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LA FASCINAZIONE MANICHEA. GNOSI DI SALVEZZA TRA EGITTO E CINA. Di Madame Janus

Polotsky H.-J, “Il Manicheismo. Gnosi di salvezza fra Egitto e Cina”, Il Cerchio.

Il Manicheismo fu conosciuto dall’Italia all’India settentrionale, in tutto il Medio Oriente fino alla Cina, dove nei testi ritrovati a Tun-Huang, compilati prima della fine del IX secolo, era delineato come ming jiao (religione della luce) e Mani, il suo profeta, come reincarnazione di Lao-Tzu. Il Manicheismo oppose a Dio, “Padre di Grandezza”, la causa del male ponendola come coeterna, insegnando la redenzione attraverso il riconoscimento di un radicale dualismo metafisico tra Spirito di luce e Materia. Non meno evidente del contesto cristiano in cui nacquero gli scritti manichei è dunque l’influenza del dualismo metafisico della religione dell’antica Persia. D’altronde il Manicheismo fu una pretesa integrazione e rielaborazione delle religioni ad esso coeve, caratterizzato dal moltiplicarsi delle emanazioni o personificazioni divine e tenebrose, inquadrate in una logica di conflitto senza quartiere fino alla fine del mondo e alla separazione definitiva tra bene e male. E’ pure ipotizzabile che questa dottrina rispondesse alle generiche aspettative di una nuova rivelazione divina durante un’epoca di forte travaglio, i conflitti e le grandi trasformazioni sociali del III secolo d.C. nell’area di confine romano-iranica, quella «in cui Mani si formò, tra Occidente e Oriente, permeata dalla presenza di ebrei, cristiani, gnostici, ma anche zoroastriani e zurvaniti, nonché di frange buddhiste».

La luce divina intrappolata nella materia è il fondamento della mitologia manichea, con le divine forze impegnate nel mondo per la liberazione della luce contenuta in ogni essere vivente e in particolare nell’uomo. Polotsky afferma che «anima significa per Mani sia la contrapposizione con il corpo materiale che contemporaneamente il “Sé” di Dio, che parte per la battaglia ma non è obbligato a rinunciare alla sua trascendenza». La salvezza manichea è quindi il ritorno della luce celata nell’anima individuale alla sua piena consapevolezza divina, «quanto velocemente il singolo raggiunga la salvezza dipende dalla misura nella quale egli riesce a realizzare in se stesso la divisione delle due nature». La pratica religiosa era incentrata sulla preghiera, sul canto degli inni, e sul digiuno periodico, mentre il peccato era valutato come la condizione naturale della materia, che porta l’anima all’esilio dell’oblio. E’ questo un tema, quello del risveglio della consapevolezza dell’anima, al di là del differente linguaggio, presente non solo nel Buddhismo ma anche in altre tradizioni religiose fin da tempi remoti, ovvero quello per cui la nascita umana è la dimenticanza della condizione primordiale. Essere consapevoli del mescolamento tra bene e male nel Manicheismo doveva muovere la volontà nel plasmare lo stile di vita, per cui era necessario, per gli eletti che aspiravano alla liberazione, l’astensione dall’amore carnale, dai cibi animali, dal consumo di bevande inebrianti, e l’evitare qualsivoglia violenza o danno causato agli esseri viventi, perfino alle piante. L’eletto, categoria da cui non erano escluse a priori le donne, a differenza del catecumeno manicheo che restava legato alle dinamiche mondane ma con l’obbligo dell’elemosina, era chiamato alla povertà, a non svolgere lavoro manuale, a non possedere fissa dimora, sempre prodigo nella predicazione girovaga. Se non si ottemperava ai severi dettami manichei la luce divina era intesa rimanere imprigionata nella materia anche dopo la morte, subendo la trasmigrazione fino alla nascita in un perfetto, apice ideale dell’etica gnostica. La trasmigrazione manichea è la metensomatosi, credenza presente in differenti culture e civiltà nell’antichità, ad esempio in Platone e nelle tradizioni buddhiste, nonché in religioni al di fuori del contesto euro-asiatico. Non va sottovalutato che l’interpretare il mondo materiale come male nega una possibile quanto catartica armonizzazione dei contrari, l’esperienza mistica per eccellenza attestata in differenti culture sin da epoche remote.

Sul piano di valutazione storico ricompare con il Manicheismo una rinnovata ansia di universalismo religioso, che si palesa anche nel tentativo di assumere di volta in volta un linguaggio conforme alle singole culture incontrate nel fervore del proselitismo. Il richiamo al Buddha, a Zarathustra, a Gesù, evidenzia il convincimento di Mani di essere l’inviato della rivelazione ultima, per cui “l’umanità intera, in futuro, sarà manichea”. Il Manicheismo fu sorretto da una propaganda capillare, e fu modello tipico d’eresia cristiana contro cui mosse i suoi strali Agostino d’Ippona, in età giovanile divulgatore manicheo per alcuni anni egli stesso.

Madame Janus

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