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L’INCIDENZA DI LETALITA’ DEL COVID-19. NUOVO IMPORTANTE STUDIO DELL’UNIVERSITA’ DI STANFORD.

John P.A. Ioannidis (55 anni), Stanford University.

John P.A. Ioannidis, Professore di Medicina all’Università di Stanford e promotore di ricerche sulla medicina clinica e sull’epidemiologia, Direttore dello Stanford Prevention Research Center, ha pubblicato un nuovo studio, già peer-review ovvero dibattuto dalla comunità scientifica, sulla letalità del Covid-19 in 51 differenti luoghi del mondo al 2 Settembre 2020. La conclusione dello studio deduce che l’incidenza di letalità prodotta dal nuovo virus sia variabile a seconda dei luoghi non essendo una costante fissa, dipendente anche dalle differenti strutture sociali e abitudini di vita, ma che comunque in tutti i casi è molto minore di quanto precedentemente stimato all’inizio della pandemia. La media dell’incidenza di letalità considerando questi 51 luoghi – città o nazioni – è dello 0,23%. La patologia indotta dal Sars-CoV-2  sarebbe quindi mortale all’incirca per 2 persone su 1000 individui, presumendo per altro che i dati ufficiali siano corretti, ovvero che ogni decesso certificato sia stato causato principalmente dal Covid, e non che quest’ultimo non fosse che nuovo elemento agente nel complesso puzzle della sintomatologia del paziente con la presenza di gravi malattie pregresse. Inoltre lo studio ha dedotto sia l’incidenza di letalità da Covid complessiva per ciascun luogo, sia quella ottenuta considerando esclusivamente i numeri delle morti e del contagio sotto i 70 anni. Alcuni dei risultati qui di seguito:


 

COSA CAMBIA?

I dati parlerebbero da soli. Un negazionista è qualcuno che nega l’esistenza, in questo caso, del virus. Altra e differente questione è mettere in discussione, esercitando lo spirito critico, la narrazione propinata a getto continuo da molti dei principali media, e non solo italiani. Un’incidenza di letalità quella che emerge, seppur con differenze, dallo studio condotto dal Prof. Ioannidis, che non può che far dubitare delle contromisure prese, le restrizioni per limitare e non chiaramente per annullare il contagio. Per di più si tratta di un patogeno che si trasmette per via aerea, della famiglia dei coronavirus, e che ci si aspetta possa mutare nel tempo, garantendone la diffusione a più ondate, ma di entità via via meno severa.

Quel che si coglie chiaramente è come l’emergenza sia una questione organizzativa, di disponibilità di posti letto, in terapia intensiva e subintensiva. I Governi hanno avuto 9 mesi per preparasi a fronteggiare un virus che poteva significare la paralisi o quantomeno grandi difficoltà delle strutture sanitarie, visto che una percentuale dei contagiati, anche questa variabile, ma che in Italia si stima intorno al 5%, necessita di cure ospedaliere. L’emergenza è quindi determinata dal virus oppure da scelte politiche discutibili? A Marzo potevano perfino esserci parziali scusanti all’impreparazione e incapacità, ma oggi? È ragionevole pensare che il numero dei posti letto in terapia intensiva copra il fabbisogno nazionale?

In Islanda è stato condotto uno studio – anche questo con il timbro peer-review – in cui si evidenzia che lo 0,9% della popolazione ha contratto l’infezione da Sars-CoV-2, fatale nello 0,3% dei casi. Come si vede i risultati dello studio del Prof. Ioannidis non sono certamente gli unici che dichiarano a gran voce che non ci troviamo di fronte alla peste e che nuove strategie andrebbero ponderate dalle Istituzioni, prima di procurare irreparabili danni al tessuto socio-economico.

P.A.

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