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IL MISTICO SECONDO EMIL CIORAN.

Mircea Eliade ed Emil Cioran.

Emil Cioran rifiutò sempre i riconoscimenti letterari che gli vennero conferiti, prova di coerenza e di intransigenza di uomo vissuto ai margini, che avanzava tra le rinunce e le macerie della vanità, l’irrealtà che abitualmente nutre. «Gli uomini non sanno essere inutili. Hanno dei cammini da seguire, delle mete da raggiungere, dei bisogni da saziare. Non sanno gioire della propria incompiutezza, mentre la vita non si giustifica che per l’estasi di questa incompiutezza”.

Fiorito inizialmente sotto l’ala di Nae Ionesco, come l’amico Mircea Eliade, figlio di un sacerdote cristiano ortodosso, i suoi scritti disorientano in un j’accuse a tratti furioso, tanto più efficace quanto lascia in stallo, predicando un’impossibilità. E’ questo l’aspetto paradossale del suo ben noto pessimismo – ogni cosa manifesta il suo opposto, è la saggezza millenaria del Tao – dove il linguaggio, e le categorie del giudizio, vacillano sempre sull’orlo di una crisi irreparabile. Cioran non fa pedagogia, si esclude da ogni etichetta, scrive per coloro che tentennano tra lucidità e follia, tra il commiserarsi e la volontà di riscatto, e nell’impossibilità di fissare il pensiero raggiunge il suo apice disperdendone la pretesa di assolutezza, per maturare un’esperienza qualitativamente differente, interiore.

Alla contrapposizione tra fede e ragione, Mircea Eliade sostituiva quella tra ragione e misticismo. Anche per Cioran l’esperienza del mistico è extra-razionale, essendo l’estasi «un’immersione nel divino, in un dio senza attributi». In una lettera a Kraus del 1980 egli si dice «contro la religione ma solo perché non possiede più la sua forza vitale» dichiarandosi «allo stesso tempo religioso e irreligioso». Viene a delinearsi così l’origine del suo livore contro il Cristianesimo, senza soffermarsi troppo sui dovuti distinguo, «a causa della sua stanchezza».

Nel malessere che informa le sue invettive, effluvio della lamentazione permeata talvolta da un’ironia divertita dal conflitto con l’esistenza, lo scrittore romeno dispera non per ripiegare su se stesso, anche se talvolta pare arrestarvisi, ma aspirando alla libertà che è annientamento di sé, contraddizione flagrante fino a quando non trova la sua apoteosi: «sulle rovine della vita, lo spirito si desta, fiorisce». L’annullamento dell’annullamento, attraversando il patimento necessario, parlando ai timori ed ai rimorsi dell’uomo.

Cioran non risparmia se stesso, «incline al risentimento, spesso mi ci abbandono e rimugino», né i sovversivi, «la sorte di chi si è ribellato troppo è la delusione», né gli atei, suggerendo loro un

E.M. Cioran, “Il Funesto Demiurgo”, ed. Adelphi.

freno allo smodato orgoglio essendo molto meno emancipati di quel che credono. Per converso le pagine che accusano l’apologetica cristiana dei primi secoli, «il vertice del genere bilioso» – ricordando tre l’altro le parole sprezzanti di Tertulliano sul Giudizio Finale – e quelle in particolare contro Paolo di Tarso, indignate, indigeribili per un uomo di Chiesa, vogliono più che dubitare delle dichiarate intenzioni. D’altronde il mistico come inteso da Cioran è senza più patria, senza più doveri, senza più giustificazioni, è nel mondo ma non del mondo, la verità a cui si apre ha un prezzo potenzialmente definitivo.

Pienamente accondiscendente forse solo verso il Taoismo, in cui intravede un quietismo che non si contrappone e frappone a nulla, è nostalgico della delicatezza e tolleranza politeista, si rivede nello scettico ateniese, ma anche nel buddhista che ricerca l’esperienza intraducibile della vacuità che penetra l’essere, e che Cioran, equivoco terminologico o meno, visceralmente sente come vertigine anche quando vi giustappone il dubbio, “il fatto è che il dolore, circoscritto, è sempre carico di senso, mentre il Vuoto è troppo vasto e non ne contiene alcuno». Tentazione che non lo farà retrocedere dall’esortare all’estrema tensione che non si arresta all’essere completamente inermi. Lampi in ordine sparso. (P.A.)

«Gli eremiti dei primi secoli insegnano che per elevare il nostro livello psichico dobbiamo mantenere un conflitto permanente con noi stessi. Ma per aprirsi al vero sapere lo spirito deve smembrarsi, sperimentare le orge dell’annullamento. Nessuna beatitudine per coloro che non sanno praticare l’abbandono: in quanto soppressione di ogni nostalgia, è una ricompensa che può essere goduta solo da chi si costringe a deporre le armi. Non saremmo destinati all’ignoranza se solo osassimo portarci al di là delle nostre certezze. Il santo è lo sforzo contro di sé, vincere le proprie inclinazioni, assoggettarsi alla bontà, immaginando di avere dei simili e dei doveri nei loro confronti. Il piacere distende, smussa: se il santo vi facesse ricorso, non potrebbe più accedere allo straordinario. Cospira contro il proprio benessere, dalla cui rovina si attende la salvezza. Un’umanità che si rimpinza produce scettici, non santi. Niente fuoco interiore senza contrariare gli appetiti. L’assoluto? Una questione di dieta. Pietro d’Alcantara era riuscito a non dormire più di un’ora per notte: non è questo un segno di forza? Distruggere il corpo soltanto per trarne un sovrappiù di potenza. Le virtù dello squilibrio: godimento fuori dal mondo, elevazione della durata oltre i confini del pensiero. Là, lo spirito è sospeso, la riflessione abolita, e con essa la logica dello smarrimento. Dell’eternità solo gli insensati si preoccupano. Lasciate fare all’istante, lasciate che riassorba i vostri sogni. Non c’è esperienza né pensiero di un qualche interesse che non nasca da una qualche ebrezza, da una perdita di controllo, dalla facoltà di rinnovarsi».  (Emil Cioran).

P.A.

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