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LA CHIAMATA SENZA RISPOSTA DELLA REPUBBLICA MOLDAVA DI PRIDNESTROVIE (TRANSNISTRIA). Di Somogyi N.A.

Oggigiorno la maggior parte dei turisti viaggiano soltanto per narrare ai propri amici i luoghi che hanno visitato. Chi non ha mai pubblicato una foto durante le vacanze su un social network oppure comprato qualcosa di tipico del luogo visitato? Molti collezionano ciondoli con sopra scritto il nome delle città visitate. Purtroppo, nella Repubblica della Transnistria, un museo a cielo aperto dell’epoca sovietica, probabilmente non troverà ciondoli con sopra scritto “Tiraspol” oppure “Приднестровская Молдавская Республика” (Repubblica Moldava di Pridniestrov), anche perché non rientrerebbe negli spazi standard dei souvenir. Una buona notizia per i viaggiatori più pigri riguarda la durata del visto di soltanto dieci ore, un motivo valido per gli amanti del turismo “mordi e fuggi”, così da non sprecare energie nello studiare e comprendere le tradizioni e la storia della popolazione transnistriana.

Chi invece volesse tornare indietro nel tempo e vivere sotto l’Unione Sovietica, la Repubblica Moldava di Pridniestrov è la tappa ideale. Camminare fra le statue di Lenin, ammirare gli edifici di epoca sovietica e vivere con uno stile di vita morigerato e a basso costo non deluderebbe sicuramente i veri appassionati, anche se la Transnistria è paragonabile a una realtà virtuale, dato che tutto rimane entro i confini nazionali. Addirittura, per il mondo all’esterno non esiste niente di tutto ciò, poichè tale Stato non viene riconosciuto da nessun altro e i turisti non hanno nessuna garanzia delle proprie ambasciate.

Gli Stati generalmente intraprendono relazioni internazionali al fine di promuovere negoziati e stabilire accordi. Una qualsiasi situazione stagnante, un problema interstatale o una questione irrisolta può evolversi soltanto quando vi è una forte volontà nel farlo, sia che i toni tra i soggetti in questione siano amichevoli o meno. Uno degli ostacoli principali alla risoluzione dei contrasti è la mancanza di un dialogo costruttivo. Ancor peggio quando si ignora l’esistenza della propria controparte. Questo è il caso della Repubblica Moldava di Pridnestrovie.

Le vicende della Transnistria vengono analizzate da numerosi studi, ma ognuno riesce a fornirne una propria interpretazione. Molti le considerano come delle semplici questioni interne alla Moldova, definendo i fautori appartenenti a “movimenti separatisti”, senza attribuirgli un’identità vera e propria. Altri studiosi ne parlano come “Stato de facto ma non de iure” che prende decisioni attraverso un sistema istituzionale rappresentante tutta la popolazione locale. Queste divergenze rendono unica la situazione creata. Per il sistema internazionale, ufficialmente, quando si parla di Transnistria si parla di Moldavia, dando per scontato che quest’ultimo abbia il controllo sul territorio al di là del fiume Dnestr.

Ad oggi, gli unici a riconoscere la Transnistria sono Abkhazia, Ossezia del Sud ed Artsakh, entità statali che a loro volta non sono riconosciuti a livello internazionale. I primi due vengono indicati sempre di più come delle “zone di occupazione russa”, l’ultimo invece (chiamato anche Repubblica del Nagorno-Karabakh) possiede una situazione simile a quella della Transnistria, però complicata ancora di più dalle importanti interferenze esterne e guerre in corso. Questi agglomerati di Stati sono, non a caso, le uniche che hanno aperto delle ambasciate in Transnistria (non c’è neanche quella russa nonostante i solidi rapporti politici). Durante le riunioni del Consiglio permanente dei ministri degli Esteri (composto dai quattro Stati analizzati) vengono trattati argomenti molto simili alle organizzazioni internazionali di elevata importanza, ma aggiungendo una questione loro cara, ovvero la creazione di strategie condivise affinché possano ottenere il riconoscimento internazionale.

Le politiche estere di questi quattro Stati sono simili. Un esempio lampante riguarda l’Ossezia del Sud, dove la popolazione ha votato favorevolmente al referendum sull’indipendenza dalla Georgia; lo stesso avvenne in Transnistria, dove venne proposta anche l’annessione alla Russia. Inoltre, tutti e quattro sono favorevoli a relazioni sempre più forti nei confronti della Russia, anche

se non ha perseguito alcuna manovra ufficiale per il riconoscimento di questi Stati, anche se ha fornito passaporti russi ai cittadini locali (tranne che nell’Artsakh).

