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GLI UOMINI DI OGGI NON POTRANNO MAI COMPRENDERE…. RECENSIONE DI "L'ALTRA FRONTIERA" DI ALFREDO RONCUZZI. Di Riccardo Pasqualin

Alfredo Roncuzzi (San Pietro in Vincoli 1905-Marina Romea 1999) è stato un uomo dai molti interessi, si dedicò alle lettere solo in età avanzata, ma fu direttore di alcune riviste, collaboratore di importanti giornali religiosi e drammaturgo. Tra le sue opere si può segnalare Vita e tempi del Cardinale Ruffo[1]: una biografia del comandante dell’Esercito della Santa Fede, in cui lo scrittore «si immedesimò» nel personaggio storico[2].

Laureatosi in Farmacia a Pisa nel 1927, verso il 1933, il romagnolo meditò addirittura di farsi frate, ma infine tornò sui suoi passi e, nel ’37, partì volontario per la guerra di Spagna, arruolandosi tra i carlisti[3]. In seguito, per dimostrare di non essere mai stato legato al regime fascista, si unì alle brigate bianche e divenne partigiano nel Lazio, ma rifiutò le decorazioni e la pensione, poiché non voleva che il suo nome fosse erroneamente associato a formazioni di sinistra.

Roncuzzi ci ha lasciato un intenso resoconto delle sue avventure giovanili nel libro Laltra frontiera Un requeté romagnolo nella Spagna in guerra[4], un volume scritto a cinquant’anni di distanza dagli avvenimenti storici trattati e pubblicato solo nel 2010 dalle Edizioni del Girasole di Ravenna. Precedentemente, a causa dei suoi contenuti, definiti dallo stesso autore come contrari alle “idee correnti” nel nostro paese sulla guerra di Spagna, il libro non era mai apparso in una versione integrale e in lingua italiana, ma solo in un’edizione in spagnolo.

Laltra frontiera è il racconto di un conflitto aspro e cruento, combattuto con pochi mezzi in uno scenario inospitale e desolato. Lo scrittore chiarisce di non aver scelto di partire per la Spagna con il desiderio di servire un ideale politico, ma per uno scopo più alto, ossia la difesa di una civiltà fondata su valori religiosi.

Nella descrizione degli eventi bellici vengono messi in luce anche gli screzi ideologici tra i requetés e i falangisti, l’obiettivo di entrambi gli schieramenti era quello di sconfiggere il nemico comune, rimandando la resa dei conti al dopoguerra. Molti tra i “militanti volontari della tradizione” dubitarono sin da subito che Franco desiderasse realmente accogliere le loro richieste, ma fu deciso di allearsi con lui comunque, affinché non trionfasse «l’antitradizione dei rossi, la più radicale e spietata»[5].

Dios, Patria, Rey è il motto senza il quale i soldati cristiani non hanno ragione di esistere: i carlisti ritratti dallo scrittore lottano per il ripristino della monarchia cattolica legittima e per il rispetto dei fueros (cioè i diritti delle antiche autonomie regionali), in opposizione ai marxisti, agli anarchici e ai separatisti, che vengono presentati come i «discendenti dei liberali e libertari»[6]. I tradizionalisti spagnoli considerano illegittimi tutti gli stati, i governi e le leggi che si fondano esclusivamente sulla volontà umana, la quale si dimostra spesso influenzabile e miope.

Lo stile adottato dall’autore è potente e molto originale, la scelta linguistica di introdurre frequentemente vocaboli spagnoli nel testo contribuisce a renderlo vivace e coinvolgente, inoltre l’inserimento di episodi ironici non impedisce al libro di farsi portatore di messaggi profondi, ma produce anzi un effetto commovente che accresce la tragicità del dramma della guerra. Meditando sul suo passato, il reduce mescola costantemente le rimembranze della crociata con i suoi ricordi d’infanzia, si domanda se «la puerizia sia data, nel corso delle esperienze prime della vita, quale anticipo premonitore di futuri giorni»[7]. Senza mai cadere nello sfoggio di una sterile erudizione, lo scrittore dà prova di possedere una vasta cultura: nelle sue memorie analizza la situazione politica spagnola e ricostruisce la storia del Carlismo e dei suoi protagonisti.

«Gli uomini di oggi non potranno mai comprendere» ammette con serena malinconia l’ex combattente, ed egli stesso confessa al lettore le sue difficoltà nel riconoscersi pienamente nei valori della causa carlista: «Il dissidio maggiore, in me, era di amare il Requeté e non sentirmi interamente nei panni di un seguace di Don Carlos perché mi mancava, alle spalle, l’acquisizione ideale di un secolo di lotta carlista vissuta come vigilia di un tempo purificatore»[8]. Eppure, leggendo l’ardente testimonianza contenuta in questo libro, si ha la certezza che il volontario romagnolo partecipò con convinzione alla battaglia per la Santa Tradición e che ne interiorizzò profondamente gli ideali.

A prescindere dal fatto che si condividano o meno le scelte di vita del Roncuzzi, c’è da riconoscere che questo testo è un piccolo tesoro di ricordi e di aneddoti, che restituiscono ai lettori odierni le memorie di uno dei pochi italiani che si arruolarono con i carlisti durante la guerra civile spagnola.

Riccardo Pasqualin

[1]    Dattiloscritto (19..?); rimandiamo all’edizione digitale curata da Pier Giorgio Bartoli: http://www.studiravennati.it/wp-content/uploads/Mono-2017-Roncuzzi.pdf

[2]    Ivi, p. IV.

[3]    Riguardo al Carlismo cfr. R. PASQUALIN, La concezione dei “fueros” nell’opera “Il Carlismo” di Francisco E. de Tejada, in «Domus Europa», 17 genn. 2019: https://domus-europa.eu/?p=7915

[4]    Il termine requeté significa soldato delle milizie carliste. L’espressione deriva da una battuta tra il generale Zumalacárregui e i suoi ufficiali: «Todo bien?» «Requetebien!» (arcibenone).

[5]    A. RONCUZZI, L’altra frontiera Un requeté romagnolo nella Spagna in guerra, Edizioni del Girasole, Ravenna 2010, p. 150.

[6]    Ivi, p. 112.

[7]    Ivi, p. 85.

[8]    Ivi, p. 176.

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