumetti

  1. Articolo interessante, confesso di aver appreso solo ora le peculiarità del popolo armeno. Approfondirò le ricerche e appena sarà possibile viaggiare in maggiore sicurezza visiterò l’Armenia.

  2. La storia del popolo Armeno è una storia ricca e piena di sfaccettature, troppo a lungo taciute e, forse, volutamente ignorate.
    Molto interessante il dato su come venga presa seriamente l’istruzione e come venga intesa quale strumento di difesa dell’identità armena.
    E’ importante, quanto mai, oggi capire i popoli e il loro passato per mantenere la pace.
    Rael

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