Un aspetto essenziale da tenere presente per comprendere il ruolo geopolitico della Transnistria riguarda la relazione molto solida con la Federazione russa. Nonostante non sia stata riconosciuta e non vi siano state alcune dimostrazioni di volerlo fare nel breve termine, si trova praticamente sotto al suo protettorato. L’interdipendenza fra queste entità toccano molti ambiti, passando dal politico-militare sino ad arrivare all’economico-culturale. Sin dalla fine della Guerra di Transnistria del 1992 sono presenti sul territorio militari russi, attualmente in una rappresentanza di 1200 soldati. Considerando il numero della popolazione della Transnistria, parliamo di un soldato russo ogni 500 persone. Tale esercito è presente ed attivo sul territorio ai fini di “garantire la pace” fra la Moldova e il paese de facto di riferimento. Questa presenza militare spesso suscita preoccupazioni non soltanto a Chișinău, ma anche agli Stati confinanti e perfino all’Unione Europea, poiché esso rappresenta un “isolotto” russo alle porte dell’Europa.

Dal punto di vista finanziario, la Transnistria conta ogni anno su un contributo di 71 miliardi di rubli (che corrispondono circa a 800 milioni di euro, ndr) e su forniture di gas dalla Federazione Russa. Quest’ultimo aspetto si rivela vantaggioso e di conforto alla Transnistria nei contrasti con la Moldova, poiché dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte della regione filorussa, lo Stato moldavo ha perso la maggior parte delle proprie industrie e forniture di energia.

Dal punto di vista culturale, la lingua ufficiale è il russo, utilizzato anche durante le discussioni svolte in sede al Parlamento di Tiraspol. Molti dei contrasti tra la Transnistria e la Moldova sono partiti proprio da tale aspetto, dato che nel 1994 entra in vigore la costituzione moldava imposta anche alla regione filorussa (ovviamente fu una manovra politica di direzione opposta rispetto alle volontà della popolazione locale). L’elemento scatenante si trova nell’articolo 7, che prevede la sostituzione della lingua ufficiale dal russo al rumeno (con lettere latine invece che cirilliche). In un primo momento, la relazione della Russia e la Transnistria è stata descritta come un rapporto di “interdipendenza”, ma ad un occhio attento è palese che si parli di una “dipendenza” del secondo sul primo. Nonostante questo, va sottolineato che a Mosca fa piacere essere l’unico vero riferimento della Transnistria. Probabilmente a causa della fortissima nostalgia sovietica presente nella Repubblica Moldava di Pridnestrovie oppure perché vige il sentimento da fratello maggiore che vuol proteggere il fratello minore senza assumersi le responsabilità dirette. Un ulteriore motivo potrebbe essere anche la fortissima influenza politica che riesce a improntare sulla Moldavia e sull’Ucraina (già alle prese con la Russia sulla sua parte orientale). Ma perché non riconoscerla, o addirittura,

annetterla (questione molto cara ai transnistriani, dato anche l’esito del referendum)? Questo buco nero dei controlli in zona moldava, infondo, conviene anche alla Russia, come a tutti gli altri Stati che la utilizzano come hub del commercio illegale. Probabilmente non volendosene prendere le responsabilità non l’annetterà mai, anche per non scatenare altre polemiche rispetto a quelle che provengono già dall’Unione Europea.

Le relazioni con la Moldova, per ovvi motivi, non sono mai andate oltre al puntarsi le armi addosso, nell’attesa che uno dei due commetta un passo falso. Fin dal primo momento in cui queste due entità statali si sono ritrovate sotto la stessa autorità, sono iniziati già i primi dissensi, sin dal 1991. Soltanto nel 2010 c’è stata una miracolosa dimostrazione di volontà nel creare un dialogo, scelta che ha avuto conseguenze negative per il presidente Igor Smirnov, dato che perse le elezioni nell’anno successivo (dato sorprendente considerando che non perse neanche una tornata dal momento della dichiarazione di indipendenza nel 1991). Nel 2015, mentre la Moldova stava subendo una delle sue crisi politiche ed economiche peggiori, sono rifiorite forti sentimenti unionisti sotto l’autorità di Bucarest. Un fattor comune è importante da analizzare: la Moldavia non è uno stato sentito né dalla popolazione moldava filo-rumena, tantomeno per quella transnistriana. Questo tipo di fenomeno spesso avviene poiché le suddivisioni territoriali precedentemente sono avvenute dando prioritario il premiare alcuni Stati perché schierati dalla parte “giusta”, escludendo in toto la volontà della popolazione locale ed ignorando le tradizioni millenarie, gli usi e costumi di chi ci vive la da tempo remoto.

