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COME STATI UNITI ED EUROPA STRANGOLANO LA SIRIA. Di Negri Alberto*

La guerra siriana si può raccontare in molti modi, uno però viene largamente ignorato. Nel decennale del conflitto le sanzioni Usa ed europee a Damasco sono il vero nodo scorsoio stretto intorno alla gola del regime di Assad e della popolazione. Non solo: Libano e Siria sono legate da un destino comune, anche questa volta. C’è un legame diretto tra la crisi economica libanese e quella siriana con sanzioni che ostacolano ogni ricostruzione. Gli investitori siriani, ovviamente alcuni legati ad Assad, hanno circa 42 miliardi di dollari nelle banche libanesi ma questi conti sono congelati e vengono impediti i prelievi. I soldi insomma ci sono ma non possono arrivare in Siria.

È quello che accade anche all’Iran che per le sanzioni Usa non ha accesso a dozzine di miliardi di dollari di depositi della repubblica islamica nelle banche occidentali e asiatiche, al punto da impedire recentemente l’acquisto da parte di Teheran dei vaccini anti-Covid in Corea del Sud. Alle sanzioni si aggiunge anche l’embargo sulle esportazioni petrolifere dell’Iran. E così si completa il quadro: con un altro aspetto non trascurabile, le sanzioni Usa ed europee imposte alla Russia dopo l’annessione della Crimea nel 2014 e intervenuta nella guerra siriana a fianco di Assad nel 2015.

In tutto questo c’è naturalmente un progetto politico che era dell’amministrazione Trump e prosegue con quella di Joe Biden: da una parte bloccare il denaro siriano e degli alleati di Assad, dall’altra esercitare pressioni sul presidente libanese Michel Aoun e sul movimento e partito Hezbollah, alleato di Teheran e Damasco. In poche parole se la guerra siriana ha mantenuto in sella Assad sostenuto da Mosca da Teheran e dalle milizie sciite libanesi si può provare, secondo Washington, a destrutturare il regime e i suoi alleati con una crisi economica che travolge la popolazione e l‘intera regione.

L’operazione americana di destabilizzazione, ma anche europea, è in atto da un decennio. Il 6 luglio 2011 l’ambasciatore Usa a Damasco Robert Ford andava a passeggiare tra i ribelli anti-Assad di Hama, accompagnato il giorno dopo da quello francese. Era il segnale che in Siria di poteva fare quel che si voleva e che Erdogan colse, incoraggiato dalla strategia della Clinton dello “stay behind”, “guidare da dietro” le primavere arabe, facendo passare migliaia di jihadisti dal suo confine, con i seguiti che sappiamo fino all’ascesa dell’Isis e alle complicità tra turchi e Califfato per far fuori la resistenza dei curdi.

Ecco cosa pensa Ford a 10 anni di distanza. “La strategia americana è stata un fallimento”, scrive su Foreign Affairs l’ambasciatore, ora senior fellow presso il Middle East Institute. Gli Usa, dice Ford, hanno cercato di usare la forza militare e le pressione finanziarie per rovesciare Assad, ma Biden farebbe bene a cambiare rotta. Dopo anni di conflitto, infatti Bashar è ancora al suo posto e la Siria non è diventata una democrazia liberale come qualche ingenuo analista sperava diventasse all’indomani della devastante guerra per procura scoppiata nel 2011. Ford si spinge a sostenere che gli Stati Uniti “dovrebbero negoziare con Mosca un ritiro graduale delle proprie forze e una tempistica per la transizione nella zona orientale dal controllo americano a quello russo”.

Ma le cose vanno un po’ diversamente. Le sanzioni contro la Siria, introdotte sin dall’inizio della guerra civile non solo non si sono allentate ma nel 2020 sono state ulteriormente aggravate, sia dagli Usa, con il cosiddetto Caesar Act che blocca ogni tipo di transazione economico-finanziaria-commerciale con Damasco, sia dall’Unione europea, che, pur muovendosi sulla scia degli Stati uniti e confermando le sanzioni, per salvare la faccia consente il finanziamento di interventi umanitari “purché non coinvolgano il governo siriano”: come se fosse possibile effettuare interventi efficaci in un contesto così deteriorato senza un coordinamento con le autorità competenti.

Il livello dell’ipocrisia europea si è confermato anche recentemente quando Bruxelles ha deciso di seguire Washington nel colpire con nuove sanzioni la famiglia Assad, esponenti del governo e imprenditori. L’idea degli europee è di farci credere che le sanzioni sono “mirate”, cioè non colpiscono il popolo siriano: in realtà le sanzioni includono un embargo sul petrolio, restrizioni sugli investimenti, il congelamento dei beni della banca centrale siriana detenuti nell’Ue e restrizioni all’esportazione di attrezzature e tecnologie. In pratica il blocco dell’industria energetica, del petrolio e di ogni tentativo di ricostruzione.

Ma in Siria denuncia l’arcivescovo greco-melkita di Aleppo, monsignor Jean-Clément Jeanbart: “La gente non ha più cibo, elettricità, carburante e gas sufficienti per riscaldare le case. Non riesce a ottenere prestiti e andare avanti”.
Le sanzioni sono un messaggio a tutti coloro che erano intenzionati a partecipare alla ricostruzione della Siria e a normalizzare i rapporti con Damasco, dalla Russia alla Cina, ad alcuni stati del Golfo che chiedono il rientro di Damasco nella Lega araba, agli stessi Paesi europei come l’Italia, che nel 2010, alla vigilia della guerra, era il maggiore partner europeo di Damasco.

Ma forse qui nessuno se lo ricorda più. La rimozione delle sanzioni alla Siria è stata chiesta da Alena Douhan, rapporteur dell’Onu e da diverse organizzazioni umanitarie e delle Nazioni Unite. Ma si preferisce lasciare le cose come stanno, permettere a Israele, che occupa il Golan dal’67, di bombardare in Siria le milizie sciite _ tanto nessuno si lamenta _e far precipitare i siriani in una miseria ancora più nera.

Alberto Negri

* tratto dal sito https://www.informazione.it

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