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L’UE ALLA SFIDA DEL COVID19: UN'OCCASIONE PERSA? Di Claudio Giovannico.

Ierlaltro la Bce con una mossa a sorpresa ha reso pubbliche le linee guida del nuovo programma Pepp – Pandemic emergency purchase programme, una sorta di Quantitative easing illimitato in occasione della pandemia Covid19, che avrà durata, almeno, fino alla fine dell’anno, il quale prevede la sospensione della regola aurea di capital key, ossia del limite agli acquisti delle emissioni di titoli di Stato (con il programma attuale era il 33%) e bond emessi da enti internazionali (limite del 50%).

Più o meno contestualmente, Mario Draghi, dalle colonne del Financial Times [1] ha lanciato l’allarme sul rischio concreto di recessione economica in Europa, per effetto della pandemia di coronavirus, rompendo (quasi) col tabù neoliberista del debito pubblico e affermando la necessità prioritaria di salvare i posti di lavoro, attraverso ingenti immissioni di liquidità nel sistema economico, arrivando persino a delineare una funzione sociale della finanza (“banks must rapidly lend funds at zero cost to companies prepared to save jobs. Since in this way they are becoming a vehicle for public policy”).

Tecnicamente, un finanziamento di un piano europeo “anti-Covid19” potrebbe avvenire attraverso l’emissione di titoli di debito europeo (eurobond), che verrebbero acquistati/monetizzati dalla Bce, utilizzando gli importi così ottenuti. Ed è, sostanzialmente, quanto è stato chiesto da otto Paesi dell’eurozona (Spagna, Francia, Portogallo, Slovenia, Grecia, Irlanda, Belgio, Lussemburgo e Italia) in occasione del vertice dell’Eurogruppo, tenutosi ieri, per proporre l’adozione dei cosiddetti “coronabond”, al fine di fronteggiare la crisi economica dovuta alla pandemia. Peccato che, i Paesi del nord Europa, Germania in testa ovviamente, non sono parsi minimamente intenzionati ad accogliere l’ipotesi di una mutualizzazione del debito, respingendo la formula degli eurobond e prendendo tempo in attesa che i Paesi “Club Med”, stremati, magari accettino i finanziamenti erogati nell’ambito del Mes, accompagnati dalle solite condizioni di austerità, che finirebbero per pesare sui loro debiti pubblici.

In ogni caso, il piano Pepp di sospensione del principio di capital key, sopra citato, sembra rendere superfluo qualsiasi attivazione del Mes e ricorso allo stesso, superando di fatto lo scoglio della condivisione del debito.

La direzione sembrerebbe essere, dunque, quella giusta, eppure si può e si deve fare di più. Il credito a cui si avrà avuto accesso, per effetto del nuovo Qe illimitato della Bce, graverà, invero, ancora sui debiti sovrani dei singoli Stati, i quali, una volta superata la fase di emergenza stretta, si vedranno nuovamente costretti a porre misure di spending review ed austerity per far quadrare i conti pubblici.

Gli eurobond avrebbero, invece, permesso di procedere verso una socializzazione del debito a livello europeo con la Banca centrale europea obbligata a quel punto al ruolo, non più temporaneo, di garante e prestatore di ultima istanza. Un vero e proprio cambio di segno nelle politiche economiche europee, a cui dar seguito, necessariamente, attraverso una progressiva integrazione fiscale e finanziaria a livello europeo, di sostegno a un vasto programma di investimenti pubblici.

Claudio Giovannico

[1] https://www.ft.com/content/c6d2de3a-6ec5-11ea-89df-41bea055720b;

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