La popolazione della Transnistria ha avuto un ruolo determinante nella frattura della popolazione moldava tra filo-russi e filo-rumeni, data l’influenza così densa che quasi si taglia col coltello. Tale annessione significherebbe l’entrata della Moldova anche nell’Unione Europea, dato che la Romania ne fa parte già dal 2007. Le elezioni del 2020 in Moldova hanno dimostrato la forte volontà di entrare nella Comunità europea; la filoeuropeista Sandu è stata nominata presidente della repubblica, fatto che tocca anche il destino della Transnistria. C’è da ricordare, però, che la Transnistria rappresenta uno degli ostacoli più grandi all’entrata della Moldova nell’Unione Europea: per primo a causa del suo difficile rapporto; non di meno importanza, in secondo piano vi è la presenza dei fitti commerci illegali, i quali dovrebbero essere “risolti” in caso di un processo di integrazione. Tra le motivazioni precedenti, quest’ultimo non passa inosservato.

Questo “isolotto” suscita forti preoccupazioni dato che “rappresenta un porto per il traffico di droga e armi, principalmente verso la Moldova”. La rivista di geopolitica Limes nel 2002 ha pubblicato un’analisi condotta dalle istituzioni di polizia e di intelligence dei paesi dell’Est Europa,

riportando una massiccia presenza di reati: traffico di armi, donne, bambini, stupefacenti, auto rubate; azioni rivolte al riciclaggio di denaro; favoreggiamento della immigrazione clandestina. Questa forte attività illecita è “supportata” poiché i guadagni sono la sua unica fonte in entrata. Un esempio eclatante di questi movimenti riguardano le importazioni illegali dalla Cina di calzature, le quali aggirano i controlli europei cambiandone il timbro da “Made in China” a “Made in Moldova”, scavalcando così il limite di quote imposte dall’Unione Europea sull’import cinese. Se la Cina volesse riconoscere la Repubblica Moldava di Pridnestrovie, perderebbe il suo porto su Atlantide. Ma come ben sappiamo, la Cina non interviene negli affari esteri e tantomeno non vorrà sicuramente diventare l’eroe nazionale della Transnistria.

L’Unione Europea difende a spada tratta le parti della Moldavia, ma senza intervenire mai in merito. Uno dei pochi casi di dialogo diretto sono avvenuti ai fini della realizzazione del DCFTA, dato che la Moldova ne ha aderito nel 2014, ma con poco successo poiché le politiche estere commerciali della regione filo-russa puntano più all’entrata nell’Unione economica eurasiatica. Un aspetto da non sottovalutare è che tale accordo si sarebbe rivelato un precedente giuridico unico del suo genere, dato che sarebbe stata la prima volta che si sarebbe attribuito uno status speciale ad una regione secessionista all’interno del Vicinato europeo. Sembra quasi incredibile che dopo 27 anni non abbiano trovato nessuna soluzione intermedia tra la Transnistria e gli altri Stati. Ignorare come la Moldava non riesca a controllare questa parte di territorio non è sicuramente una soluzione. Proporre degli accordi commerciali come la DCFTA, tendenti ad avere un obiettivo più pertinente a danneggiare i suoi rapporti con la Russia, sia un altro esempio di come si ignori l’identità e le direzioni politiche dello Stato de facto in questione. È pacifico, però, che l’Unione Europea sia a conoscenza degli enormi depositi di armi sovietiche presenti sul territorio e dei commerci illegali a livello internazionale, eppure sembra che valuti queste piccolezze come questioni di secondo piano. Si mostra quasi ideale questa situazione limbica. Non ci sono ancora degli studi a confermarlo, (anche perché avrebbero già da tempo danneggiato l’immagine dell’Unione Europea), ma probabilmente questo buco nero dei controlli è una perfetta uscita d’emergenza quando si ha bisogno di raggirare le regole, da essa stessa create. Infondo, perché incarcerare Robin Hood se lavora al servizio dei nobili?

Bibliografia

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